Umiliato dal figlio del mio capo (parte 3)
Non so come ci sono arrivato, ma eccomi qui. Un hotel di lusso nel cuore di Milano, il pavimento di marmo freddo sotto le mie ginocchia, il brusio di voci sconosciute che mi circonda. L’aria sa di profumi costosi e di champagne, ma tutto quello che riesco a percepire è il battito del mio cuore che mi martella nel petto. Sono al centro di una suite privata al ventitreesimo piano, una di quelle stanze che trasudano opulenza con specchi enormi alle pareti, divani di pelle nera e finestre che mostrano lo skyline illuminato. Ma non sono qui per ammirare il panorama. Sono qui perché Christian me l’ha ordinato. E io, come sempre, ho obbedito.
È l’ultima prova, me l’ha detto con quel suo sorrisetto storto mentre mi spiegava cosa sarebbe successo stasera. “Voglio vedere fino a dove sei disposto ad andare, Tiziano. Davanti a tutti. Sai qual è il tuo posto, no?” Le sue parole mi risuonano ancora nella testa mentre guardo la piccola folla attorno a me. Sono una decina, forse di più, uomini e donne che Christian ha invitato a questa “festa privata”. Li conosco appena di vista, sono amici suoi, probabilmente altri figli di papà o modelle che ha rimorchiato in qualche club. Ridono, bevono, mi guardano con una curiosità morbosa. Sanno cosa sta per succedere. E io, a 43 anni, con i capelli brizzolati e la schiena che già mi fa male, sono in ginocchio al centro della stanza, con una camicia stropicciata e i pantaloni che mi stringono troppo.
Christian è dall’altra parte della stanza, impeccabile come sempre. La sua camicia bianca è aperta sul petto, i capelli scuri perfettamente in ordine, e tiene in mano un flute di champagne mentre parla con una ragazza dai tacchi vertiginosi. Mi guarda di tanto in tanto, e ogni volta i suoi occhi scuri mi trapassano. Sta giocando, lo so. Sta aspettando il momento giusto per iniziare lo spettacolo. E io, maledizione, non vedo l’ora. Non dovrei, ma lo voglio. Lo voglio così tanto che mi tremano le mani.
“Ehi, Tiziano,” mi chiama a un tratto, alzando la voce quel tanto che basta per attirare l’attenzione di tutti. “Vieni qua. Ho i piedi che mi fanno un po’ male dopo tutto questo stare in piedi. Sai cosa fare.” Il tono è beffardo, ma c’è un’ombra di comando che mi colpisce dritto allo stomaco. Alcuni degli invitati ridacchiano, altri si scambiano sguardi curiosi. Io deglutisco a fatica, il viso che mi brucia per l’imbarazzo, ma mi alzo e cammino verso di lui. Ogni passo sembra pesare come un macigno.
Quando gli sono davanti, mi guarda dall’alto in basso, poi si siede su un divano con una calma esasperante, incrociando le gambe. “In ginocchio,” dice semplicemente, senza nemmeno guardarmi in faccia. Lo faccio. Mi inginocchio sul pavimento freddo, e il silenzio nella stanza si fa più pesante. Sento gli occhi di tutti su di me, ma non ho il coraggio di alzare lo sguardo. Christian si toglie una scarpa, poi l’altra, con movimenti lenti, quasi teatrali. I suoi piedi sono lì, a pochi centimetri da me, la pelle liscia e curata, un vago odore di sudore misto a cuoio che mi arriva dritto al cervello. “Forza, vecchio. Non farmi aspettare,” mormora, e la sua voce ha quel tono che mi fa tremare dentro.
Mi chino in avanti, il cuore che mi esplode nel petto. La mia bocca si avvicina al suo piede, e il primo contatto con la sua pelle è un colpo. È calda, leggermente umida, il sapore salato mi invade subito. Non penso, non posso pensare. Inizio a leccare, lentamente, sentendo la consistenza della pianta sotto la lingua, il leggero ruvido delle dita. Sento un paio di risate soffocate nella stanza, ma non mi fermo. Non posso. Ogni movimento mi fa affondare di più in questo abisso, e mentre la mia lingua scorre sul suo arco plantare, Christian sospira in modo ostentato, come se fosse un re che riceve un omaggio. “Bravo, Tiziano. Proprio così. Sai qual è il tuo posto,” dice, e quelle parole mi bruciano dentro, ma mi spingono a continuare.
Alzo gli occhi per un istante e lo vedo nello specchio di fronte al divano. La mia immagine riflessa è patetica: un uomo di mezza età, curvo, con il viso arrossato e la bocca attaccata ai piedi di un ragazzo che potrebbe essere mio figlio. E lui, Christian, seduto come un imperatore, che mi guarda con quel sorriso soddisfatto. Ma non è finita. “Alzati un attimo,” mi ordina, e io obbedisco, confuso. Si volta verso la ragazza con cui parlava prima, una brunetta con un vestito aderente che le arriva appena sopra le cosce. “Vieni qua, tesoro. Voglio farti vedere una cosa,” le dice, e lei si avvicina con un sorriso malizioso.
“Tiziano, spogliati. Solo i pantaloni, per ora,” dice, senza nemmeno guardarmi. La mia mente vacilla per un secondo, ma le mie mani si muovono da sole. Slaccio la cintura, faccio scendere i pantaloni fino alle caviglie, restando in boxer davanti a tutti. La vergogna mi divora, ma c’è anche qualcos’altro, una pulsazione che mi stringe lo stomaco. La ragazza ride piano, coprendosi la bocca con una mano, mentre Christian le sussurra qualcosa all’orecchio. Poi si gira verso di me. “Torna giù. E stavolta fai vedere a tutti quanto ti piace,” dice, indicando i suoi piedi con un cenno.
Mi inginocchio di nuovo, il pavimento che mi morde le ginocchia, e riprendo da dove avevo lasciato. La mia lingua si muove più veloce ora, scivolando tra le sue dita, sul tallone, mentre il suo odore mi riempie i polmoni. Sento il respiro di Christian che si fa più pesante, ma non per il motivo che potreste pensare. È eccitato dal controllo, dal vedermi così, umiliato davanti a tutti. E io, maledetto me, lo sono altrettanto. Ogni leccata, ogni suono umido che faccio, ogni risata che sento nella stanza mi fa sentire più vivo di quanto non lo sia stato da anni.
“Basta così,” dice a un tratto, tirando via il piede. Si alza, torreggiando sopra di me, e si sbottona i pantaloni con una calma che mi fa impazzire. “Vieni più vicino,” mi ordina, e io mi avvicino, il viso a pochi centimetri dal suo inguine. Non c’è bisogno che dica altro. So cosa vuole. Gli altri nella stanza sono un misto di risate, sussurri e sguardi avidi. Qualcuno ha persino tirato fuori il telefono per riprendere, ma Christian non sembra curarsene. Tira fuori il suo membro, già duro, e me lo avvicina. “Apri la bocca, Tiziano. Fammi vedere quanto sei bravo,” dice con quella voce che mi trafigge.
Obbedisco. La mia bocca si chiude attorno a lui, il calore e la consistenza che mi invadono subito. È grosso, più di quanto mi aspettassi, e il sapore è forte, salato, con un retrogusto che non riesco a descrivere. Inizio a muovermi, la testa che va avanti e indietro, mentre le sue mani si posano sui miei capelli, guidandomi senza troppa gentilezza. “Così, vecchio. Più forte,” ringhia, e io accelero, sentendo i muscoli della mia mandibola che bruciano. Il suono che faccio è osceno, umido, e si mescola al brusio della stanza. Sento il suo respiro che si fa irregolare, i suoi fianchi che spingono contro di me, e so che sta per raggiungere il limite.
Ma non mi lascia finire. Si tira indietro di colpo, lasciandomi ansimante e confuso. “Non ancora,” dice con un sorriso crudele. Si gira verso la ragazza, che nel frattempo si è seduta sul divano accanto a noi, le gambe accavallate in modo provocante. “Vieni qua, tesoro. Facciamo vedere a tutti come si fa,” le dice, e lei si alza, lasciandosi cadere in ginocchio accanto a me. La scena che segue è un turbine. Christian si siede di nuovo, e io e lei ci alterniamo, le nostre bocche che lavorano su di lui mentre lui ci guarda con quell’aria da padrone del mondo. La mia lingua tocca la sua, il sapore di lui che ci unisce in questo gioco malato, e io non so più dove finisco io e dove inizia la vergogna.
Quando finalmente si lascia andare, è un’esplosione. Il calore mi colpisce il viso, la gola, e io ingoio senza pensare, mentre la ragazza ride piano e si pulisce con il dorso della mano. Christian ansima, ma non perde il controllo nemmeno per un secondo. “Bravi, tutti e due. Ma non è finita,” dice, tirandosi su i pantaloni. “Tiziano, sdraiati a terra. Subito.”
Mi sdraio, il marmo freddo che mi morde la schiena attraverso la camicia. Christian si mette sopra di me, un piede sul mio petto, e tira fuori il telefono. “Sorridi, vecchio. Questo è il gran finale,” dice, scattando la foto. Nello specchio sopra di noi vedo tutto: io, sdraiato, umiliato, con il viso arrossato e sporco; lui, trionfante, che mi calpesta come se fossi niente. La stanza esplode in risate e applausi, e io, per la prima volta, non sento più niente. Nessuna vergogna, nessun rimpianto. Solo una strana, oscura liberazione.
Mentre tutti si allontanano, Christian si china su di me e mi sussurra all’orecchio: “Hai fatto bene, Tiziano. Forse ti richiamerò, chissà.” Poi si allontana, lasciandomi lì, sul pavimento, con il sapore di lui ancora in bocca e l’immagine di quello scatto che mi brucia nella testa. So che non tornerò indietro. Non voglio tornare indietro.
