Rispondi bene o ti punisco
Sono Giulia, ho ventinove anni e faccio la tutor privata da un paio d’anni. Aiuto ragazzi a prepararsi per gli esami, soprattutto matematica e fisica, materie che sembrano un incubo per molti. Matteo è uno dei miei studenti, un diciannovenne che sta cercando di recuperare un debito formativo in matematica. È un tipo sveglio, ma distratto, con quegli occhi scuri che ti guardano un po’ troppo a lungo e un sorrisetto che dice tutto senza bisogno di parole. L’ho notato subito, il modo in cui mi fissa le gambe quando spiego o come si morde il labbro quando gli sto vicino per correggere un esercizio. La tensione tra noi è cresciuta in fretta, e oggi, durante una lezione a casa sua, abbiamo deciso di giocare a un gioco molto particolare.
Siamo nella sua stanza, un posto spoglio con un letto singolo, una scrivania piena di fogli e un caldo soffocante che ci fa sudare entrambi. La finestra è aperta, ma non c’è un filo d’aria. Ho una gonna leggera che mi arriva appena sopra il ginocchio e una camicetta sbottonata quel tanto che basta per far intravedere il reggiseno nero. Matteo è in pantaloncini e maglietta, seduto sulla sedia della scrivania, con le gambe larghe e un’espressione tra il nervoso e l’eccitato.
“Matteo, ascoltami bene,” gli dico, incrociando le braccia e guardandolo dritto negli occhi. “Oggi faremo un ripasso, ma lo facciamo a modo mio. Ogni risposta giusta, ti do un premio. Ogni risposta sbagliata, be’, vedrai cosa succede. Ci stai?”
Lui deglutisce, la voce un po’ roca. “Ci sto, Giulia. Dimmi cosa devo fare.”
Sorrido, mi avvicino e mi inginocchio davanti a lui, tra le sue gambe. Sento il suo respiro accelerare. “Iniziamo con una domanda facile. Quanto fa 12 per 8?”
Lui ci pensa un attimo, poi risponde: “96.”
“Bravo,” sussurro, abbassandomi verso i suoi pantaloncini. Gli slaccio il bottone e tiro giù la zip, sentendo già la sua erezione spingere contro il tessuto dei boxer. Glielo tiro fuori, è duro, caldo al tatto, con una vena che pulsa lungo il lato. La pelle è liscia, l’odore forte e maschile mi colpisce subito. Gli passo la lingua sulla punta, lentamente, guardandolo negli occhi mentre lo faccio. Lui geme piano, stringendo i pugni sui braccioli della sedia.
“Prossima domanda,” dico, fermandomi un attimo e leccandomi le labbra. “Radice quadrata di 144.”
“12,” risponde subito, con la voce spezzata.
“Molto bene,” mormoro, e torno a succhiarlo, prendendolo più in fondo stavolta. La mia bocca è calda e bagnata, lo avvolgo con la lingua mentre muovo la testa su e giù, sentendo il suo sapore salato sulla lingua. Con una mano mi tocco sotto la gonna, scostando le mutandine. Sono già fradicia, le dita scivolano dentro con facilità, e il rumore umido delle mie carezze si mischia ai suoi gemiti. Sento qualche goccia cadere sul pavimento sotto di me, il legno si bagna mentre continuo a lavorare su di lui.
“Porca miseria, Giulia, non fermarti,” ansima Matteo, spingendo i fianchi verso di me.
“Non ti muovere,” gli ordino, alzando lo sguardo. “E rispondi a questa: qual è il teorema di Pitagora?”
Lui ci pensa un attimo, il respiro corto. “In un triangolo rettangolo, la somma dei quadrati dei cateti è uguale al quadrato dell’ipotenusa.”
“Esatto,” dico con un sorrisetto, e torno a succhiarlo con più intensità, stringendo le labbra intorno alla base mentre la mia lingua gli stuzzica la parte sensibile appena sotto la punta. Lui si lascia andare a un gemito profondo, la testa buttata indietro. Le mie dita sotto la gonna si muovono più veloci, il calore tra le gambe è quasi insopportabile. Mi tolgo un attimo per riprendere fiato, una linea di saliva collega ancora la mia bocca a lui.
“Un’altra domanda,” dico, con la voce roca. “Quanto fa 7 per 9?”
“56,” risponde, ma si sbaglia.
Sorrido, un sorriso cattivo. “No, Matteo. Fa 63.” E gli do una pacca leggera ma decisa sulle palle, facendolo sobbalzare. Lui geme, un misto di dolore e piacere, e io lo guardo dritto negli occhi. “Rispondi bene o ti punisco di nuovo.”
“Cristo, Giulia, sei pazza,” dice tra i denti, ma vedo che gli piace. Il suo cazzo è ancora più duro, se possibile, e pulsa nella mia mano.
“Vuoi che smetta?” gli chiedo, alzando un sopracciglio mentre lo accarezzo lentamente, solo con le dita.
“No, cazzo, continua,” mi supplica, con la voce tremante.
“Allora rispondi: qual è la formula dell’area di un cerchio?”
“Pi greco per raggio al quadrato,” dice subito, stavolta senza esitare.
“Bravo ragazzo,” sussurro, e torno a prenderlo in bocca, succhiandolo con più forza. Lo sento spingere contro la mia gola, il ritmo dei miei movimenti si sincronizza con quello delle mie dita dentro di me. Sono così bagnata che ogni volta che muovo la mano si sente un rumore osceno, e il pavimento sotto di me è ormai una piccola pozza. Il suo odore mi riempie le narici, un misto di sudore e desiderio, e il sapore della sua pelle mi fa impazzire. Ogni tanto alzo lo sguardo per guardarlo: ha gli occhi socchiusi, la bocca aperta, e il petto che si alza e si abbassa veloce.
“Giulia, sto per venire, rallent…” inizia a dire, ma lo interrompo.
“Non ancora,” gli dico, fermandomi di colpo. Mi alzo un attimo, mi tolgo le mutandine ormai zuppe e le lascio cadere a terra con un rumore bagnato. Mi rimetto in ginocchio, ma stavolta mi posiziono in modo che lui possa vedere meglio cosa faccio con le mie dita. Le muovo dentro e fuori, allargandomi un po’ mentre lo guardo. “Rispondi a questa e ti faccio venire: quanto fa 15 per 6?”
“90,” risponde subito, con la voce disperata.
“Perfetto,” dico, e torno a succhiarlo, stavolta senza fermarmi. Lo prendo tutto in bocca, sentendolo pulsare contro il palato. Con una mano gli massaggio le palle, con l’altra continuo a toccarmi, le dita che scivolano dentro di me con un ritmo frenetico. Sento il suo respiro diventare sempre più irregolare, i suoi gemiti più forti.
“Giulia, cazzo, sto venendo,” mi avvisa, ma non mi fermo. Lo voglio sentire, voglio tutto. Quando esplode, lo tengo fermo con la bocca, lasciando che si svuoti dentro di me. Il sapore è forte, caldo, e lo ingoio mentre continuo a muovere la lingua intorno a lui, finché non si rilassa con un gemito profondo. Solo allora mi stacco, leccandomi le labbra e guardandolo negli occhi.
“Sei stato bravo,” gli dico, con un sorrisetto. Mi alzo, le gambe un po’ tremanti, e vedo il pavimento sotto di me completamente bagnato. Anche le sue cosce sono lucide di sudore, e lui mi guarda con un’espressione tra lo sconvolto e il soddisfatto.
“Porca troia, Giulia, non ci credo,” dice, passandosi una mano tra i capelli. “È stata la lezione più assurda della mia vita.”
Rido piano, sistemandomi la gonna. “Se vuoi ripetere, sai cosa fare. Studia meglio la prossima volta, così eviti le punizioni.”
Lui scuote la testa, ancora incredulo, mentre io raccolgo le mie cose. Il calore nella stanza è insopportabile, ma il calore dentro di me lo è ancora di più. So che questa non sarà l’ultima volta che giochiamo a questo gioco. E, a giudicare dal modo in cui mi guarda mentre esco dalla stanza, lo sa anche lui.
Abbiamo appena iniziato.
