Racconti Piccanti
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L’ape regina

L’ape regina

23 Marzo 2026·9 min di lettura

Mi chiamo Clara, ho 51 anni e da tre anni sono vedova. Vivo in una piccola fattoria ai margini di un paesino, dove gestisco un apiario didattico. Le mie api sono la mia vita: le curo con una dedizione che forse non ho mai avuto per nient’altro, nemmeno per mio marito, che riposi in pace. Non è che non lo amassi, ma il nostro era un matrimonio tranquillo, senza grandi scosse. Dopo la sua morte, mi sono buttata a capofitto nel lavoro. Insegno ai bambini delle scuole, ai curiosi, a chiunque voglia capire come funziona un alveare. È un mondo di ordine, di gerarchie ferree, di ruoli che non si discutono. E io, in qualche modo, mi ci ritrovo.

Era un pomeriggio di fine primavera quando è arrivato lui, Matteo, uno studente di agraria di 22 anni mandato qui per uno stage obbligatorio. Un ragazzo magro, con i capelli mossi e castani, gli occhi verdi e un’aria un po’ spaesata. Mi ha detto subito che era allergico alle punture di api, ma che era affascinato dal loro mondo. “Voglio imparare, anche se rischio,” mi ha confessato con un mezzo sorriso. Io l’ho guardato storto. “Qui non si rischia per capriccio,” gli ho detto secca. “Se non stai attento, ci lasci la pelle. E non ho tempo da perdere con un pivello che non sa stare al suo posto.” Lui ha annuito, senza replicare. Ho capito subito che era uno di quelli che non si tirano indietro, ma che hanno bisogno di una guida ferrea.

I primi giorni sono stati un continuo di ordini e rimproveri. Gli insegnavo tutto: come maneggiare gli alveari, come riconoscere i ruoli delle api, come funziona la gerarchia. “Vedi, Matteo, l’ape regina comanda tutto. È lei che decide, che attira, che si fa fecondare. I fuchi, i maschi, esistono solo per quello. Una volta che l’hanno montata, muoiono. Sacrificabili.” Lui mi ascoltava, attento, ma a volte i suoi occhi si perdevano nei miei. Non so se fosse rispetto o qualcos’altro, ma sentivo che c’era una tensione, qualcosa che non riuscivo a definire. Dentro di me, una voce che non ascoltavo da anni iniziava a sussurrare. Mi sentivo come una regina senza più fuchi, sola, con un alveare che non aveva più bisogno di me in quel modo. E lui… lui sembrava così fragile, così disposto a seguire ogni mia parola.

Una sera, dopo una giornata di lavoro, ci siamo fermati a parlare vicino agli alveari. Il sole stava calando, l’aria era tiepida e il ronzio delle api era un sottofondo costante. “Clara, ma tu non ti senti mai… non so, in gabbia? Sempre qui, sempre con loro?” mi ha chiesto, sedendosi su una cassetta di legno. Io ho riso, amara. “Le api non sono una gabbia. Sono un sistema. E io sono parte di quel sistema. Tu invece… tu sei solo di passaggio. Un fuco che viene e va.” Lui mi ha guardato, serio. “E se volessi restare? Se volessi… imparare di più?” Non so cosa mi abbia colpito di quella frase, ma ho sentito un calore nello stomaco, qualcosa che non provavo da troppo tempo. “Imparare di più significa obbedire di più,” gli ho risposto, la voce bassa. “Sei pronto per questo?” Lui ha deglutito, poi ha annuito. “Sì. Dimmi cosa devo fare.”

Nei giorni successivi, la tensione tra noi è cresciuta. Non era solo nei discorsi, ma nei gesti. Quando gli passavo gli strumenti, le nostre mani si sfioravano più del necessario. Quando gli spiegavo come controllare un alveare, mi avvicinavo troppo, e sentivo il suo respiro accelerare. Una volta, mentre gli mostravo come estrarre un telaio, gli ho toccato il braccio per correggerlo. La sua pelle era calda sotto la tuta da apicoltore, e ho visto che si irrigidiva. “Attento, Matteo. Qui un errore ti costa caro,” gli ho detto, ma la mia voce aveva un tono diverso, quasi un invito. Lui ha girato la testa, i suoi occhi nei miei. “Non voglio sbagliare con te,” ha mormorato. E io, per la prima volta dopo anni, ho sentito un desiderio che non potevo ignorare.

Una sera, al tramonto, abbiamo finito tardi. Eravamo entrambi stanchi, sudati sotto le tute da apicoltore. Gli alveari erano intorno a noi, il ronzio un sottofondo ipnotico. “Oggi hai lavorato bene,” gli ho detto, togliendomi i guanti. Lui mi ha sorriso, un po’ timido. “Grazie. Ma… posso chiederti una cosa? Come fai a essere sempre così sicura? Così… in controllo?” Io l’ho guardato, poi ho fatto un passo verso di lui. “È come con le api. Devi sapere qual è il tuo posto, e far sapere agli altri qual è il loro. Vuoi che te lo dimostri?” Lui ha esitato, poi ha annuito. “Sì. Mostramelo.”

Mi sono avvicinata ancora, fino a sfiorarlo. “Togliti la parte superiore della tuta,” gli ho detto, la voce ferma. Lui mi ha guardato, sorpreso, ma ha obbedito. Sotto aveva solo una maglietta aderente, il petto magro ma definito, la pelle leggermente abbronzata. Io ho slacciato un po’ la mia, mostrando la canottiera che portavo sotto. “Ora ascoltami bene,” gli ho detto, abbassando la voce. “Nelle api, tutto gira intorno al feromone della regina. È un segnale chimico, irresistibile. Fa impazzire i fuchi. Li chiama. Li domina. Capisci?” Lui ha annuito, il respiro corto. “Sì, Clara. Lo capisco.” Ho sorriso, un sorriso che non facevo da anni. “Bene. Ora inginocchiati. Qui, tra gli alveari.”

Matteo mi ha guardato per un istante, come se non fosse sicuro di aver capito, ma poi si è inginocchiato sul terreno, proprio davanti a me. Gli alveari erano intorno a noi, il ronzio costante nell’aria. Mi sono chinata su di lui, le mani sui suoi capelli. “Bravo. Ora stai fermo e ascolta. Il feromone della regina lo senti, anche se non lo sai. È qualcosa che ti prende dentro, ti guida. Ti fa fare quello che lei vuole.” Mentre parlavo, ho fatto scivolare una mano lungo il suo collo, poi sul petto, sotto la maglietta. La sua pelle era calda, tesa. Lui ha chiuso gli occhi per un attimo, un gemito leggero gli è sfuggito. “Clara… cosa stai facendo?” ha chiesto, la voce incerta. “Ti sto insegnando,” ho risposto, calma. “Ti sto mostrando come si comanda.”

Ho continuato a toccarlo, lentamente, scendendo con la mano fino alla cintura dei suoi pantaloni. Lui ha aperto gli occhi, guardandomi. “Non so se è giusto,” ha detto, ma la sua voce era già spezzata dal desiderio. “Non si tratta di giusto o sbagliato,” gli ho detto. “Si tratta di natura. Di istinto. Vuoi fermarmi?” Lui ha scosso la testa. “No. Vai avanti.” Ho sorriso di nuovo, poi ho slacciato la cintura e ho infilato la mano dentro. Lo sentivo già duro sotto le dita, il tessuto dei boxer teso. Ho iniziato a muovere la mano, piano, stringendo e lasciando andare. Lui ha buttato la testa indietro, un gemito più forte. “Cazzo, Clara… è troppo.” Io ho riso piano. “Troppo? Non hai ancora visto niente. Stai zitto e lasciami fare.”

Ho continuato così per un po’, godendomi il controllo, i suoi respiri affannosi, i piccoli suoni che gli sfuggivano. L’odore del miele e della cera d’api si mischiava al suo, un misto di sudore e pelle giovane. Poi mi sono fermata, ho tirato fuori la mano. Lui mi ha guardato, confuso, quasi disperato. “Perché ti sei fermata?” ha chiesto, ansimando. “Perché ora tocca a te,” gli ho detto. Mi sono tolta la parte superiore della tuta del tutto, restando con la canottiera e i pantaloni. Poi mi sono girata, mi sono messa a quattro zampe davanti a lui, proprio tra gli alveari. “Vieni qui,” gli ho ordinato. “Fammi vedere che sai fare il tuo dovere di fuco.”

Matteo ha esitato solo un momento, poi si è avvicinato. Ho sentito le sue mani sui miei fianchi, incerte all’inizio, poi più decise. “Così va bene?” ha chiesto, la voce tremante. “Sì, ma non perdere tempo,” gli ho risposto. “Toglimi i pantaloni. Ora.” Lui ha obbedito, abbassandomi i pantaloni e gli slip fino alle ginocchia. Sentivo l’aria fresca sulla pelle, il contrasto con il calore del suo respiro vicino a me. “Cazzo, Clara… sei…” ha iniziato, ma io l’ho interrotto. “Non parlare. Agisci. Montami come un fuco deve fare. E fai in fretta.”

Ho sentito il rumore della sua cintura che si slacciava, poi il calore del suo corpo contro il mio. Si è chinato su di me, il petto contro la mia schiena, e ho sentito la sua erezione premere contro di me. “Vai piano all’inizio,” gli ho detto, la voce ferma anche se sentivo il cuore battere forte. Lui ha annuito, poi è entrato, lento, con un movimento che mi ha fatto stringere i denti. Era tanto che non lo facevo, e il suo corpo giovane, inesperto ma pieno di energia, mi ha preso alla sprovvista. “Cazzo, è… stretto,” ha mormorato, fermandosi un attimo. “Muoviti,” gli ho ordinato. “E non fermarti finché non te lo dico io.”

Ha iniziato a spingere, prima piano, poi con più forza. Io tenevo le mani a terra, il terreno ruvido sotto le dita, il ronzio delle api tutto intorno a noi. Ogni tanto sentivo una di loro sfiorarmi il braccio, ma non ci facevo caso. Ero concentrata su di lui, sul ritmo che stavamo trovando. “Più forte,” gli ho detto a un certo punto, girando la testa per guardarlo. I suoi occhi erano socchiusi, il sudore gli colava lungo la fronte. “Sì, Clara… come vuoi tu,” ha ansimato, aumentando la velocità. Sentivo il suo corpo sbattere contro il mio, il suono della pelle contro la pelle che si mischiava al ronzio dell’alveare. L’odore del miele era ovunque, dolce e appiccicoso, e si mescolava al nostro.

“Stringimi i fianchi,” gli ho ordinato, e lui l’ha fatto, le mani che mi afferravano con forza. Ho iniziato a muovermi con lui, assecondando i suoi colpi, stringendolo dentro di me a ogni spinta. Lo sentivo gemere, i suoi suoni sempre più disperati. “Clara… non ce la faccio più… sto per…” ha detto, la voce spezzata. “Aspetta,” gli ho ordinato, dura. “Aspetta finché non sono pronta.” Ho accelerato il ritmo, spingendomi contro di lui, sentendo il piacere montare dentro di me, un calore che non provavo da anni. Poi, quando ho sentito che stavo per venire, gli ho detto: “Ora. Fallo ora.” Lui ha spinto un’ultima volta, un gemito profondo gli è sfuggito mentre esplodeva dentro di me. Io ho chiuso gli occhi, lasciandomi andare, il corpo che tremava sotto il suo peso.

Siamo rimasti così per un momento, ansimando, il ronzio delle api che ci avvolgeva come se non fosse successo niente. Poi lui si è tirato indietro, lentamente, e io mi sono rialzata, sistemandomi i pantaloni. Mi sono girata a guardarlo. Era seduto a terra, la tuta slacciata, il viso arrossato. “Beh,” ho detto, la voce calma. “Hai imparato qualcosa oggi.” Lui ha sorriso, un sorriso stanco ma soddisfatto. “Sì, Clara. Direi di sì.” Io ho annuito, poi ho guardato il sole che ormai era quasi sparito dietro le colline. “Andiamo a sistemare gli attrezzi. Domani si ricomincia.” Lui si è alzato, seguendomi senza dire altro. E io, dentro di me, sentivo che qualcosa si era risvegliato. Non so per quanto, ma per ora andava bene così.

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