Racconti Piccanti
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La puttana del poeta (parte 4)

La puttana del poeta (parte 4)

08 Aprile 2026·5 min di lettura

Erano passati solo quattro giorni dalla cena umiliante quando arrivò il messaggio.

«Sabato sera ho organizzato una cosa speciale. Ti voglio elegante, tacchi alti, vestito corto ma raffinato. Niente intimo. Passo a prenderti alle 20. Sii puntuale, piccola.»

Non spiegò nulla. Non ce n’era bisogno. Il mio corpo aveva già reagito: un calore liquido tra le gambe, il cuore che batteva troppo forte. Passai due giorni interi a immaginare cosa avesse in mente. La notte mi svegliavo sudata, con la mano tra le cosce, ripetendo mentalmente «puttana di un poeta» come una preghiera oscena.

Sabato sera, quando scesi sotto casa, Daniele era lì, impeccabile nel suo completo nero. Mi aprì la portiera, mi baciò il dorso della mano e mi disse che ero bellissima. Durante il tragitto mi parlò di un poeta francese che stava traducendo, della luce della luna sulla città, di quanto gli piacesse vedermi nervosa. Sembrava un uomo di mondo che porta la sua compagna a una serata elegante.

Arrivammo davanti a una villa moderna, isolata, con luci soffuse che filtravano dalle grandi vetrate. Mi prese sottobraccio e mi condusse dentro come se fossimo una coppia normale.

Dentro c’erano già due persone: Marco, un uomo sui quarant’anni, alto, elegante, con un sorriso tranquillo, e sua moglie Laura, una donna di circa trentadue anni, bionda, corpo sinuoso, occhi azzurri che sembravano leggere dentro di te. Entrambi ci accolsero con calore, baci sulle guance, complimenti sinceri. Daniele era charmant, galante, raccontava aneddoti con quella sua voce calda e colta. Io ridevo, bevevo champagne, mi sentivo quasi al sicuro.

Poi, dopo il terzo bicchiere, Daniele mi attirò a sé sul divano e mi sussurrò all’orecchio, sempre sorridendo:

«Stasera ti condivido, Debora. Marco scoperà la mia puttana mentre io mi prenderò Laura. E tu mi guarderai mentre lo fai.»

Il bicchiere mi tremò nella mano. Lo fissai, il viso in fiamme.

Lui mi accarezzò la guancia con il dorso delle dita, tenero come sempre in pubblico.

«Respira. Sorridi. Sei la mia ragazza bella stasera. E dopo… sarai solo la mia puttana.»

Marco e Laura sembravano già al corrente. Non c’era imbarazzo nei loro sguardi, solo desiderio controllato. Ci spostammo in un grande salotto con divani bassi e luci calde. Daniele mi fece sedere accanto a lui, mi baciò il collo con delicatezza mentre Marco si avvicinava.

«Sei sicura?» mi chiese Marco piano, rispettoso.

Annuii, la voce incerta. Non ero sicura. Ma volevo esserlo. Volevo tutto ciò che Daniele decideva per me.

Daniele mi slacciò lentamente il vestito, lo fece scivolare a terra. Rimasi nuda davanti a loro, solo i tacchi alti. Laura mi guardò con ammirazione, poi si avvicinò a Daniele e cominciò a baciarlo. Vidi le loro lingue intrecciarsi, le mani di lui che le accarezzavano i seni con eleganza. Il contrasto mi colpì come uno schiaffo: il poeta galante che baciava un’altra donna con la stessa tenerezza con cui aveva baciato me pochi minuti prima.

Marco mi fece sdraiare su un grande tappeto morbido. Mi aprì le gambe con calma e cominciò a leccarmi il sesso, lento, esperto. Gemetti, gli occhi fissi su Daniele che stava spogliando Laura. Lui mi guardò mentre lei gli prendeva il cazzo in bocca, e mi sorrise, un sorriso dolce e crudele allo stesso tempo.

«Goditi la sua lingua, piccola. Fatti scopare bene. Voglio vederti venire per un altro uomo.»

Marco mi penetrò con due dita, poi con il cazzo. Era grosso, diverso da Daniele. Mi scopava con spinte profonde, regolari, tenendomi i polsi sopra la testa. Io gemevo, il corpo che tradiva il mio imbarazzo. Ogni volta che guardavo Daniele, lui era dentro Laura, la scopava da dietro, una mano nei suoi capelli biondi, l’altra che le stringeva un fianco. Ma i suoi occhi erano sempre su di me.

«Dimmi cosa senti» mi ordinò Daniele con voce calma, senza smettere di fottere Laura.

«Mi… mi sta scopando» balbettai, la voce rotta dal piacere.

«Più preciso. Dimmi che un altro cazzo ti sta riempiendo mentre io guardo.»

«Un altro cazzo… mi sta riempiendo… mentre tu guardi.»

Laura gemeva forte, chiamando Daniele per nome. Sentirla godere per lui mi provocò una fitta di gelosia bruciante, mescolata a un’eccitazione malata. Venni così, sotto Marco, urlando, gli occhi pieni di lacrime che non riuscivo a spiegare.

Daniele si staccò da Laura, si avvicinò nudo, il cazzo lucido dei succhi di lei. Mi fece alzare, mi baciò sulla bocca con dolcezza infinita, poi mi spinse a quattro zampe davanti a Marco.

«Adesso prendilo nel culo» disse, la voce bassa e poetica. «Voglio che tu senta due uomini dentro di te nello stesso momento.»

Marco mi lubrificò con calma e mi penetrò il culo lentamente. Daniele si mise davanti a me e mi infilò il cazzo in bocca. Ero piena da entrambe le parti: il cazzo di Marco che mi apriva il culo, quello di Daniele che mi scopava la gola. Loro due si muovevano in sincrono, eleganti anche in quell’atto brutale.

Daniele mi accarezzava i capelli mentre mi fotteva la bocca.

«Brava la mia puttana devota. Prendi due cazzi per me. Senti come ti usano? Questo è quello che sei adesso. La mia piccola ossessionata che si fa condividere solo perché io lo voglio.»

Le sue parole mi umiliarono e mi eccitarono oltre ogni limite. Venni di nuovo, tremando, singhiozzando intorno al suo cazzo. Marco venne per primo, riempiendomi il culo con fiotti caldi. Daniele mi tirò su la testa e mi sborrò in bocca, tenendomi lo sguardo fisso negli occhi.

«Ingoia tutto. Ogni goccia. Mostra a Marco quanto sei brava a bere la sborra del tuo padrone.»

Ingoiai, umiliata, eccitata, completamente persa.

Dopo, il cambiamento fu repentino e ipnotico.

Daniele mi avvolse in una coperta morbida, mi prese in braccio e mi portò su un divano. Mi tenne stretta contro il suo petto, mi baciò la fronte, mi accarezzò i capelli mentre parlava piano con Marco e Laura di poesia e di viaggi, come se non mi avesse appena fatta scopare da un altro uomo davanti ai suoi occhi. Era di nuovo il galantuomo, gentile, premuroso. Mi versò dell’acqua, mi chiese se avessi freddo, mi baciò le tempie con una tenerezza che mi fece sciogliere.

Io mi accucciai contro di lui, il corpo ancora tremante, il culo e la figa che pulsavano, la bocca che sapeva di lui e di Marco. Dentro di me qualcosa si era rotto e ricostruito.

Non ero più solo eccitata da lui. Ero ossessionata. Ero terrorizzata da quanto avessi bisogno della sua approvazione, del suo sguardo, della sua crudeltà elegante. Avrei lasciato che mi condividesse con chiunque, purché poi mi stringesse così, come se fossi la cosa più preziosa del mondo.

Mentre tornavamo a casa in macchina, in silenzio, gli posai la testa sulla spalla.

«Grazie» sussurrai.

Lui sorrise, mi accarezzò la guancia.

«Di cosa, piccola?»

«Di avermi fatta sentire… tua.»

Non rispose. Ma la sua mano strinse la mia con forza.

Sapevo che la spirale stava diventando più profonda. E io non volevo più uscirne.

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