Voglio essere scopata come lei
Sono passati appena due mesi da quando mia madre se n’è andata. Un incidente d’auto, banale, assurdo. Un colpo secco, e la sua vita è finita. La casa è ancora impregnata del suo profumo, delle sue cose. Il suo armadio intatto, i suoi gioielli sul comodino. Io, ventitré anni, mi ritrovo a vagare tra queste stanze come un’ombra, con un peso sul petto che non so come scrollarmi di dosso. Mio padre, beh, lui è un altro discorso. Credevo che fosse distrutto quanto me, ma mi sbagliavo.
Una sera torno a casa prima del previsto. Studio all’università, ma quel giorno le lezioni sono saltate. È tardi, quasi le undici, e la casa è silenziosa. Troppo silenziosa. Poi lo sento: un gemito, profondo, maschile, che viene dalla camera dei miei. La porta è socchiusa, una lama di luce filtra nel corridoio. Mi avvicino, il cuore che batte forte, senza sapere perché. Non dovrei, lo so, ma non riesco a fermarmi. Spingo appena la porta con la punta delle dita e guardo.
Mio padre è lì, nudo, in piedi accanto al letto. Ha cinquant’anni, ma il suo corpo è ancora tonico, i muscoli delle spalle tesi. Davanti a lui c’è una ragazza, sdraiata sul letto coniugale, le gambe spalancate. È giovane, troppo giovane, avrà la mia età, forse meno. Ha i capelli biondi sparsi sul cuscino, il volto arrossato, e sta ansimando. Lui le tiene le cosce aperte con le mani, le sue dita affondano nella carne morbida, e si muove dentro di lei con spinte lente, profonde, che fanno tremare il letto. La ragazza geme, si morde un labbro, e lui le dice, con una voce che non gli ho mai sentito: “Ti piace così, vero? Dimmi quanto ti piace.” Lei risponde, tra un respiro e l’altro: “Sì, dio, sì, non smettere, ti prego.”
Rimango paralizzata. Il cuore mi martella nel petto, ma non riesco a muovermi. Li guardo, e qualcosa dentro di me si accende. Non è solo rabbia per il tradimento verso mia madre. È qualcosa di più oscuro, di sbagliato. Sento il calore tra le gambe, il respiro che si fa corto. Sto guardando mio padre scopare una ragazza che potrebbe essere mia amica, sul letto dove dormiva con mia madre, e non riesco a distogliere lo sguardo.
Poi, lui si gira appena, e i suoi occhi incontrano i miei. Mi vede. Lo so. Il suo sguardo si indurisce per un istante, ma non si ferma. Continua a muoversi dentro di lei, più forte, come se volesse dimostrarmi qualcosa. Io indietreggio, inciampo, e corro in camera mia. Chiudo la porta, mi butto sul letto, il volto in fiamme. Non so cosa provo. Vergogna, rabbia, desiderio. Tutto insieme.
Nei giorni seguenti, la tensione in casa diventa insostenibile. Non parliamo di quella sera, ma i suoi sguardi sono diversi. Mi osserva, quando pensa che non lo veda. Mi sfiora per caso, passando nel corridoio, e ogni tocco mi fa rabbrividire. Io cerco di ignorarlo, ma non ci riesco. Ogni notte ripenso a quella scena, al modo in cui si muoveva, alla forza delle sue mani, al suono della sua voce. E mi odio per questo.
Una notte, non ce la faccio più. Sono le due, la casa è immersa nel buio. Mi alzo, indosso solo una maglietta leggera e un paio di mutandine, e vado verso la sua camera. La porta è aperta. Lui è sveglio, seduto sul letto, con una bottiglia di whiskey sul comodino. Mi guarda, non dice nulla. Io resto sulla soglia, il cuore che mi esplode nel petto, e poi lo dico, con una voce che non sembra la mia: “Voglio essere scopata come scopi lei.”
Lui mi fissa, gli occhi che si socchiudono. “Cosa hai detto?” La sua voce è bassa, rauca. Io non abbasso lo sguardo. “Hai sentito. Voglio che mi prendi come hai preso lei. Qui, su questo letto.” Indico il materasso, il letto di mia madre, il nostro letto proibito. Lui stringe la mascella, vedo il suo pomo d’Adamo muoversi mentre deglutisce. “Non sai quello che stai chiedendo, Clara.” Ma io lo so. Lo voglio. Mi avvicino, mi fermo a un passo da lui. “Non fare finta che non ci hai pensato. Ti ho visto guardarmi. E io ho visto te. So cosa vuoi.”
C’è un silenzio che sembra eterno. Poi, si alza. È più alto di me, la sua presenza mi sovrasta. Sento il suo odore, un misto di alcol e sudore, e mi fa girare la testa. “Sei sicura?” mi chiede, e la sua voce è un ringhio. Io annuisco, le mani che tremano. Lui mi afferra per i fianchi, con una forza che mi toglie il respiro, e mi tira verso di lui. “Allora non tornare indietro,” dice, e mi spinge sul letto.
Mi ritrovo sdraiata, la maglietta che si solleva, lasciando scoperti i fianchi e il ventre. Lui si inginocchia sopra di me, le sue mani mi bloccano i polsi sopra la testa. “Guardami,” ordina, e io obbedisco. I suoi occhi sono scuri, pieni di qualcosa che non riesco a leggere. Poi si china, e la sua bocca è sulla mia. Il suo bacio è duro, affamato, i suoi denti mi graffiano il labbro inferiore. Sento il sapore del whiskey sulla sua lingua, il calore del suo respiro. Mi divincolo appena, ma lui mi tiene ferma. “Non muoverti,” dice, e la sua voce mi fa venire i brividi.
Le sue mani scivolano sotto la mia maglietta, risalgono lungo il mio stomaco, fino a trovare i miei seni. Li stringe, forte, i pollici che sfregano sui capezzoli attraverso il tessuto. Io gemo, senza riuscire a trattenermi, e lui sorride, un sorriso che non ha nulla di gentile. “Ti piace, eh? Lo sapevo.” La sua voce è un sussurro contro il mio orecchio, mentre mi morde il lobo. Sento il suo fiato caldo, la sua barba che mi graffia la pelle. Una delle sue mani scende, si infila sotto l’elastico delle mie mutandine. Le sue dita sono ruvide, callose, e quando mi toccano lì sotto, il mio corpo si inarca di riflesso. “Sei già bagnata,” dice, e c’è una nota di trionfo nella sua voce. “Lo vuoi davvero, vero?”
“Sì,” riesco a dire, la voce spezzata. “Ti prego, non fermarti.” Lui ride, un suono basso, gutturale, e mi tira via le mutandine con uno strappo. Le getta da parte, e io mi sento esposta, vulnerabile, ma non voglio che smetta. Si slaccia i pantaloni, li cala appena, e vedo il suo membro, duro, già pronto. È grosso, più di quanto immaginassi, la pelle tesa, le vene in evidenza. Lo guardo, e sento una fitta di desiderio misto a paura. “Non guardarmi così,” dice, afferrandosi con una mano e guidandosi verso di me. “Lo vuoi, no? Allora prendilo.”
Mi spalanca le gambe con un movimento deciso, le sue mani che mi tengono ferme le cosce. Sento la punta del suo membro sfiorarmi, calda, insistente, e poi lui spinge, lentamente, aprendomi. È una sensazione intensa, quasi dolorosa, ma non voglio che si fermi. Stringo i denti, le mani che afferrano le lenzuola, quelle stesse lenzuola su cui dormiva mia madre. “Dio, sei stretta,” dice, la voce tesa, mentre si spinge più a fondo. Ogni centimetro mi riempie, mi fa ansimare. Sento il suo peso su di me, il calore del suo corpo, il suo odore che mi avvolge. “Muoviti,” gli dico, quasi supplicando. “Ti prego, muoviti.”
E lui lo fa. Comincia con spinte lente, profonde, che mi fanno sentire ogni dettaglio. Il modo in cui mi allarga, il suono dei nostri corpi che si incontrano, il suo respiro pesante. Poi accelera, il ritmo diventa più duro, più veloce. Il letto cigola sotto di noi, un suono che mi ricorda quella notte, quando li ho visti. “Ti piace, Clara?” mi chiede, la voce spezzata dal respiro. “Dimmi quanto ti piace.” Io gemo, la testa che si inclina all’indietro. “Sì, mi piace. È… è troppo. Non smettere.” Lui ride, un suono cupo, e mi afferra i fianchi, tirandomi verso di lui con ogni spinta. “Brava ragazza,” dice, e quelle parole mi fanno tremare.
Le sue mani risalgono, mi stringono i seni attraverso la maglietta, poi la sollevano del tutto, lasciandomi nuda sotto di lui. I suoi occhi mi percorrono, avidi, mentre continua a muoversi. “Hai un corpo da perdere la testa,” dice, e si china per prendere un capezzolo tra le labbra. La sua lingua è calda, ruvida, e io gemo più forte, le mani nei suoi capelli. Lo tira appena, e lui grugnisce, mordendomi leggermente. “Attenta,” mi avverte, ma il suo tono è divertito. Poi si rialza, mi guarda, e dice: “Girati. Voglio vederti da dietro.”
Obbedisco, mi metto a quattro zampe, il volto premuto contro il materasso. Sento il suo sguardo su di me, il modo in cui mi osserva, e mi fa sentire ancora più esposta. Mi dà una pacca sul sedere, non forte, ma abbastanza da farmi sobbalzare. “Perfetto,” dice, e poi lo sento dietro di me, le sue mani che mi tengono i fianchi. Mi penetra di nuovo, questa volta da dietro, e la sensazione è diversa, più profonda. Grido, non riesco a trattenermi, e lui mi tapa la bocca con una mano. “Shh, non svegliare i vicini,” dice, ma c’è una risata nella sua voce. Si muove, il ritmo è implacabile, ogni spinta mi fa tremare. Sento il suono della sua pelle contro la mia, il calore che cresce, il sudore che ci bagna entrambi.
“Dimmi che lo vuoi ancora,” mi ordina, la voce bassa, mentre rallenta appena, torturandomi. Io giro la testa, lo guardo da sopra la spalla. “Lo voglio. Voglio tutto. Non fermarti.” Lui sorride, un sorriso che mi fa rabbrividire, e poi accelera di nuovo, le sue mani che mi stringono così forte che so che lasceranno i segni. “Brava,” dice. “Proprio come lei. Proprio come…” Si interrompe, ma io so cosa sta per dire. E quando lo dice, il suo tono cambia, diventa più dolce, più doloroso. “Proprio come Anna.”
Quel nome, il nome di mia madre, mi colpisce come un pugno. Sento le lacrime bruciarmi gli occhi, ma non voglio che si fermi. Il senso di colpa mi soffoca, ma il piacere è più forte. “Dillo ancora,” gli dico, la voce tremante. “Chiamami così.” Lui esita, poi si china su di me, il suo petto contro la mia schiena, e sussurra al mio orecchio: “Anna. Dio, Anna, mi sei mancata.” E io piango, le lacrime che mi bagnano il viso, ma il mio corpo continua a muoversi con il suo, a cercare di più, a volere di più.
Le sue spinte diventano frenetiche, disordinate. Sento il suo respiro spezzato, i suoi grugniti bassi, il modo in cui il suo corpo trema. “Ci sono quasi,” dice, la voce rauca. “E tu?” Io annuisco, incapace di parlare, il piacere che mi monta dentro come un’onda. “Vieni con me, Anna,” dice, e io lo faccio. L’orgasmo mi travolge, mi fa gridare, il corpo che si contrae attorno a lui. Lo sento venire dentro di me, un calore improvviso, il suo gemito profondo che mi riempie le orecchie. Restiamo così per un momento, ansimanti, sudati, i nostri corpi ancora uniti.
Poi lui si tira indietro, si sdraia accanto a me. Io mi volto, lo guardo. Le lacrime mi rigano il viso, ma non le asciugo. Lui non dice nulla, mi guarda e basta, il volto indurito. Sento il peso di quello che abbiamo fatto, il tradimento doppio, verso mia madre, verso noi stessi. Ma non c’è rimpianto, non ancora. Solo un vuoto che non so come riempire. Restiamo in silenzio, il suono del nostro respiro l’unica cosa che rompe la quiete della notte.
