La tuta nera
Mi chiamo Gianluca, ho ventun anni e studio economia in una delle università più prestigiose della città. Non sono mai stato il tipo che si accontenta di passare inosservato. Voglio il meglio, sempre. E quando ho sentito parlare dei “Lupi”, un gruppo universitario d’élite che conta solo i più tosti, i più determinati, quelli che comandano davvero tra aule e corridoi, ho capito che dovevo entrarci. Non solo per il prestigio, ma perché essere uno di loro significa avere accesso a contatti, opportunità e potere che altrimenti non vedresti neanche col binocolo. Il problema è che per entrare non basta un curriculum impeccabile o un bel sorriso. Devi passare il loro rito d’iniziazione. E io lo sapevo, fin dall’inizio, che non sarebbe stato una passeggiata.
Era un venerdì sera quando mi hanno contattato. Un messaggio sul telefono, breve e diretto: “Se vuoi essere dei nostri, presentati stasera alle 23 al magazzino dietro il campus. Non fare domande. Vieni da solo.” Firmato semplicemente “I Lupi”. Non ci ho pensato due volte. Ero nervoso, certo, ma anche eccitato. Non avevo idea di cosa mi aspettasse, ma ero pronto a tutto. O almeno, così credevo.
Arrivato al magazzino, un edificio fatiscente e isolato, ho trovato una porta socchiusa. Dentro, una ventina di ragazzi e ragazze, tutti membri del gruppo, mi fissavano in silenzio. L’aria puzzava di birra e sudore, e c’era una tensione che mi faceva venire i brividi. Al centro della stanza, tre figure spiccavano sopra le altre. Li conoscevo di fama: Matteo, il leader, un tipo alto e muscoloso con una mascella squadrata e uno sguardo che ti trapassa; Lorenzo, più magro ma con un’aria da psicopatico, sempre con un ghigno sul volto; e Davide, il più silenzioso, ma con un fisico da palestra che parlava da solo. Erano loro i capi, i tre che decidevano tutto.
“Sei puntuale, Gianluca. Bene,” ha detto Matteo, con una voce profonda, incrociando le braccia. “Sai perché sei qui?”
Ho annuito, cercando di sembrare sicuro di me. “Voglio entrare nei Lupi.”
Lorenzo ha riso, una risata secca che mi ha fatto stringere i denti. “Oh, lo sappiamo. Ma non è così semplice. Devi dimostrare che sei disposto a tutto. Tutto, capito?”
Ho deglutito, sentendo il cuore battere più forte. “Cosa devo fare?”
Davide, che fino a quel momento non aveva aperto bocca, ha preso un sacco nero da terra e me lo ha lanciato. “Mettiti questa. Subito.”
Ho aperto il sacco e ho tirato fuori una tuta nera, di un materiale lucido, tipo lattice. Era aderente, copriva tutto il corpo, ma aveva due aperture: una per la bocca e una… dietro, sul culo. Ho sentito un’ondata di calore salirmi al viso, ma non potevo tirarmi indietro. Non davanti a tutti. Non davanti a loro.
“Che aspetti?” ha detto Matteo, con un tono che non ammetteva repliche. “Spogliati e infilatela. Oppure vattene. Ora.”
Mi sono guardato intorno. Gli altri mi osservavano, alcuni con curiosità, altri con un sorrisetto sadico. Non avevo scelta. Ho iniziato a togliermi i vestiti, sentendo gli occhi di tutti su di me. Quando sono rimasto in boxer, Lorenzo ha fischiato. “Dai, non fare il timido. Via tutto.”
Ho stretto i denti e ho fatto come diceva. Nudo, ho infilato la tuta. Era stretta, mi aderiva alla pelle come una seconda epidermide, e il materiale freddo mi faceva rabbrividire. Le aperture erano esattamente dove dovevano essere, lasciandomi esposto in un modo che mi faceva sentire vulnerabile, ma anche… non so, vivo. Il cuore mi martellava nel petto.
Matteo si è avvicinato, girandomi intorno come un predatore. “Non male. Sei pronto a farti mettere alla prova?”
Ho annuito, la voce roca. “Sì.”
“Bene,” ha detto, guardando gli altri due. “Allora iniziamo.”
La tensione nell’aria era palpabile. Mi hanno spinto al centro della stanza, sotto una luce fioca che pendeva dal soffitto. Gli altri membri del gruppo si sono disposti in cerchio intorno a me, alcuni con le braccia incrociate, altri che già iniziavano a incitare con grida e fischi. Mi sentivo come un animale in gabbia, ma c’era qualcosa in quella situazione che mi faceva pompare il sangue più veloce.
“Prima regola,” ha detto Lorenzo, avvicinandosi e dandomi una pacca sul culo attraverso la tuta. Il rumore del lattice che sbatteva era secco, quasi osceno. “Tu non decidi niente. Noi sì. Capito, novellino?”
“Capito,” ho risposto, la voce tremante ma decisa.
Davide si è messo davanti a me, slacciandosi la cintura con una calma irritante. “E non ti lamentare. Qualunque cosa accada, tieni la bocca chiusa. O aperta, dipende.” Ha riso, e il gruppo intorno ha seguito con risate e battute.
Matteo si è tolto la maglietta, mostrando un petto scolpito e coperto di tatuaggi. “In ginocchio,” mi ha ordinato. Non ho esitato. Mi sono abbassato, il pavimento freddo sotto di me, il lattice che scricchiolava a ogni movimento. Sentivo il loro odore, un misto di sudore e testosterone che mi riempiva le narici. La mia mente girava a mille, ma il corpo sembrava reagire da solo.
Lorenzo si è slacciato i jeans, tirando fuori il suo cazzo, già duro. Era grosso, con vene sporgenti, e me lo ha sbattuto vicino alla faccia. “Guardalo bene, perché tra poco sarà dentro di te. Da qualche parte.” Ha riso, e io ho sentito un misto di paura e adrenalina. Non potevo tirarmi indietro, non ora.
“Non fare quella faccia spaventata,” ha detto Matteo, posizionandosi dietro di me. Mi ha afferrato i fianchi, le sue mani forti che premevano sul lattice. “Ti faremo godere, se stai al gioco. Ma devi obbedire. Chiaro?”
“Chiaro,” ho mormorato, mentre sentivo Davide avvicinarsi davanti, i suoi pantaloni già calati. Il suo cazzo era enorme, spesso, con una punta rossa che brillava di pre-sperma. L’odore era forte, muschiato, e mi faceva quasi girare la testa.
“Prendilo in bocca,” ha ordinato Davide, la voce bassa ma ferma. Ho aperto le labbra, sentendo il lattice tirare intorno alla bocca, e ho lasciato che mi spingesse dentro. Era caldo, duro, e il sapore salato mi ha colpito subito. Ho cercato di rilassarmi, ma era difficile con Matteo che dietro iniziava a strofinarsi contro di me, il suo cazzo già fuori, che premeva contro l’apertura della tuta. Sentivo il tessuto aderente che si tendeva, il rumore del lattice che sfregava contro la sua pelle.
“Oh, guarda come lo prende bene,” ha detto Lorenzo, osservandomi mentre succhiavo Davide. “Scommetto che gli piace. Vero, Gianluca? Ti piace fare la troietta per noi?”
Ho cercato di rispondere, ma con la bocca piena riuscivo solo a emettere un mugolio. Davide mi ha afferrato i capelli, spingendo più a fondo. “Non parlare. Succhiare. Più forte.”
Dietro, Matteo ha sputato sulla mia schiena, lasciandomi sentire il liquido caldo colare lungo la tuta fino all’apertura. Poi ha iniziato a spingere, lentamente ma con decisione. Il dolore è stato immediato, acuto, ma mescolato a una sensazione di pienezza che non avevo mai provato. Ho ansimato, il fiato corto, mentre cercavo di gestire entrambi i fronti.
“Rilassati, cazzo,” mi ha detto Matteo, la voce rauca. “Se ti irrigidisci è peggio. Lasciati andare.”
Ho cercato di seguire il consiglio, respirando a fatica mentre Davide continuava a scoparmi la bocca, i suoi movimenti sempre più veloci. Il suono dei suoi gemiti, mescolato ai fischi e alle grida degli altri intorno, mi faceva girare la testa. Sentivo il calore del loro sudore, l’odore forte del sesso che riempiva l’aria, il sapore salato sulla lingua.
Lorenzo si è messo di fianco, accarezzandosi il cazzo mentre guardava. “Guardate come si fa scopare il novellino. Quasi quasi mi faccio un giro anch’io. Che dici, Matteo, gli facciamo il pieno?”
Matteo ha riso, dando un colpo secco che mi ha fatto sobbalzare. “Aspetta il tuo turno. Questo culo è stretto, ma lo preparo io per te.”
Ogni spinta di Matteo era come un’ondata, un misto di dolore e piacere che mi scuoteva tutto. La tuta nera amplificava ogni sensazione, il lattice che tirava sulla pelle, il calore che si accumulava dentro. Sentivo il mio cazzo pulsare, intrappolato nel tessuto aderente, senza possibilità di liberarsi.
Davide mi ha tirato via dalla bocca per un momento, lasciandomi riprendere fiato. La saliva mi colava dal mento, e lui mi ha dato uno schiaffo leggero sulla guancia. “Bravo, ce la fai. Ora tornaci sopra, voglio venire.”
Ho obbedito, riprendendolo in bocca, mentre Matteo dietro accelerava il ritmo. Il rumore dei nostri corpi che sbattevano era osceno, un suono bagnato e ritmico che si mescolava alle voci intorno. “Dai, spingi di più!” gridava qualcuno dal cerchio. “Fallo gridare!” urlava un altro.
Non so quanto tempo sia passato. Minuti, forse ore. Ero perso in una nebbia di sensazioni: il dolore che si trasformava in piacere, il calore dei loro corpi, il lattice che mi avvolgeva come una prigione. Matteo si è tirato fuori all’improvviso, lasciandomi vuoto e ansimante. “Tocca a te, Lorenzo,” ha detto, dandogli una pacca sulla spalla.
Lorenzo non ha perso tempo. Si è posizionato dietro di me, le sue mani che mi afferravano i fianchi con forza. “Preparati, perché non sono delicato come lui,” ha ringhiato, prima di spingere dentro senza preavviso. Ho urlato, il suono soffocato dal cazzo di Davide che mi riempiva la bocca. Lorenzo era ruvido, i suoi movimenti veloci e profondi, ogni spinta un’esplosione che mi faceva tremare.
“Ti piace, eh?” mi ha detto, chinandosi per parlarmi all’orecchio. Il suo fiato caldo sulla pelle era quasi intollerabile. “Senti come ti apro. Sei nostro adesso, lo sai?”
Non potevo rispondere, ma non importava. Ogni parte di me era concentrata su quello che stava succedendo, sui loro corpi che mi usavano, sul lattice che scricchiolava a ogni movimento, sull’odore di sudore e sesso che mi soffocava. Davide ha iniziato a gemere più forte, i suoi movimenti irregolari. “Sto per venire,” ha detto, stringendomi la testa. “Ingoia tutto, capito?”
Ho annuito meglio che potevo, sentendo il primo getto caldo colpirmi la lingua. Era tanto, troppo, e ho dovuto fare uno sforzo per non soffocare. Il sapore era amaro, intenso, e mi ha fatto tossire mentre cercavo di deglutire. Davide si è tirato fuori, dandomi un ultimo schiaffo leggero. “Bravo, novellino. Hai passato la prima parte.”
Ma non era finita. Lorenzo dietro di me era ancora in pieno ritmo, e Matteo si stava già preparando per un altro giro. “Girati,” mi ha ordinato, e io mi sono voltato, stanco ma incapace di fermarmi. Mi hanno fatto sdraiare sulla schiena, il pavimento freddo contro il lattice, e Matteo si è posizionato sopra di me, spingendo di nuovo dentro. La nuova angolazione era diversa, più profonda, e ho sentito ogni centimetro di lui mentre mi penetrava.
Lorenzo, non ancora sazio, si è inginocchiato vicino alla mia faccia. “Apri la bocca,” ha detto, e io ho obbedito, lasciandolo entrare. Due di loro, di nuovo, uno davanti e uno dietro. Il ritmo era incessante, i loro gemiti e insulti che si mescolavano alle grida di incoraggiamento del gruppo. “Spaccatelo!” urlava qualcuno. “Fate vedere chi comanda!” gridava un altro.
Sentivo il mio corpo al limite, il dolore che si mescolava al piacere in un modo che non riuscivo a descrivere. Il lattice mi stringeva, il sudore mi colava sotto, e il calore dentro di me era insopportabile. Matteo ha accelerato, il suo respiro affannoso. “Sto per venire dentro di te,” ha detto, la voce spezzata. “Prendilo tutto.”
Non potevo fare altro. Ho sentito il calore esplodermi dentro, un’ondata che mi ha fatto tremare. Lorenzo è venuto poco dopo, riempiendomi la bocca con lo stesso sapore forte di Davide. Ero esausto, il corpo che tremava, ma loro non avevano finito di dimostrare il loro dominio.
Si sono tirati fuori, lasciandomi lì, sdraiato, con il respiro corto e il corpo dolorante. Il gruppo intorno ha iniziato ad applaudire, gridando e fischiando. Matteo mi ha guardato dall’alto, un sorriso soddisfatto sul volto. “Ce l’hai fatta, Gianluca. Sei uno di noi, ora.”
Mi sono rialzato a fatica, la tuta nera ancora aderente al corpo, il sudore che mi bruciava la pelle. Non so cosa provassi in quel momento. Ero distrutto, ma anche… soddisfatto. Ce l’avevo fatta. Ero un Lupo.
Mi hanno aiutato a togliermi la tuta, il lattice che si staccava dalla pelle con un suono appiccicoso. L’aria fredda sul corpo era un sollievo, ma ogni muscolo mi faceva male. Lorenzo mi ha dato una pacca sulla spalla. “Benvenuto nella famiglia. Ma ricordati: ora sei nostro. Sempre.”
Ho annuito, troppo stanco per parlare. Sapevo che questo era solo l’inizio. Ma in quel momento, mentre il gruppo continuava a festeggiare intorno a me, sapevo di aver conquistato qualcosa. A caro prezzo, ma l’avevo fatto. Ero uno di loro.
