Notti parigine (parte 2)
La sera dopo, il dormitorio sembrava lo stesso di sempre: luci basse, odore di pizza surgelata e sudore di maschi, il ronzio del frigo che faceva da sottofondo costante. Ma l’aria era diversa. Pesante. Nessuno aveva nominato la notte precedente, nessuno aveva fatto battute dirette, ma i silenzi erano carichi, gli sguardi si incrociavano un secondo di troppo.
Eravamo rientrati presto, verso le undici. Una serata tranquilla: cena da kebab in rue de Tolbiac, qualche birra in un bar con biliardo, risate forzate su aneddoti del corso. Nessuno aveva bevuto quanto la sera prima, come se tutti volessero restare lucidi. Tornati al dormitorio, ci siamo buttati sui letti, chi a scrollare il telefono, chi a fingere di studiare francese. Io mi ero infilato sotto le coperte con i boxer e una maglietta larga, fingendo di dormire. In realtà ascoltavo ogni rumore: il fruscio delle lenzuola, il respiro di qualcuno che si agitava, il clic del telefono che si spegneva.
Verso mezzanotte e mezza è stato Matteo a rompere il ghiaccio. Voce bassa, quasi un sussurro, ma abbastanza alta da arrivare a tutti.
«Ragazzi… non riesco a dormire. Continuo a ripensare a ieri.»
Silenzio. Poi Enrico, dal letto opposto:
«Anch’io. Cazzo, è stato… strano. Ma figo strano.»
Davide ha riso piano, nervoso.
«Strano sì. Però… Luca, tu come stai?»
Mi sono girato sul fianco, ho acceso la piccola abat-jour sopra il mio letto. La luce gialla ha illuminato i loro visi: tutti svegli, occhi aperti, corpi tesi sotto le lenzuola.
«Sto bene» ho detto, voce rauca. «Un po’… confuso. Ma non me ne pento.»
Fabio, il più diretto, si è seduto sul letto. Boxer neri, addominali che si contraevano.
«Nemmeno noi. Anzi… tipo, non era solo curiosità. Mi è piaciuto. Tantissimo.»
Paolo ha annuito piano.
«Anche a me. Non pensavo… cioè, sono etero, ma ieri… cazzo, la tua bocca…»
Enrico ha spento la luce principale, lasciando solo le abat-jour. L’atmosfera è diventata intima, quasi soffocante.
«Luca» ha detto Matteo, scendendo dal letto e venendo a sedersi sul bordo del mio materasso. «Se ti va… possiamo rifarlo. Ma stavolta… senza fila. Tipo, ognuno a turno, ma più… lento. Più… intimo.»
Ho sentito il cuore accelerare. Umiliazione della sera prima mista a qualcosa di nuovo: desiderio reciproco, quasi tenerezza. Ho annuito.
«Ok. Ma stavolta… voglio che mi tocchiate anche voi. Non solo la bocca.»
Enrico ha sorriso, un po’ predatore.
«Affare fatto, principessa.»
Si sono avvicinati tutti. Non in fila stavolta: un cerchio lento intorno al mio letto. Mi hanno fatto sdraiare sulla schiena, lenzuola tirate via. Matteo per primo: si è chinato, mi ha baciato il collo piano, lingua che tracciava linee umide fino all’orecchio. «Sei bellissimo quando sei vulnerabile» ha sussurrato. Le sue mani mi hanno accarezzato il petto, pizzicando i capezzoli leggeri. Ho gemuto piano.
Davide si è messo ai piedi del letto, mi ha abbassato i boxer piano. Il mio cazzo era già duro, gocciolante. Ha preso in mano, segandomi lento mentre guardava gli altri.
«Guardate come è eccitato… ieri era solo la bocca, oggi vuole tutto.»
Enrico si è inginocchiato accanto a me, mi ha preso il viso tra le mani e mi ha baciato. Lingua profonda, possessiva. «Apri la bocca, Luca. Stavolta ti scopo la gola mentre loro ti toccano.»
Ho aperto. Lui è entrato piano, spingendo centimetro dopo centimetro. Gola che si apriva, lacrime agli occhi, ma non ho resistito. Fabio e Paolo mi hanno preso le mani, se le sono messe sui loro cazzi duri. Li ho segati mentre Enrico pompava piano nella mia bocca, ritmo controllato.
Matteo si è chinato tra le mie gambe, ha leccato le palle, poi ha preso il mio cazzo in bocca. La sensazione è stata elettrica: succhiato da lui mentre succhiavo Enrico. Ho gemuto forte intorno al cazzo in gola, vibrazione che ha fatto grugnire Enrico.
«Cazzo sì… senti come vibra quando glielo succhiano…»
Hanno cambiato. Uno dopo l’altro. Ognuno ha avuto il suo turno in bocca, ma stavolta mi toccavano: mani sul petto, sulle cosce, dita che sfioravano il buco del culo senza entrare, solo stuzzicando. Mi dicevano cose sporche ma con un tono diverso: non solo umiliazione, ma desiderio.
«Sei così stretto… domani ti prepariamo il culo, eh?»
«Guarda come trema quando glielo succhiamo… gli piace da morire essere al centro.»
«Brava troietta… ma la nostra troietta.»
Sono venuti uno alla volta, non tutti in faccia stavolta. Davide mi ha sborrato in bocca, mi ha fatto ingoiare guardando negli occhi. Enrico sul petto. Matteo sulle cosce. Paolo e Fabio sulle mani, mentre io mi segavo veloce e venivo anch’io, schizzi che si mischiavano ai loro.
Ci siamo accasciati tutti sul mio letto stretto, corpi sudati, appiccicosi, respiri pesanti. Nessuno si è mosso per un pezzo. Matteo mi ha accarezzato i capelli, piano.
«Grazie, Luca. Non pensavo… che potesse essere così.»
Enrico ha riso basso.
«Domani sera… proviamo il culo?»
Ho annuito, esausto ma eccitato al pensiero.
«Domani sera.»
Abbiamo dormito tutti ammucchiati, un groviglio di braccia e gambe. La mattina dopo, caffè, sorrisi complici, nessuna parola di troppo. Ma sapevamo tutti che il mese a Parigi era appena iniziato. E che le notti successive sarebbero state ancora più intense.
