Voleva solo svuotarsi
Non so nemmeno perché sto scrivendo questa roba, ma ho bisogno di sfogarmi. Sono Marco, ho 22 anni, studio economia in una città di merda lontano da casa. Vivo in un monolocale che puzza di umido, passo le giornate tra lezioni online e serate a fissare il soffitto. Sono sempre stato uno che si tiene dentro tutto, ma da un po’ ho questa voglia che mi rode, questo bisogno di lasciarmi andare, di farmi usare. Non so come spiegarlo, ma voglio sentirmi piccolo, voglio che qualcuno mi prenda e faccia quello che vuole. Così ho scaricato un’app di incontri, una di quelle dove nessuno fa troppe domande. Ho messo due foto scure, senza faccia, e ho scritto chiaro che cerco qualcuno che comandi, che mi tratti come uno straccio. Non pensavo davvero che qualcuno avrebbe risposto.
Poi è arrivato lui. Si chiama Lucas, 20 anni, italobrasiliano, uno che a prima vista sembra il tipico stronzo da palestra. Foto con muscoli in vista, sguardo che ti trapassa, capelli neri ricci e un sorrisetto che dice “so quello che valgo”. Mi ha scritto subito, senza giri di parole: “Cerco uno che obbedisce e sta zitto. Se sei tu, scrivimi”. Ho sentito un nodo allo stomaco, ma anche un calore che non so spiegare. Gli ho risposto, gli ho detto che ero disponibile, che poteva fare quello che voleva. Lui è andato dritto al punto: “Non sono frocio, chiaro? Voglio solo svuotarmi i coglioni. Se ci stai, bene. Se no, ciao”. Quelle parole mi hanno fatto tremare le mani, ma ho detto di sì. Gli ho dato l’indirizzo, gli ho detto di venire da me quella sera stessa. Sapevo che era una cazzata, ma non riuscivo a fermarmi. Era come se una parte di me volesse essere distrutta.
Quando è arrivato, ero un fascio di nervi. Ho aperto la porta e me lo sono trovato davanti: alto, spalle larghe, una maglietta aderente che mostrava ogni muscolo. Odorava di colonia forte, di quelle che ti restano nel naso. Mi ha guardato dall’alto in basso, con un mezzo sorriso. “Sei tu il finocchio che vuole essere scopato?” ha detto, senza nemmeno salutare. Mi sono sentito arrossire, ho balbettato un “sì” e l’ho fatto entrare. Dentro di me c’era un casino: una parte voleva scappare, un’altra voleva inginocchiarsi subito. Gli ho offerto da bere, ma lui ha rifiutato. “Non sono qui per chiacchierare. Togliamoci il pensiero”. Si è seduto sul divano, ha allargato le gambe e mi ha fatto segno di avvicinarmi. Mi tremavano le gambe, ma sono andato. Mi sono messo in ginocchio davanti a lui, sentendo il pavimento freddo sotto di me. Mi ha preso il mento con una mano, forte, e mi ha guardato negli occhi. “Sai cosa voglio. Non fare lo stupido”. Ho annuito, con il cuore che mi martellava nel petto.
Non mi ha lasciato tempo per pensare. Mi ha detto di slacciargli i jeans, e io l’ho fatto, con le mani che mi tremavano. Ho tirato giù la zip, ho visto il rigonfiamento sotto i boxer neri. Lui mi guardava, senza dire nulla, solo quel sorrisetto che mi faceva sentire una nullità. Ho abbassato i boxer, e il suo cazzo è saltato fuori, già mezzo duro, grosso, con un odore forte, di sudore e maschio. Ho esitato un attimo, ma lui mi ha spinto la testa giù. “Muoviti, non ho tutta la sera”. Ho aperto la bocca, l’ho preso dentro, sentendo il sapore salato, la consistenza dura contro la lingua. Ho iniziato a muovermi piano, succhiando come potevo, mentre lui mi teneva la testa con una mano, guidandomi. “Più forte, cazzo”, ha grugnito, e io ho cercato di andare più a fondo, sentendo la gola che si stringeva, il bisogno di tossire ma anche di continuare. Mi insultava a mezza voce, “bravo, fai il tuo lavoro, troietta”, e quelle parole mi facevano male ma anche eccitare da morire. Sentivo le sue cosce dure sotto le mie mani, i suoi respiri che diventavano più pesanti.
Abbiamo continuato così per un po’, con lui che mi spingeva sempre più giù, fino a che non riuscivo quasi a respirare. Mi bruciava la gola, ma non mi sono fermato. Poi si è tirato indietro, mi ha fatto alzare e mi ha detto di spogliarmi. L’ho fatto, sentendomi nudo in tutti i sensi, con lui che mi guardava come se fossi un oggetto. “Girati e piegati sul tavolo”, ha ordinato. Ho obbedito, appoggiandomi al tavolo della cucina, con il cuore che mi esplodeva. Ha preso un preservativo dalla tasca, se l’è messo con calma, poi ho sentito le sue mani sulle mie chiappe, che mi allargavano. “Rilassati, altrimenti fa più male”, ha detto, ma il tono era freddo. Ha sputato, ho sentito il freddo sulla pelle, poi ha iniziato a spingere dentro, piano ma deciso. Ho stretto i denti, il dolore mi ha fatto vedere le stelle, ma ho resistito, perché lo volevo, perché avevo bisogno di sentirmi così, preso, usato. Si è mosso piano all’inizio, poi sempre più forte, con colpi secchi che mi facevano sbattere contro il tavolo. “Cazzo, sei stretto”, ha grugnito, e io riuscivo solo a gemere, un misto di dolore e piacere che mi mandava fuori di testa. L’odore di sudore, il rumore dei nostri corpi che sbattevano, tutto mi riempiva i sensi.
Poi si è fermato, è uscito e mi ha fatto girare. “In ginocchio, voglio finirti in bocca”. Mi sono abbassato di nuovo, con le gambe che mi tremavano. Ha tolto il preservativo, ha preso il telefono e ha iniziato a filmare. “Sorridi per la telecamera, puttanella”, ha detto ridendo. Mi sentivo umiliato, ma non ho detto niente, ho aperto la bocca e l’ho preso dentro di nuovo. Mi spingeva forte, fino in fondo, facendomi soffocare, con le lacrime agli occhi. “Bravo, ingoia tutto”, ha detto, e poi ho sentito il calore, il sapore amaro che mi riempiva la bocca, mentre lui gemeva forte. Non riuscivo a deglutire tutto, mi colava sul mento, ma lui continuava a filmare, ridendo. Alla fine ha messo via il telefono, si è tirato su i pantaloni e mi ha guardato dall’alto. “Sparisci, ho finito. Non chiamarmi più”. Mi ha lasciato lì, in ginocchio, con il sapore di lui ancora in bocca, mentre chiudeva la porta dietro di sé.
Sono rimasto fermo per un po’, con la vergogna che mi bruciava dentro, ma anche una strana soddisfazione. Mi sono alzato, mi sono pulito, ho buttato via tutto quello che potevo. So che non dovrei sentirmi così, so che è stato una merda, ma una parte di me vuole rifarlo. Non so cosa c’è di sbagliato in me, ma è così.
