Con le amiche, ogni venerdì
Mi chiamo Giulia, ho trentotto anni e da sei mesi, ogni venerdì sera, dico a mio marito Marco che esco “con le amiche”. È una bugia, ovviamente. Marco ci crede, o almeno fa finta di crederci. Non mi interessa più di tanto cosa pensa. La verità è che ogni venerdì sera vado da Luca, un uomo che ho conosciuto per caso in un bar del centro. Non so molto di lui, se non che ha dieci anni meno di me, un corpo scolpito e una fame insaziabile che mi fa perdere la testa. E sì, mi aspetta sempre nudo, con il telefono appoggiato sul comodino, pronto a immortalare tutto.
È diventato un rituale. Esco di casa verso le otto, con un vestito attillato che Marco non nota nemmeno più. Gli dico che tornerò tardi, lui annuisce distratto davanti alla TV. Non mi guarda nemmeno. Non mi desidera da anni, e forse è proprio per questo che ho cercato altrove ciò che mi mancava. Luca, invece, mi guarda come se fossi l’unica cosa che conta al mondo. E ogni venerdì, per ore, mi fa sentire viva come non lo sono mai stata.
Quel venerdì non era diverso. Ero già in macchina, il cuore che batteva un po’ più forte del solito mentre guidavo verso casa di Luca. Sapevo cosa mi aspettava: la porta socchiusa, lui nudo sul letto, il telefono in mano con un ghigno che mi faceva già tremare le gambe. Parcheggiai sotto il suo palazzo, mi sistemai il vestito e salii le scale con passo veloce. Non bussai nemmeno: spinsi la porta e lo trovai esattamente come lo immaginavo, sdraiato, il corpo teso e pronto, gli occhi che mi squadravano dalla testa ai piedi.
“Sei in ritardo,” disse, con quella voce profonda che mi faceva rabbrividire. “Pensavo che mi avresti fatto aspettare tutta la notte.”
“Le strade erano un casino,” risposi, chiudendo la porta dietro di me. “Ma ora sono qui. E tu sembri già… impaziente.”
Lui rise, una risata bassa e roca, mentre si toccava lentamente, senza vergogna. “Sempre, quando si tratta di te. Dai, spogliati. Non perdiamo tempo.”
Non me lo feci ripetere. Mi sfilai il vestito con un movimento rapido, lasciandolo cadere a terra. Sotto avevo solo un perizoma nero, e i suoi occhi si illuminarono mentre mi avvicinavo al letto. Sentivo il pavimento freddo sotto i piedi nudi, l’aria carica di un odore muschiato, il suo odore, che mi mandava in tilt. Mi misi sopra di lui, a cavalcioni, senza nemmeno sfiorarlo ancora, e gli strappai il telefono dalle mani.
“Prima le regole,” dissi, con un sorriso malizioso. “Registri solo quello che dico io. E non osare tagliarmi fuori dall’inquadratura.”
“Agli ordini, principessa,” rispose, con un tono che trasudava ironia ma anche eccitazione. “Ora però muoviti. Non ce la faccio più.”
Non gli diedi nemmeno il tempo di finire la frase. Mi abbassai su di lui, sfiorandolo appena con il tessuto del perizoma, e sentii il suo respiro farsi più corto. Lo stuzzicai così per qualche istante, muovendomi lentamente, guardandolo negli occhi mentre il suo volto si contraeva dal desiderio. Poi, con un movimento rapido, mi sfilai il perizoma e lo gettai da qualche parte nella stanza. Ero nuda sopra di lui, e il calore del suo corpo sotto di me era quasi insostenibile.
“Dammi quel telefono,” gli ordinai. Lui me lo porse, e io avviai la registrazione. “Pronto? Inizia lo spettacolo.”
Luca mi afferrò per i fianchi con una forza che mi fece quasi gemere. “Non fare la stronza, Giulia. Lo vuoi quanto me.”
“Non quanto te,” ribattei, ridendo, mentre mi abbassavo su di lui, lasciandolo entrare dentro di me con una lentezza che lo fece imprecare sottovoce. Era grande, molto più di quanto fossi abituata, e ogni volta mi sembrava di dovermi abituare di nuovo a quella sensazione di pienezza. Mi mossi piano all’inizio, avanti e indietro, sentendo ogni centimetro di lui che mi riempiva. Il suo odore, un misto di sudore e colonia, mi invadeva i sensi, e il suono dei nostri respiri affannosi era l’unica cosa che si sentiva nella stanza.
“Cristo, Giulia,” grugnì, stringendomi i fianchi con più forza. “Vai più veloce. Non ti sto pregando.”
“E invece sì,” risposi, con un sorriso cattivo. “Dimmi quanto lo vuoi. Forza.”
“Lo voglio da morire, cazzo,” ringhiò, con gli occhi socchiusi. “Muoviti, o ti giuro che ti ribalto e ti faccio vedere io come si fa.”
Le sue parole mi fecero accendere ancora di più. Accelerai il ritmo, spingendomi su di lui con più forza, sentendo i miei muscoli contrarsi ogni volta che mi abbassavo. Il telefono tremava leggermente nella mia mano, ma non mi importava. Volevo che Marco vedesse tutto, ogni dettaglio, ogni goccia di sudore che mi scivolava lungo la schiena, ogni gemito che mi sfuggiva dalle labbra.
“Dio, sei così stretta,” mormorò Luca, con la voce spezzata. “Non ti stanchi mai di farmi impazzire, eh?”
“E tu non ti stanchi mai di farmelo sentire tutto,” risposi, ansimando. “Non fermarti. Più forte.”
Mi accontentò. Con un movimento rapido mi fece girare, mettendomi sotto di lui senza nemmeno uscire da me. Ora ero sdraiata sulla schiena, le gambe spalancate, e lui sopra di me, che spingeva con una forza che mi faceva quasi mancare il fiato. Sentivo il suo peso, il calore della sua pelle contro la mia, il suo respiro caldo sul mio collo mentre mi mordicchiava la spalla. Ogni spinta era un’esplosione, e non riuscivo a trattenere i gemiti, anche se cercavo di controllarmi per non dargli troppa soddisfazione.
“Urla per me,” mi sussurrò all’orecchio, con quella voce che mi faceva venire i brividi. “Non fare la timida. Voglio che tutto il palazzo sappia quanto ti piace.”
“Fottiti,” riuscii a dire, tra un gemito e l’altro, ma lui rise e spinse ancora più a fondo, facendomi gridare sul serio. “Cazzo, Luca! Così mi spacchi!”
“Ti piace, vero?” rispose, senza rallentare. “Dimmi che non hai mai avuto niente di meglio. Dai, Giulia, dillo per la telecamera.”
Non volevo dargliela vinta, ma non potei farci niente. “Mai,” ansimai, stringendo le lenzuola tra le dita. “Mai come con te. Marco non sa nemmeno da dove cominciare.”
Sentire il nome di mio marito mi fece provare una scarica di adrenalina in più. Luca lo capì, perché aumentò il ritmo, martellandomi senza sosta, mentre io mi perdevo completamente in quella sensazione. Il letto cigolava sotto di noi, i nostri corpi scivolosi di sudore si scontravano con un suono umido e osceno, e l’odore del sesso riempiva la stanza, mescolandosi a quello della sua pelle.
“Prendi il telefono,” gli dissi a un certo punto, con la voce rauca. “Riprendimi da vicino. Voglio che si veda tutto.”
Lui non se lo fece ripetere. Si sollevò appena, continuando a spingere, e prese il telefono, puntandolo proprio dove i nostri corpi si univano. Vedevo la sua espressione concentrata, il modo in cui i suoi occhi si socchiudevano mentre guardava lo schermo, e questo mi eccitava ancora di più. Mi spalancai di più per lui, sollevando i fianchi per dargli un angolo migliore, e sentii la sua approvazione in un grugnito basso.
“Sei uno spettacolo, Giulia,” disse, con la voce carica di desiderio. “Guarda come ti prendo. Non c’è niente di più bello.”
“Parla meno e spingi di più,” ribattei, afferrandogli le spalle per tirarlo di nuovo sopra di me. Lui lasciò cadere il telefono sul letto, ma non smise di muoversi, e io mi abbandonai completamente, lasciando che ogni spinta mi portasse più vicina al limite. Sentivo il suo fiato sul viso, il sapore salato della sua pelle quando gli morsi il collo, il bruciore leggero dei suoi graffi sulla mia schiena. Ogni senso era amplificato, e non c’era spazio per nient’altro che non fossimo noi due.
Dopo non so quanto tempo, mi fece girare di nuovo, mettendomi a quattro zampe. Non chiesi niente, non protestai: mi lasciai posizionare come voleva, con il viso premuto contro il cuscino e i fianchi sollevati per lui. Entrò di nuovo dentro di me con una spinta decisa, e io gridai nel cuscino, mordendolo per soffocare il suono. Ma lui non voleva che mi trattenessi.
“Non fare così,” disse, afferrandomi per i capelli con una mano e tirandomi indietro la testa. “Voglio sentirti. Ogni. Singolo. Suono.”
“Stronzo,” gemetti, ma non potei fare a meno di obbedire. Ogni spinta era un colpo che mi scuoteva tutta, e i gemiti mi uscivano di bocca senza controllo. Sentivo le sue mani sui miei fianchi, le sue dita che affondavano nella carne, il suo respiro spezzato che si mescolava al mio. Il calore dentro di me cresceva, una pressione insostenibile che sapevo non avrei potuto ignorare a lungo.
“Non resisto più,” dissi a un certo punto, con la voce che tremava. “Luca, sto per…”
“Non ancora,” ringhiò, rallentando appena il ritmo per torturarmi. “Aspetta. Voglio sentirti implorare.”
“Ti prego,” quasi urlai, senza nemmeno pensarci. “Ti prego, fammi venire. Non ce la faccio più.”
Quelle parole sembrarono accenderlo ancora di più. Riprese a spingere con una forza che mi fece vedere le stelle, e in pochi istanti sentii l’orgasmo esplodermi dentro, un’ondata che mi travolse completamente. Gridai il suo nome, stringendo le lenzuola così forte da strapparle, mentre lui continuava a muoversi, prolungando quella sensazione fino a farmi tremare. Pochi secondi dopo, lo sentii irrigidirsi sopra di me, un grugnito profondo gli sfuggì dalla gola mentre si lasciava andare dentro di me, caldo e abbondante, un calore che mi fece rabbrividire di nuovo.
Rimanemmo così per un momento, ansimando, con i corpi ancora uniti e il sudore che ci incollava l’uno all’altra. Poi lui si tirò indietro lentamente, lasciandomi vuota e tremante, e io mi accasciai sul letto, con il respiro ancora corto. Sentivo il suo seme scivolarmi lungo le cosce, appiccicoso e caldo, e non feci nulla per pulirmi. Sapevo che sarebbe rimasto lì, un ricordo tangibile di quello che era appena successo, mentre tornavo a casa.
“Dovevi vedere la tua faccia,” disse Luca, ridendo piano mentre si sdraiava accanto a me. “Hai urlato così forte che mi sa che i vicini hanno chiamato la polizia.”
“Fanculo,” mormorai, con un sorriso stanco. “Tu non sei stato meglio. Sembravi un animale.”
“Colpa tua,” rispose, dandomi una pacca sul fianco. “Ora dai, prendi il telefono. Devi mostrare il capolavoro a chi sai tu.”
Mi alzai a fatica, con le gambe che ancora tremavano, e recuperai il telefono dal letto. Guardai il video per un momento, vedendo frammenti di noi due, i nostri corpi sudati e intrecciati, i miei gemiti che uscivano dallo speaker. Sorrisi tra me e me. Marco non avrebbe avuto scampo.
Tornai a casa verso l’una di notte. Marco era sul divano, come al solito, con una birra in mano e la TV accesa su qualche programma inutile. Mi guardò appena quando entrai, ma io non gli diedi il tempo di parlare. Mi sedetti accanto a lui, con il vestito ancora spiegazzato e il suo odore ancora su di me, e gli porsi il telefono.
“Guarda,” dissi, con un tono che non ammetteva repliche. “E ascolta bene, perché ti racconto tutto.”
I suoi occhi si spalancarono, ma non protestò. Non lo faceva mai. Mentre il video partiva, con i suoni dei miei gemiti che riempivano la stanza, iniziai a parlargli, descrivendogli ogni dettaglio: come Luca mi aveva toccata, quanto era stato duro e profondo, quanto mi aveva fatto urlare cose che con lui non avrei mai nemmeno pensato. Sentivo il suo respiro farsi più pesante accanto a me, vedevo le sue mani muoversi sotto i pantaloni, ma non gli diedi il permesso di andare oltre.
“Non ancora,” gli dissi, con un sorriso freddo. “Aspetta. Devi guadagnartelo.”
E mentre continuavo a parlare, con il video che girava e il suo sguardo fisso sullo schermo, sentivo ancora il calore di Luca dentro di me, il suo seme che mi scivolava lungo le cosce sotto il vestito. Era una sensazione di potere, di controllo, e non avevo intenzione di lasciarla andare. Ogni venerdì era così, e non sarebbe cambiato per niente al mondo.
