Racconti Piccanti
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Ogni volta che vuoi (parte 2)

Ogni volta che vuoi (parte 2)

24 Marzo 2026·9 min di lettura

Non so come ho fatto a dormire quella notte. Il materasso sotto di me era duro, un pezzo di schifo che sembrava fatto di cartone, e il dolore al corpo non mi dava tregua. Ogni movimento mi ricordava quello che era successo, la pressione di Karim dentro di me, il suo odore che ancora mi sembrava di avere addosso. La cella era buia, solo una lama di luce filtrava dalla piccola finestra in alto, e il silenzio era rotto dal respiro regolare di Karim sul letto sopra di me. Ogni tanto sentivo il clangore delle porte metalliche in lontananza, il tintinnio delle chiavi dei secondini che facevano il giro. Non riuscivo a chiudere gli occhi per più di qualche minuto, la testa piena di pensieri che non volevo affrontare. Ero stato qualcuno, fuori da qui. Ora non ero niente.

La sveglia è suonata presto, un rumore stridente che mi ha fatto sobbalzare. Karim è sceso dal letto con un movimento fluido, i piedi nudi che toccavano il pavimento freddo senza esitazione. Mi ha guardato, con quel sorrisetto che ormai conoscevo fin troppo bene, e si è stiracchiato, mostrando i muscoli definiti sotto la pelle abbronzata. Il tatuaggio sul collo sembrava quasi brillare sotto la luce fioca.

“Buongiorno, Alex,” ha detto, con un tono che sembrava più una provocazione che un saluto. “Dormito bene?”

Ho borbottato qualcosa, un “sì” a mezza bocca, mentre mi tiravo su. Ogni muscolo del corpo protestava, un bruciore sordo che partiva dal basso e si irradiava ovunque. Non volevo guardarlo negli occhi, ma sentivo il suo sguardo su di me, pesante come un macigno.

“Non fare quella faccia,” ha continuato, tirandosi su i pantaloni con calma. “Ti ci abituerai. Fidati, è solo questione di tempo.”

Non ho risposto. Cosa potevo dire? Che lo odiavo? Che volevo spaccargli la faccia? Non avrebbe avuto senso. Qui dentro, le regole erano diverse. E io stavo imparando a mie spese che resistere non era un’opzione. Mi sono alzato, sentendo il pavimento freddo sotto i piedi, e ho cercato di ignorare il dolore mentre mi preparavo per la giornata. Colazione, conta, ora d’aria. La routine del carcere era un loop infinito, un modo per ricordarti che non avevi controllo su niente. Nemmeno sul tuo corpo.

Durante la colazione, in mensa, ho cercato di tenermi a distanza da Karim. Mi sono seduto a un tavolo con altri due tizi, gente che non parlava molto e sembrava voler solo farsi i fatti propri. Ma lo sentivo, il suo sguardo dall’altro lato della sala. Era con un gruppetto di altri detenuti, rideva, gesticolava, come se fosse il re del mondo. Ogni tanto voltava la testa verso di me, e io abbassavo gli occhi sul vassoio, sul pane secco e il caffè che sapeva di bruciato. L’odore di cibo stantio e sudore riempiva l’aria, un misto che mi dava la nausea. Ma non era solo quello. Era la consapevolezza che, ovunque fossi, lui mi teneva d’occhio. E io non potevo farci niente.

L’ora d’aria è passata senza incidenti. Il cortile era lo stesso di sempre: asfalto screpolato, reti di metallo intorno, il sole che picchiava sulla testa. Camminavo da solo, con le mani in tasca, cercando di non pensare. Ma Karim si è avvicinato, come se fosse inevitabile. Ha camminato al mio fianco, senza dire niente per qualche metro, poi ha parlato, con quella voce roca che mi faceva stringere i denti.

“Stai evitando di guardarmi, Alex. Perché? Ti faccio schifo o cosa?”

Ho scrollato le spalle, cercando di sembrare indifferente. “Non sto evitando niente. Sto solo camminando.”

Ha riso, una risata bassa, quasi un ringhio. “Non fare il coglione. Lo so che ci stai pensando. A ieri sera. E sai una cosa? Ci penserai ogni cazzo di giorno, perché non finisce mica lì.”

Ho sentito un nodo allo stomaco, ma non ho detto niente. Abbiamo continuato a camminare, fianco a fianco, mentre il rumore delle voci degli altri detenuti ci circondava. Il calore dell’asfalto mi bruciava sotto le suole, l’odore di sigarette e polvere mi riempiva il naso. Karim ha tirato fuori una sigaretta dalla tasca, l’ha accesa con un gesto rapido e ha aspirato una boccata lunga, guardandomi con la coda dell’occhio.

“Oggi ci divertiamo un po’,” ha detto, soffiando fuori il fumo. “Dopo le docce. Non dire di no, tanto lo so che non lo fai.”

Non ho risposto. Non potevo. La sua sicurezza, il modo in cui dava per scontato che avrei obbedito, mi faceva ribollire il sangue. Ma una parte di me, una parte che odiavo, sapeva che aveva ragione. Non dicevo mai di no. Non qui dentro.

Il resto della giornata è passato in una specie di nebbia. Ogni ora che passava, sentivo la tensione crescere, un peso che mi schiacciava il petto. Dopo il turno di lavoro in lavanderia, dove l’odore di detersivo e umidità mi aveva impregnato le mani, siamo andati alle docce. Il bagno comune era un posto che odiavo: piastrelle screpolate, ruggine sugli scarichi, l’odore di muffa e sapone da due soldi che non copriva mai il puzzo di sudore. L’acqua era tiepida, quando andava bene, e il rumore dei getti si mescolava alle voci rauche dei detenuti, agli schizzi che rimbalzavano sulle pareti.

Mi sono spogliato in fretta, cercando di non attirare attenzione, e sono entrato sotto uno dei getti liberi, lasciando che l’acqua mi scorresse sulla testa. La sensazione era quasi un sollievo, un momento di pausa dal casino che avevo nella testa. Ma non è durato. Ho sentito dei passi dietro di me, e non ho avuto bisogno di voltarmi per sapere chi fosse. Karim si è messo sotto il getto accanto al mio, il corpo magro ma scolpito che luccicava sotto l’acqua. Il tatuaggio sul collo sembrava più scuro, quasi vivo, mentre l’acqua gli scorreva sopra.

“Non guardi nemmeno, eh?” ha detto, con un tono divertito. “Dai, Alex, rilassati. Siamo solo noi qui.”

Non era vero. C’erano altri intorno, ma nessuno ci badava. Qui dentro, ognuno pensava a sé. Ho cercato di ignorarlo, concentrandomi sull’acqua che mi colpiva la schiena, ma lui si è avvicinato, il suo braccio che sfiorava il mio. Ho sentito il calore della sua pelle, il profumo acre del sapone mescolato al suo odore naturale. Il cuore mi batteva più forte, un misto di rabbia e qualcosa che non volevo nominare.

“Ti piace fare il duro, ma lo sappiamo tutti e due come va a finire,” ha sussurrato, la voce bassa, quasi coperta dal rumore dell’acqua. “Girati un attimo. Fammi vedere.”

Ho esitato, le mani strette a pugno, ma poi ho obbedito. Mi sono voltato, lentamente, sentendo gli occhi di tutti gli altri che non mi guardavano davvero, ma che sapevano. Karim mi ha fissato, con quel ghigno che non spariva mai, e ha fatto un passo avanti, l’acqua che gli gocciolava dai capelli ricci sulla fronte.

“Lo vedo che ci stai,” ha detto, guardandomi dall’alto in basso. “Non serve che parli. Il tuo corpo parla per te.”

Non ho detto niente. Non potevo. La sua mano si è posata sul mio fianco, le dita bagnate che scivolavano sulla pelle, e ho sentito un brivido che non volevo sentire. L’acqua continuava a scorrere, un suono costante che copriva il battito del mio cuore. Lui si è avvicinato ancora, il suo corpo contro il mio, e ho sentito la sua durezza premere contro di me, evidente anche sotto l’acqua.

“Ti faccio vedere come si fa,” ha detto, la voce che era un misto di ordine e scherno. “Piegati un po’. Non fare storie.”

Ho sentito le guance bruciarmi, ma mi sono chinato in avanti, appoggiando le mani sulle piastrelle umide. Il freddo del muro mi ha colpito i palmi, mentre l’acqua mi cadeva sulla schiena come una cascata. Karim si è posizionato dietro di me, le sue mani che mi stringevano i fianchi con forza, le unghie che affondavano appena. Ho sentito il suo respiro caldo sul collo, il suo odore che mi riempiva i polmoni, più forte dell’acqua o del sapone.

“Rilassati, cazzo,” ha detto, mentre sentivo la pressione crescere. “Lo sai come funziona. Non è la prima volta.”

Ha sputato, un suono rozzo che mi ha fatto stringere i denti, e poi l’ho sentito spingere, lento ma deciso. Il bruciore era acuto, come un taglio, ma meno intenso di ieri. Il mio corpo si stava abituando, e odiavo ammetterlo. Ha iniziato a muoversi, con spinte regolari, profonde, e ogni movimento era accompagnato dal suono dell’acqua che ci colpiva, dallo schiaffo della sua pelle contro la mia. Il dolore si mescolava a un calore strano, un senso di pienezza che mi faceva stringere le mascelle.

“Così, bravo,” ha grugnito, la voce spezzata dal ritmo. “Lo prendi bene, Alex. Sei fatto per questo, cazzo. Dimmi che ti piace.”

Non ho risposto, non potevo. La mia bocca era chiusa, i denti stretti, ma il mio corpo tradiva ogni pensiero. Le sue mani mi tenevano fermo, una sul fianco, l’altra che scivolava sul mio petto, stringendo forte. Sentivo ogni dettaglio, la sua lunghezza che mi riempiva, il calore che bruciava dentro, il suo respiro che mi colpiva la nuca. Il tatuaggio sul suo collo era l’unica cosa che vedevo quando giravo appena la testa, linee nere che si muovevano al ritmo dei suoi movimenti.

“Parla, stronzo,” ha insistito, spingendo più forte. “Dimmi che lo vuoi. Non fare il muto.”

Ho aperto la bocca, ma le parole non venivano. Alla fine, ho borbottato un “sì” soffocato, appena udibile sopra il rumore dell’acqua. Lui ha riso, un suono basso e soddisfatto, e ha accelerato, le spinte più dure, più rapide. Il bruciore si è trasformato in qualcos’altro, un misto di dolore e pressione che mi faceva tremare le gambe.

“Ecco, così,” ha detto, ansimando. “Lo sapevo. Non dici mai di no, vero? Sei mio, Alex. Ogni volta che voglio.”

Non so quanto è durato. Il tempo si è dissolto, sostituito dal ritmo dei suoi movimenti, dal suono dell’acqua, dal calore che mi consumava. Alla fine, ho sentito il suo respiro diventare irregolare, i suoi gemiti più forti, e poi un’esplosione dentro di me, un calore che mi ha fatto stringere i denti. Si è tirato fuori con un movimento lento, lasciandomi vuoto e tremante, mentre l’acqua continuava a scorrere su di noi, lavando via il sudore e il resto.

Mi sono raddrizzato, il respiro corto, le gambe che quasi cedevano. Karim si è passato una mano tra i capelli bagnati, guardandomi con quel ghigno che non spariva mai. “Visto? Non è poi così male,” ha detto, chiudendo il getto. “E non finisce qui. Stasera, in cella, ci riproviamo. Ho un paio di idee.”

Non ho risposto. Mi sono rivestito in silenzio, sentendo ancora il dolore sordo, il calore della sua presenza che non se ne andava. La giornata non era finita, e io già sapevo cosa mi aspettava. Ma mentre camminavo verso la cella, con il rumore delle chiavi dei secondini che riecheggiava nel corridoio, ho sentito qualcosa di nuovo. Un pensiero, un sussurro nella testa. E se non fosse solo sottomissione? E se una parte di me, nascosta, stesse iniziando a volere tutto questo? Non lo so. Ma stasera, quando la porta si chiuderà dietro di noi, lo scoprirò.

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