Ai piedi del mio vicino al piano di sopra
Mi chiamo Giulia, ho trentacinque anni e non sopporto la maleducazione. Vivo da sola in un condominio del centro, un posto tranquillo, o almeno dovrebbe esserlo. Da un mese, però, il vicino del piano di sopra sembra fare di tutto per rendermi la vita un inferno. Rumori a tutte le ore: passi pesanti, pesi che cadono, grugniti come se stesse sollevando un elefante. Ho provato a ignorare, ma ieri sera, alle undici, quando ho sentito un altro tonfo, ho perso la pazienza. Ho afferrato le chiavi, sono salita di sopra e ho bussato alla sua porta con una forza che quasi mi faceva male al polso.
La porta si è aperta lentamente, e mi sono trovata davanti un uomo sulla trentina, alto, con i capelli corti e bagnati di sudore che gli colavano sulla fronte. Indossava una canottiera grigia aderente, impregnata di umidità, e un paio di pantaloncini da palestra. Ma la cosa che mi ha colpita subito, prima ancora del suo fisico scolpito, sono stati i piedi nudi. Grandi, larghi, con le dita lunghe e le piante ancora lucide di sudore. L’odore mi ha investita come un’onda: acre, pungente, un misto di pelle e fatica che mi ha fatto quasi indietreggiare.
“Che c’è?” ha detto, incrociando le braccia e guardandomi con un sorrisetto strafottente.
Ho raddrizzato la schiena, cercando di mantenere la mia aria da donna che non si fa mettere i piedi in testa. “C’è che non si può più vivere con il rumore che fai. Pesi che cadono, passi come se stessi marciando. Sono le undici di sera, capisci? Alcuni di noi lavorano, domani.”
Lui ha alzato un sopracciglio, come se la cosa lo divertisse. “Scusa, principessa, ma sto solo allenandomi. Non è che posso smettere di vivere per non disturbare il tuo sonno di bellezza.”
Ho stretto i denti. “Non sono la tua principessa. E non è solo stasera, è da settimane. Devi smetterla, o chiamo l’amministratore.”
Ha fatto un passo avanti, e l’odore dei suoi piedi è diventato ancora più forte, invadendomi le narici. Ho cercato di non farci caso, ma il mio sguardo è scivolato giù, sulle sue piante sporche di terra e sudore. Non so perché, ma il cuore mi ha dato un colpo. Una sensazione che non riuscivo a spiegare, un misto di fastidio e… qualcos’altro.
“Guarda che non mordo,” ha detto, notando il mio sguardo. “Perché non entri un attimo? Parliamo con calma.”
Ho esitato. La parte razionale di me urlava di tornare di sotto, ma c’era qualcosa nel suo tono, nella sua sicurezza, che mi ha fatta sentire piccola. “Solo un minuto,” ho detto, cercando di sembrare decisa.
Sono entrata, e lui ha chiuso la porta dietro di me. L’appartamento era un caos: attrezzi da palestra sparsi ovunque, una puzza di sudore che impregnava l’aria. Mi ha indicata una sedia, ma non mi sono seduta. “Allora, che vuoi fare per risolvere questa cosa del rumore?” ho chiesto, incrociando le braccia.
Lui si è appoggiato al muro, guardandomi con occhi che sembravano trapassarmi. “Sai, non mi piace litigare con i vicini. Soprattutto con una come te, che sembra avere sempre il controllo. Ma sai una cosa? A volte, chi ha il controllo, sotto sotto, vuole solo lasciarsi andare.”
Ho sentito il viso scaldarsi. “Che diavolo stai dicendo?”
Ha fatto un passo verso di me, e i suoi piedi nudi hanno fatto un rumore sordo sul pavimento. “Dico che sembri tesa. E magari hai bisogno di rilassarti un po’. Guarda qua,” ha detto, sollevando un piede e appoggiandolo sul bracciolo di una poltrona vicina. La pianta era larga, con le dita leggermente divaricate, e il sudore luccicava sotto la luce della lampada. L’odore era così forte che quasi mi girava la testa.
“Che fai, sei pazzo?” ho detto, ma la voce mi è uscita meno ferma di quanto volessi.
“Non fare la schizzinosa. Vieni qui,” ha ordinato, con un tono che non ammetteva repliche. “Inginocchiati.”
Ho aperto la bocca per protestare, ma qualcosa in me ha ceduto. Non so come spiegarlo, ma le sue parole, il suo sguardo, quell’odore che mi invadeva i sensi… mi sono ritrovata a scendere lentamente, fino a ritrovarmi in ginocchio davanti a lui. Il pavimento era freddo sotto le mie gambe, ma il calore che sentivo dentro era insopportabile.
“Brava,” ha detto, con un ghigno. “Ora guarda bene. Vedi quanto sono sporchi? Li ho appena usati per un’ora di corsa sul tapis roulant. E tu li pulirai per me. Con la lingua.”
Ho sentito una fitta allo stomaco, un misto di disgusto e desiderio che non avevo mai provato prima. “Non lo farò mai,” ho detto, ma la mia voce era un sussurro.
“Oh, sì che lo farai. Comincia dalle dita. Lentamente.”
Ho esitato, ma la sua mano si è posata sulla mia testa, spingendomi delicatamente verso il suo piede. Ho chiuso gli occhi e ho tirato fuori la lingua, sfiorando la pelle ruvida della sua dita. Il sapore era salato, acre, con un retrogusto che mi faceva rabbrividire, ma allo stesso tempo mi accendeva qualcosa dentro. Ho sentito il suo gemito di soddisfazione mentre leccavo tra le dita, raccogliendo ogni traccia di sudore.
“Così, brava,” ha mormorato. “Non pensavo fossi così ubbidiente. Guarda come ti piace. Sei una vera schiavetta, eh?”
Ho provato a rispondere, ma la sua altra mano mi ha guidata verso la pianta del piede, spingendomi a leccare la superficie larga e umida. Il sapore era ancora più forte lì, e l’odore mi riempiva la testa, annebbiandomi. Sentivo la mia dignità scivolarmi via, ma non riuscivo a fermarmi. Ogni suo ordine, ogni suo insulto, mi faceva bruciare di più.
“Alzati un po’,” ha detto dopo qualche minuto, tirandomi su per i capelli. Mi ha spinta contro il muro, con una forza che mi ha fatto sobbalzare. “Hai fatto un buon lavoro coi piedi, ma ora vediamo quanto vali per il resto.”
Ha abbassato i pantaloncini, rivelando un’erezione che mi ha fatto spalancare gli occhi. Era grosso, largo, con vene che pulsavano sotto la pelle tesa. Non ho avuto il tempo di dire niente, perché mi ha afferrata per i fianchi, sollevandomi la gonna con un gesto rapido. Le sue mani erano ruvide, calde, e sentivo il suo respiro sul collo mentre mi spingeva contro il muro.
“Ti piace, vero?” ha sussurrato, sfregandosi contro di me. La sua voce era bassa, roca. “Dimmi quanto lo vuoi. Dillo forte.”
Ho deglutito, con il cuore che mi martellava nel petto. “Lo voglio,” ho mormorato, e lui ha riso.
“Non ti sento. Più forte. Dimmi che vuoi essere la mia leccapiedi personale.”
Ho chiuso gli occhi, sentendo il suo membro premere contro di me, duro e insistente. “Voglio essere la tua leccapiedi personale,” ho detto, con la voce che tremava ma si faceva più chiara. “Ti prego, fammi tua.”
Ha ringhiato di soddisfazione, spingendosi dentro di me con un colpo secco. Ho urlato, sentendo ogni centimetro di lui riempirmi, allargarmi. Le sue mani mi stringevano i fianchi con forza, e il muro freddo contro la mia schiena era l’unico contrasto con il calore che mi bruciava dentro. Ha iniziato a muoversi, con spinte profonde e ritmiche, ogni movimento accompagnato dal suono dei nostri corpi che si scontravano.
“Guardati,” ha detto, con il fiato corto. “La regina del piano di sotto, ridotta a una cagna che mi lecca i piedi e si fa sbattere contro il muro. Ti piace essere umiliata così, vero?”
“Sì,” ho ansimato, senza riuscire a trattenermi. “Mi piace. Continua, non smettere.”
Il suo ritmo è aumentato, ogni spinta più forte, più veloce. Sentivo l’odore del suo sudore mescolarsi al mio, il sapore salato che mi era rimasto sulla lingua, il suono dei suoi grugniti che si mescolavano ai miei gemiti. Le sue mani si sono spostate, una sotto la mia coscia per sollevarmi meglio, l’altra che mi stringeva il collo, non forte, ma abbastanza da farmi sentire completamente sua.
“Sei stretta, cazzo,” ha ringhiato, mordendomi il lobo dell’orecchio. “Ti piace sentirti usata, eh? Dimmi che vuoi essere la mia troietta ogni volta che torno dalla palestra.”
“Sì, lo voglio,” ho detto, con la voce spezzata dal piacere. “Ogni volta. Voglio pulirti i piedi, voglio tutto.”
Ha riso, un suono profondo che mi ha fatta tremare. “Brava. Ti terrò qui, in ginocchio, a leccarmi le piante mentre ti guardo dall’alto. E poi ti scoperò così, contro il muro, finché non impari il tuo posto.”
Le sue parole mi hanno spinta oltre il limite. Sentivo il piacere montare dentro di me, un’ondata che non potevo fermare. Le sue spinte erano implacabili, il suo membro che mi colpiva in punti che non sapevo nemmeno di avere. Ogni movimento era un’esplosione di sensazioni: il bruciore dei muscoli tesi, il calore della sua pelle contro la mia, il suono del suo respiro affannoso nell’orecchio.
“Sto per venire,” ha detto, con la voce tesa. “E tu lo prenderai tutto. Dimmi che lo vuoi dentro.”
“Lo voglio,” ho gridato, sentendo il mio corpo contrarsi intorno a lui. “Dammelo, ti prego.”
Con un ultimo grugnito, ha spinto più forte, e ho sentito il calore del suo rilascio dentro di me, un’ondata che mi ha travolta. Il mio orgasmo è arrivato subito dopo, un’esplosione che mi ha fatto tremare le gambe, urlare il suo nome senza nemmeno sapere come si chiamasse. Siamo rimasti lì, contro il muro, con il fiato corto, i corpi ancora uniti.
Dopo qualche istante, si è tirato indietro, lasciandomi scivolare lentamente a terra. Mi ha guardato dall’alto, con un sorriso soddisfatto. “Da oggi, sei la mia leccapiedi personale. Ogni volta che torno dalla palestra, sai cosa fare. E non fare storie per il rumore, capito?”
Ho annuito, con il corpo ancora tremante, il sapore dei suoi piedi ancora sulla lingua. Non so come ci sono finita, ma una cosa la sapevo: non avrei protestato mai più per il rumore del piano di sopra.
