Il maestro di musica (parte 4)
Erano passati quasi otto mesi dalla prima lezione.
Michele aveva 22 anni ormai, e la sua vita ruotava intorno a due cose: il pianoforte e Claudio.
Il ragazzo che una volta tremava davanti a un pubblico ora stava per tenere il suo primo concerto importante: un recital da solista nella sala piccola del Conservatorio, davanti a circa centocinquanta persone tra professori, studenti e critici. Era un’occasione cruciale per la sua carriera universitaria.
Claudio aveva preparato tutto con cura.
Due giorni prima del concerto, durante una lezione serale particolarmente lunga, Claudio gli aveva fatto un regalo “speciale”.
Dopo averlo scopato lentamente sul pianoforte per quasi un’ora, mentre Michele era ancora seduto su di lui con il cazzo dentro, Claudio gli aveva sussurrato all’orecchio:
«Per il concerto ho pensato a qualcosa di… motivante.»
Aveva preso da un cassetto un plug anale nero, di silicone medico, piuttosto spesso e con una base larga. Alla base era collegato un piccolo vibratore wireless.
«Lo indosserai durante tutto il concerto» aveva detto Claudio con quel suo sorriso calmo e affettuoso. «Io sarò in platea, con il telecomando in tasca. Ogni volta che sentirò che stai perdendo la concentrazione… ti darò un piccolo promemoria.»
Michele aveva protestato debolmente, rosso fino alle orecchie, ma Claudio lo aveva zittito con un bacio profondo e una spinta dal basso.
«Sarà il nostro segreto. E tu suonerai divinamente.»
La sera del concerto Michele era un fascio di nervi.
Indossava un elegante completo nero, camicia bianca e pantaloni slim che gli fasciavano perfettamente il culo. Sotto, infilato fino in fondo, c’era il plug. Claudio glielo aveva inserito personalmente un’ora prima, lubrificandolo con cura e baciandogli la schiena mentre lo spingeva dentro.
«Perfetto» aveva mormorato Claudio. «Ora sei pieno di me anche quando non ci sono.»
Michele salì sul palco alle 21:00 in punto. Il pubblico applaudì educatamente. Lui si sedette al pianoforte, sistemò lo sgabello e posò le mani sui tasti.
Il programma era impegnativo: Bach, Debussy, e come pezzo finale il difficile Studio Op. 10 No. 12 di Chopin (“La Rivoluzione”).
Le prime due esecuzioni andarono bene. Michele suonava con una sicurezza che non aveva mai avuto. Il plug era lì, pesante e costante, che gli ricordava a chi apparteneva realmente.
Poi, verso metà del Debussy, Claudio attivò il telecomando.
Un debole, ma insistente vibrazione partì dal plug, proprio contro la prostata.
Michele trattenne il fiato. Le dita gli tremarono per un secondo, ma riuscì a continuare. Il vibratore passò da una pulsazione lenta a una più intensa, poi si fermò.
Michele sentì il cazzo indurirsi nei pantaloni. Pregò che nessuno se ne accorgesse.
Claudio, seduto in terza fila, sorrideva tranquillo, il piccolo telecomando nascosto nella mano.
Durante il pezzo successivo il maestro alzò l’intensità. Il plug cominciò a vibrare con ritmo irregolare: brevi scariche forti alternate a vibrazioni continue. Michele sentiva il culo contrarsi intorno al silicone, la prostata che veniva massaggiata senza pietà. Il suo cazzo era ormai completamente duro, premuto contro il tessuto dei pantaloni.
Suonava con il respiro corto, le guance arrossate. Ogni tanto sbagliava una nota minuscola, e Claudio rispondeva aumentando l’intensità per “punirlo” dolcemente.
Quando arrivò all’ultimo pezzo — lo Studio rivoluzionario di Chopin — Michele era già al limite.
Le dita volavano sui tasti, il sudore gli colava lungo la schiena. Il plug vibrava a tutta potenza, con scosse forti e continue. Il piacere era insopportabile. Michele sentiva lo sperma accumularsi, il culo che pulsava, il cazzo che gocciolava dentro i boxer.
Claudio, dalla platea, non staccava gli occhi da lui. Ogni passaggio difficile veniva sottolineato da una vibrazione più aggressiva.
Michele arrivò all’ultima, frenetica sezione del brano. Le note esplodevano sotto le sue dita. Il plug vibrava senza sosta.
All’ultima nota, mentre premeva il tasto finale con forza, l’orgasmo lo travolse.
Venne violentemente, senza potersi toccare, schizzando fiotti densi di sperma dentro i boxer e sui pantaloni eleganti. Il culo gli si contraeva ritmicamente intorno al plug ancora vibrante. Michele riuscì a malapena a tenere le mani sui tasti, il corpo scosso da brividi.
Il brano finì.
Il pubblico esplose in un applauso caloroso.
Michele si alzò lentamente dallo sgabello, le gambe molli. Fece un piccolo inchino.
Fu allora che successe.
Mentre si raddrizzava per ringraziare il pubblico, la luce del palco lo illuminò perfettamente. Sui pantaloni neri, proprio all’altezza dell’inguine e lungo la coscia destra, si era formata una macchia evidente, scura e umida. Lo sperma aveva impregnato il tessuto sottile, creando una chiazza visibile che scendeva per diversi centimetri.
Qualcuno in prima fila se ne accorse. Poi un altro. Un mormorio stupito si diffuse tra il pubblico.
Michele rimase impietrito sul palco, il viso paonazzo, il cuore che batteva all’impazzata. L’applauso continuò, ma ora mescolato a sussurri e sguardi sorpresi.
Claudio, in platea, si alzò lentamente e cominciò ad applaudire con forza, un sorriso grande e soddisfatto sul viso. Nei suoi occhi c’era solo orgoglio… e un velo di malizia divertita.
Michele, con le gambe che tremavano e la macchia di sborra ben visibile sui pantaloni eleganti, fece un ultimo, goffo inchino e scese dal palco.
Dietro le quinte Claudio lo aspettava.
Lo prese tra le braccia con tenerezza, gli baciò la tempia sudata e gli sussurrò all’orecchio:
«Sei stato perfetto, amore mio. Hai suonato come non avevi mai suonato prima.»
Poi, con un tono basso e ironico, aggiunse:
«E hai lasciato un ricordo… indelebile al pubblico.»
Michele nascose il viso contro il petto di Claudio, mezzo morto di vergogna e mezzo euforico.
«Sei un bastardo…» mormorò.
Claudio rise piano, gli accarezzò la schiena e gli diede una leggera strizzata al culo ancora pieno del plug.
«Il mio bastardo preferito. E ora andiamo a casa… così ti tolgo questo coso e ti riempio come si deve.»
Michele, con la macchia di sperma ancora visibile sui pantaloni, si lasciò portare via dal maestro, sapendo che quella serata segnava solo l’inizio di una dipendenza ancora più profonda.
