Racconti Piccanti
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Voglio il tuo culo, ragazzino

Voglio il tuo culo, ragazzino

06 Marzo 2026·7 min di lettura

Sono Luca, ho ventun anni, e questo weekend mi sta proprio sul cazzo. Mia sorella mi ha trascinato a casa del suo fidanzato, Paolo, un tipo di ventinove anni che mi dà sui nervi. Non è che mi tratti male, eh, ma ha questo modo di fare da strafottente, mi prende in giro di continuo con battutine da due soldi, mi chiama “bambino” o “moccioso” con un ghigno che mi fa venir voglia di tirargli un pugno. Però, cazzo, c’è qualcosa in lui che mi manda in confusione. È grosso, muscoloso, con una mascella che sembra scolpita e un modo di guardarti che ti fa sentire piccolo. Non so perché, ma a volte mi sorprendo a fissarlo e a immaginarmi cose che non dovrei.

Siamo a casa sua, un appartamento disordinato con bottiglie di birra sparse ovunque e un divano che puzza di fumo. È sabato sera, e mia sorella doveva restare con noi, ma la sua migliore amica ha avuto una crisi di qualche tipo e lei è corsa via, lasciandomi solo con questo stronzo. “Trattalo bene, Paolo,” gli ha detto prima di uscire, e lui ha riso, rispondendo: “Tranquilla, gli faccio da babysitter.” Io ho alzato gli occhi al cielo, ma dentro di me sentivo un misto di fastidio e… non lo so, un formicolio strano.

Ci sediamo sul divano con un paio di birre, la TV accesa su un film di merda che nessuno guarda davvero. Paolo inizia a fare lo scemo come al solito, mi sfotte perché non reggo l’alcol, dice che sono un pivello che non sa nemmeno bere. “Dai, moccioso, fai vedere che hai le palle,” mi stuzzica, passandomi un’altra bottiglia. Io la prendo e bevo un sorso lungo, solo per dimostrargli che non sono un ragazzino. Ma più bevo, più sento la testa leggera, e lui lo vede. Ride, tira fuori una canna dalla tasca e me la sventola davanti. “Questa ti manda fuori, bambino. Vuoi provare o hai paura?”

Non ho mai fumato in vita mia, e so che dovrei dire di no, ma non voglio dargli soddisfazione. “Dammela,” gli dico, cercando di sembrare sicuro. Lui sogghigna, me l’accende e me la passa. Tiro una boccata, tossisco come un idiota, e lui scoppia a ridere. “Piano, cazzo, non è una sigaretta.” Dopo un paio di tiri, però, sento la testa girare, tutto diventa ovattato, e mi rendo conto che non ho più filtri. Le cose che penso, le dico. Le cose che voglio, le faccio.

Siamo seduti vicini, troppo vicini, e io inizio a guardarlo in modo diverso. Sento il calore del suo corpo, l’odore di birra e fumo che gli esce dalla bocca. “Che cazzo hai da fissare?” mi chiede, con quel tono da bullo che mi fa incazzare e eccitare allo stesso tempo. Non so cosa mi prende, ma gli metto una mano sulla gamba, vicino al ginocchio, e lo guardo dritto negli occhi. “Niente, sto solo… pensando,” balbetto, con la voce un po’ impastata. Lui scosta la mia mano, ma non si sposta. “Che cazzo fai, frocio? Stai scherzando, vero?” dice, ma nei suoi occhi vedo qualcosa, un lampo, come se ci stesse pensando sul serio.

Non so perché, ma insisto. Mi avvicino ancora, gli sfioro il braccio con le dita, sento i muscoli tesi sotto la maglietta. “Non sto scherzando,” sussurro, e il cuore mi batte così forte che sembra voler uscire dal petto. Ho paura che mi tiri un cazzotto, ma sono troppo fatto per fermarmi. Paolo mi guarda, poi scoppia a ridere, una risata cattiva. “Cazzo, sei proprio un finocchio, eh? Vuoi che ti scopi, è questo?” Io non rispondo, ma il mio silenzio dice tutto. Dentro di me c’è una battaglia: una parte vuole scappare, un’altra vuole che lui mi prenda e mi faccia suo.

A un certo punto, si avvicina lui. Mi mette una mano sul collo, stringe un po’, non troppo forte, ma abbastanza da farmi capire chi comanda. “Se vuoi giocare, giochiamo,” dice, con la voce bassa, quasi un ringhio. Mi tira verso di sé, e sento le sue labbra sfiorarmi il collo, ruvide e calde. Mi morde piano la pelle, e io gemo senza volerlo. “Ti piace, eh, troietta?” mi sussurra all’orecchio, e quelle parole mi fanno rabbrividire. Lo odio, ma lo voglio. Le sue mani scendono, mi sollevano la maglietta, mi toccano il petto, i capezzoli, pizzicandoli fino a farmi male. “Cazzo, Paolo,” dico, con la voce tremante, ma lui non si ferma. Mi spinge indietro sul divano, si mette sopra di me, e sento il suo peso che mi schiaccia. Mi bacia il collo, poi scende, mi lecca il petto, mi morde un capezzolo, e io mi contorco sotto di lui, con il cazzo già duro nei pantaloni.

“Dammi un secondo,” dico, cercando di riprendere fiato, ma lui non mi ascolta. Mi slaccia i jeans con gesti bruschi, me li tira giù insieme alle mutande, e me le strappa via con un movimento secco. “Apri la bocca, puttanella,” ordina, e prima che possa dire qualcosa, me le infila dentro, soffocandomi con il tessuto. Mi guarda con un ghigno sadico, e io non so se voglio urlare o lasciarlo fare. Mi gira di forza, mi mette a pancia in giù sul divano, con il culo in aria. Sento le sue mani che mi afferrano le chiappe, le allargano, e poi la sua lingua, cazzo, la sua lingua che mi lecca lì, in un posto dove nessuno mi ha mai toccato. Gemo nel tessuto delle mutande, con la saliva che mi cola dagli angoli della bocca. È umiliante, ma mi sta facendo impazzire. Mi lecca a lungo, con movimenti lenti, poi veloci, infilando la lingua dentro, e io mi muovo contro di lui, senza vergogna.

Dopo un po’, si tira indietro, e sento il rumore della sua cintura che si slaccia, i pantaloni che cadono a terra. “Adesso vediamo quanto lo vuoi, frocio di merda,” dice, e io sento qualcosa di freddo, probabilmente lubrificante, che mi cola sul culo. Con un dito, poi due, mi prepara, spingendo dentro senza troppa gentilezza. Fa male, ma c’è anche piacere, un piacere strano, profondo. “Rilassati, cazzo, o ti faccio male sul serio,” mi avverte, e io cerco di obbedire, ma sono teso come una corda.

Poi lo sento, il suo cazzo, duro e grosso, che preme contro di me. “Pronto o no, adesso ti sfondo,” ringhia, e spinge dentro con un colpo secco. Urlo nel tessuto, il dolore è acuto, ma lui non si ferma. Si ritira un po’, poi spinge di nuovo, più a fondo, con un ritmo lento ma deciso. Ogni colpo mi fa tremare, lo sento che mi riempie, che mi spacca, e il dolore si mescola a un piacere che non ho mai provato. “Ti piace, eh, troia? Prendilo tutto,” mi sussurra all’orecchio, con la voce roca, mentre mi scopa con colpi ritmici, profondi, battendo contro il mio culo con un rumore secco, quasi animalesco. L’odore di sudore, di sesso, mi riempie le narici, e i suoi gemiti, i suoi insulti, mi fanno perdere la testa. “Sei il mio cazzo di giocattolo, capito? Un buco da riempire,” dice, e ogni parola mi umilia, ma mi eccita da morire. Mi afferra i fianchi con forza, le sue dita che affondano nella carne, e accelera, scopandomi così forte che il divano cigola sotto di noi.

Non so quanto dura, ma sembra un’eternità. Ogni tanto rallenta, si ferma dentro di me, mi fa sentire quanto è duro, poi riprende, alternando colpi lenti e profondi a spinte brutali. Io sono un disastro, gemo, sbavo, il mio cazzo sfrega contro il tessuto del divano e sto per venire senza nemmeno toccarmi. “Vieni, troietta, fammi vedere quanto ti piace,” mi ordina, e con un ultimo colpo violento, esplodo, tremando sotto di lui. Poco dopo, lo sento irrigidirsi, un grugnito profondo gli esce dalla gola, e si svuota dentro di me, caldo e appiccicoso.

Quando si tira fuori, crollo sul divano, con il fiato corto e il corpo che trema ancora. Lui si alza, si riveste senza dire una parola, poi mi guarda con un sorrisetto. “Non male per un moccioso,” dice, accendendosi una sigaretta. Io resto lì, mezzo nudo, con il cuore che batte ancora all’impazzata. Non so cosa provo, ma di sicuro non rimpiango niente. Mi alzo piano, mi rivesto, e ci guardiamo senza parlare. La serata non è finita, e qualcosa mi dice che non sarà l’ultima volta.

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