Racconti Piccanti
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La doccia dopo la partita

La doccia dopo la partita

23 Marzo 2026·10 min di lettura

Sono le otto e mezza di sera, e il campo di calcio è ormai deserto. L’allenamento è finito da una ventina di minuti, ma io, Matteo, sono ancora nello spogliatoio. Ho 22 anni, gioco come terzino in una squadra dilettante, e stasera mi sono attardato apposta. Non è la prima volta. Dopo le partite o gli allenamenti, trovo sempre una scusa per rimanere indietro: una scarpa da sistemare, il telefono che non trovo, un messaggio da mandare. La verità è che ho paura di fare la doccia con gli altri. Non è per il loro sguardo o per le battute stupide che volano tra i compagni. È per me. Per quello che mi succede quando vedo i corpi nudi, il vapore che sale, l’acqua che scorre sulla pelle. Mi si indurisce, e non so perché. O meglio, lo so, ma non voglio saperlo. Mi fa sentire sbagliato, sporco. Così aspetto che lo spogliatoio si svuoti, che resti solo il silenzio e l’odore di sudore misto a sapone.

Stasera, però, non sono solo. Davide è ancora qui. Ha 23 anni, è il nostro centravanti, un tipo alto e magro, con i capelli mossi sempre spettinati e un sorriso che sembra dire “non me ne frega niente di quello che pensi”. È apertamente bisessuale, lo sanno tutti in squadra, e non fa mistero di niente. Racconta delle sue storie, sia con ragazze che con ragazzi, come se stesse parlando del meteo. A volte ci scherza sopra con noi, ma senza mai spingersi troppo. È uno di quelli che sa come non far pesare le cose. Eppure, ogni volta che lo vedo nello spogliatoio, che gli guardo le spalle larghe o le gambe definite, sento qualcosa nello stomaco. Un misto di curiosità e vergogna che mi fa abbassare lo sguardo e stringere i denti.

Sono davanti al mio armadietto, con l’asciugamano legato in vita, e sto cercando di fare in fretta. Mi sono già tolto la divisa sporca di fango, e l’odore di erba e sudore mi è rimasto addosso. Sento l’acqua delle docce scrosciare: Davide è là dentro. Mi ha detto, mentre gli altri uscivano, che doveva lavarsi con calma perché aveva i capelli pieni di terra dopo una scivolata. Io ho borbottato un “ok” e mi sono girato dall’altra parte, sperando che finisse presto. Voglio fare la doccia e andarmene senza che lui mi veda. Senza che succeda niente di strano.

“Ehi, Matteo, che fai ancora lì impalato? Vieni a lavarti o vuoi restare puzzolente tutta la notte?” La sua voce arriva dall’angolo delle docce, leggera, con quel tono scherzoso che usa sempre. Mi irrigidisco. Non voglio rispondere, ma non posso nemmeno ignorarlo.

“Arrivo, dammi un secondo,” dico, cercando di sembrare tranquillo. Mi passo una mano tra i capelli corti, neri, ancora appiccicati dalla fatica. Mi guardo allo specchio vicino agli armadietti: ho la faccia stanca, gli occhi verdi che sembrano più piccoli del solito, e una barba di un paio di giorni che mi fa sembrare più vecchio. Sono alto, ben messo, con le spalle larghe da anni di allenamenti, ma in questo momento mi sento un ragazzino impacciato. Prendo il sapone e mi dirigo verso le docce, con l’asciugamano che mi stringe i fianchi come una corazza.

Le docce sono un rettangolo di piastrelle bianche, con quattro soffioni su ogni lato. Il vapore riempie l’aria, e l’odore di bagnoschiuma al limone è forte. Davide è sotto uno dei getti, con l’acqua che gli scorre lungo la schiena. Ha la testa piegata indietro, si sta sciacquando i capelli, e non posso fare a meno di notare il modo in cui i muscoli delle sue braccia si muovono mentre si strofina la nuca. Mi giro subito verso un altro soffione, a qualche metro da lui, e apro l’acqua. È calda, quasi bollente, e mi brucia la pelle, ma è quello che mi serve per distrarmi. Mi insapono in fretta, con movimenti meccanici, evitando di guardarlo. Ma lo sento. Sento il suo sguardo su di me, o forse è solo la mia testa che mi gioca brutti scherzi. E poi, merda, succede. Sento quel calore familiare tra le gambe, quella tensione che cresce senza che io possa controllarla. Stringo i denti e mi concentro sul sapone, sulle bolle che mi scivolano lungo le braccia, ma non serve a niente. Sono duro, e l’asciugamano non c’è più a coprirmi.

“Ehilà, il terzo tempo è iniziato senza invito?” La voce di Davide mi colpisce come una palla in faccia. Mi giro di scatto, con il cuore che mi batte all’impazzata, e lo vedo che sorride. Non è un sorriso cattivo, né di scherno. È il suo solito modo di fare, come se stesse commentando un gol sbagliato durante l’allenamento. È appoggiato con una spalla alle piastrelle, con l’acqua che gli gocciola dai capelli sulla fronte, e mi guarda senza imbarazzo.

“Che cazzo dici?” rispondo, con la voce che mi trema. Mi giro di nuovo verso il muro, con le mani che si muovono più in fretta per sciacquarmi. Vorrei sparire, sprofondare sotto le piastrelle, ma non posso. Sento le guance che mi bruciano, e non è solo per l’acqua calda.

“Tranquillo, Matteo, non c’è niente di male. Succede a tutti,” dice lui, con un tono più basso, quasi serio. Sento i suoi passi sulle piastrelle bagnate, e il cuore mi sale in gola. Si è avvicinato. È a un metro da me, lo so senza nemmeno guardarlo. “Non devi vergognarti, davvero.”

“Non mi sto vergognando,” mento, con la voce rauca. Ma lo sto facendo. Mi vergogno da morire. Vorrei dirgli di andarsene, di lasciarmi in pace, ma non ci riesco. C’è una parte di me, piccola ma insistente, che vuole che resti. Che vuole sapere cosa succede se non lo caccio via.

Non dico niente per un po’, e nemmeno lui. L’unico rumore è quello dell’acqua che scorre e del mio respiro pesante. Poi sento la sua mano sfiorarmi la spalla. È un tocco leggero, quasi accidentale, come se volesse solo attirare la mia attenzione. Ma mi fa sobbalzare. Mi giro di scatto, e ci troviamo faccia a faccia. I suoi occhi marroni sono tranquilli, ma c’è qualcosa dentro, una scintilla che non so decifrare. Il suo corpo è vicino, troppo vicino. Posso vedere le gocce d’acqua che gli scivolano sul petto, le vene sulle sue braccia, il tatuaggio di una rosa che ha sul fianco destro.

“Matteo, guarda che non mordo,” dice, con un mezzo sorriso. “A meno che non me lo chiedi.”

Non so se ridere o incazzarmi. La mia testa è un casino. Vorrei spingerlo via, ma le mie mani non si muovono. Resto lì, con l’acqua che mi batte sulla schiena, e sussurro qualcosa che non avrei mai pensato di dire: “Non l’ho mai fatto… con un maschio.”

Lo dico piano, quasi sperando che non mi senta. Ma lui mi sente eccome. Il suo sorriso si spegne per un attimo, sostituito da uno sguardo più serio, più attento. “Non c’è niente di sbagliato in questo,” dice, e la sua voce è ferma, come se volesse farmi capire che non sta scherzando. “Se vuoi provare, sono qui. Se non vuoi, nessun problema. Ma non devi sentirti in colpa per quello che desideri.”

Le sue parole mi colpiscono come un pugno. Non so cosa rispondere. La vergogna mi brucia dentro, ma c’è anche qualcos’altro. Una voglia che non riesco più a ignorare. Lo guardo, e per la prima volta non abbasso gli occhi. Lui si avvicina ancora, lentamente, dandomi tutto il tempo di fermarlo. Ma non lo faccio. Mi sfiora il viso con una mano, le sue dita bagnate mi accarezzano la guancia, poi scendono verso il collo. Chiudo gli occhi, e il suo respiro caldo mi sfiora la pelle un attimo prima che le sue labbra si posino sul mio collo. È un bacio leggero, quasi dolce, ma mi fa tremare. Sento il suo corpo contro il mio, la sua pelle bagnata che scivola sulla mia, e non riesco a pensare a nient’altro.

“Dimmi se vuoi che mi fermo,” sussurra, con la bocca ancora vicina al mio orecchio. La sua voce è calma, ma c’è una tensione che non riesco a ignorare. Non rispondo, ma non mi sposto. Le sue mani scendono lungo le mie braccia, poi si posano sui miei fianchi. Mi tira verso di sé, e sento la sua eccitazione contro la mia. È tutto troppo reale, troppo veloce, ma non voglio che si fermi. Non ancora.

Mi bacia di nuovo, stavolta sulla bocca. È un bacio lento, profondo, con l’acqua che ci bagna il viso e mi entra negli occhi. Le sue labbra sanno di sapone e di qualcosa di più forte, di lui. Ricambio il bacio, goffo all’inizio, ma poi più sicuro. Le sue mani esplorano il mio corpo, scendono sulla mia schiena, mi stringono il culo con una forza che mi fa sobbalzare. Io faccio lo stesso, tocco le sue spalle, i suoi fianchi, sentendo i muscoli sotto le dita. Non so cosa sto facendo, ma non mi importa. È come se il mio corpo sapesse cosa vuole, anche se la mia testa è ancora un disastro.

“Sei sicuro?” mi chiede, staccandosi per un attimo. Mi guarda negli occhi, e vedo che non sta scherzando. Vuole davvero sapere se sto bene con tutto questo.

“Sì,” rispondo, con la voce che mi trema. “Vai avanti.”

Lui annuisce, poi mi spinge contro le piastrelle fredde della parete. Il contrasto con l’acqua calda mi fa rabbrividire. Si inginocchia davanti a me, e il cuore mi batte così forte che penso stia per esplodermi. Mi guarda dal basso, con quel sorriso che mi fa incazzare e desiderare allo stesso tempo. “Rilassati,” dice, prima di prendermi in bocca. La sensazione è assurda, un misto di calore e pressione che mi fa stringere i pugni contro il muro. Chiudo gli occhi e lascio che faccia quello che vuole. La sua lingua si muove lenta, poi più veloce, e io non riesco a trattenere i gemiti. Mi mordo il labbro, ma non serve a niente.

“Ti piace, eh?” dice, alzandosi per un attimo. La sua voce è roca, e il suo sguardo è pieno di desiderio. Non rispondo, ma non serve. Lo sa già. Mi bacia di nuovo, e il sapore di me sulla sua bocca mi fa girare la testa.

Poi si rialza del tutto, mi fa girare con una spinta decisa ma non violenta. “Appoggiati al muro,” ordina, e io lo faccio senza pensarci. Sento le sue mani sui miei fianchi, poi una pressione che mi fa trattenere il respiro. “Rilassati, ci vado piano,” dice, e la sua voce è più dolce ora, quasi rassicurante. Ma non c’è niente di dolce nel modo in cui si muove dentro di me. È lento all’inizio, ma poi il ritmo diventa più duro, più crudele. Ogni spinta mi fa sbattere contro le piastrelle, e il dolore si mischia a un piacere che non ho mai provato prima. Mi aggrappo al muro con le unghie, poi alle sue spalle, cercando qualcosa a cui tenermi. Sento le lacrime che mi bruciano gli occhi, non so se per la vergogna o per l’intensità di tutto questo. Ma non voglio che si fermi.

“Dimmi se vuoi fermarti, ok?” dice, con il fiato corto. La sua voce è tesa, ma c’è una preoccupazione vera. Si ferma per un attimo, aspettando la mia risposta.

“Non ti fermare, cazzo,” ringhio, con la voce spezzata. E lui non si ferma. Riprende a muoversi, più forte, più veloce, e io non riesco più a controllare niente. I gemiti mi sfuggono dalla bocca, e non me ne frega niente se qualcuno ci sente. L’acqua continua a scorrere su di noi, lava via il sudore, le lacrime, tutto. Sento il suo respiro sul mio collo, i suoi grugniti bassi mentre spinge, e il mio corpo che trema sotto di lui.

“Sto per venire, Matteo,” dice, con la voce rauca. E io annuisco, incapace di parlare. Pochi secondi dopo, vengo anch’io, urlando senza rendermene conto. È un’esplosione, un rilascio che mi fa tremare le gambe. Sento il suo calore dentro di me, poi il suo corpo che si rilassa contro il mio. Restiamo così per un po’, con l’acqua che ci bagna e il nostro respiro pesante che si mischia al rumore del getto.

Quando finalmente si stacca, mi giro a guardarlo. Siamo entrambi esausti, con l’acqua che ci gocciola dai capelli e il fiato corto. Lui mi sorride, un sorriso stanco ma sincero. “Stai bene?” chiede, e io annuisco, anche se non so se sto davvero bene o no. Non dico niente, e nemmeno lui. Ci sciacquiamo in silenzio, con l’acqua che lava via tutto quello che è appena successo. Ma dentro di me, so che qualcosa è cambiato. E per la prima volta, non mi sento sbagliato per questo.

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