Racconti Piccanti
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Voce calma in diretta

Voce calma in diretta

30 Marzo 2026·8 min di lettura

Eccomi qui, seduta nella cabina di registrazione, con il microfono a pochi centimetri dalla bocca e le cuffie che mi isolano dal mondo. Sono le 21:00 in punto, e la sigla del mio programma, “Notte Profonda”, sta andando in onda. La mia voce deve essere impeccabile, professionale, come sempre. Parlo di musica, di emozioni, di storie che accompagnano gli ascoltatori in queste ore tarde. Ma stasera c’è qualcosa di diverso. Lo sento nell’aria, un’elettricità che mi fa battere il cuore più forte. Non so cosa sia, ma lo percepisco.

La porta della cabina si apre con un leggero scricchiolio. È Marco, il tecnico di studio. Ha un’aria sorniona, un sorrisetto che non riesco a decifrare. Di solito resta fuori, dietro il vetro, a gestire la regia. Ma stasera è qui, dentro, con me. Chiude la porta alle sue spalle, e il click della serratura mi fa sobbalzare appena.

“Ciao, bella,” sussurra, avvicinandosi. La sua voce è bassa, quasi un ringhio. “Stasera ci divertiamo un po’.”

“Marco, che diavolo fai? Sono in diretta,” rispondo, cercando di mantenere il tono fermo, ma il cuore mi martella nel petto. Devo introdurre il prossimo brano, e il timer sullo schermo mi dice che ho trenta secondi.

“Lo so, ed è proprio questo il bello,” dice lui, con un ghigno. Si avvicina ancora, fino a sfiorarmi. Sento il calore del suo corpo dietro di me, mentre sto seduta sulla sedia girevole. “Non ti muovere, continua a parlare. Vediamo quanto riesci a restare calma.”

Non ho tempo di replicare. La sigla finisce, e il microfono si attiva. “Ben ritrovati su Notte Profonda, sono Laura e stasera vi accompagno con le migliori ballad degli ultimi vent’anni. Partiamo subito con un classico, ‘Unchained Melody’ dei Righteous Brothers. Restate con me,” dico, con la voce più stabile che riesco a tirar fuori. Premo il tasto per mandare il brano e, mentre la musica riempie la cabina, sento le mani di Marco sulle mie spalle.

“Brava, continua così,” mormora al mio orecchio. Il suo fiato caldo mi fa rabbrividire. Scivola con le mani lungo le mie braccia, poi sotto il tavolo, dove nessuno può vederci attraverso il vetro della regia. “Alza un po’ i fianchi,” ordina, con un tono che non ammette repliche.

“Sei pazzo,” sibilo, ma il mio corpo reagisce prima della mia testa. Mi sollevo appena, e lui con un gesto rapido mi tira su la gonna fino alla vita. Sento l’aria fresca sulle cosce, e il tessuto delle mutandine di pizzo che si sposta di lato. Mi mordo il labbro, cercando di non emettere alcun suono. Il brano sta per finire, devo tornare in onda.

“Dai, non fare storie,” dice, mentre armeggia con qualcosa nella tasca. Lo vedo tirar fuori un piccolo oggetto, un vibratore nero, lungo appena qualche centimetro. Lo accende, e il ronzio leggero mi arriva alle orecchie come un avvertimento. “Stai ferma,” aggiunge, e senza darmi il tempo di protestare, lo spinge dentro di me. La sensazione è immediata, un’ondata di calore e pressione che mi fa stringere i denti. È piccolo, ma lo sento pulsare, e il mio corpo reagisce con un fremito involontario.

“Marco, cazzo, smettila,” sussurro, ma la mia voce trema. Il timer mi avvisa che ho dieci secondi. Mi schiarisco la gola, cercando di concentrarmi. La musica sfuma, e il microfono si riattiva. “E quello era un pezzo che non ha bisogno di presentazioni. Spero vi sia piaciuto. Restate con me, perché ora passiamo a qualcosa di più recente, un brano di Adele che scalda il cuore. Ecco a voi ‘Someone Like You’.” Premo il tasto per avviare la canzone, e appena la musica parte, Marco mi afferra per i fianchi.

“Brava, voce perfetta,” dice, con un tono di scherno. “Ma ora vediamo se riesci a tenere il controllo.” Si china su di me, e sento le sue mani che mi allargano le cosce. Il vibratore continua a lavorare dentro di me, un ritmo costante che mi fa sudare. Poi, con un movimento deciso, mi sposta leggermente in avanti sulla sedia. Sento il rumore della sua cintura che si slaccia, il tintinnio della fibbia che cade. “Ti scoperò nel culo mentre parli ai tuoi ascoltatori, Laura. Vediamo se riesci a non gridare.”

Le sue parole mi colpiscono come un pugno. Non so se sono più eccitata o terrorizzata, ma il pensiero di essere in diretta, con migliaia di persone che ascoltano la mia voce mentre lui mi prende così, mi manda il cervello in tilt. “Non puoi farlo, Marco,” dico, ma la mia voce è debole, quasi un lamento.

“Oh, sì che posso,” risponde, e sento qualcosa di freddo e scivoloso contro di me. Deve aver preso del lubrificante, perché la sensazione è liscia, quasi piacevole, mentre prepara la strada. “Rilassati, o sarà peggio,” aggiunge, e con una spinta lenta ma decisa, lo sento entrare. È grosso, molto più di quanto mi aspettassi, e il bruciore iniziale mi fa stringere i pugni. Ma il vibratore dentro di me e il ritmo delle sue spinte trasformano il disagio in qualcosa di diverso, un piacere oscuro che mi fa ansimare.

“Shh, stai zitta,” dice, coprendomi la bocca con una mano. Le sue dita sono ruvide, sanno di tabacco e sudore. La musica sta per finire, e io devo parlare di nuovo. Mi tolgo la sua mano con uno sforzo, cercando di respirare normalmente.

“E anche questo brano ci ha accompagnato per qualche minuto. Spero vi stia piacendo la selezione di stasera. Restate con me, perché ora ascoltiamo un classico del rock, ‘Hotel California’ degli Eagles,” dico, con la voce che trema appena. Premo il tasto, e appena la canzone parte, Marco aumenta il ritmo. Ogni spinta è profonda, decisa, e il vibratore dentro di me sembra amplificare tutto. Sento il suo respiro pesante sul collo, il calore del suo corpo che preme contro il mio.

“Cazzo, sei così stretta,” grugnisce al mio orecchio. “Ti piace, vero? Sapere che tutti ti ascoltano mentre ti faccio il culo.”

“Sta’ zitto,” sibilo, ma il mio corpo tradisce le mie parole. Mi sto sciogliendo sotto di lui, ogni muscolo teso per il piacere e la tensione di non farmi scoprire. Il suono delle sue spinte, pelle contro pelle, è soffocato ma chiarissimo nelle mie orecchie. Sento l’odore del suo sudore, pungente e maschio, mescolato al profumo del mio shampoo. Ogni tanto mi copre di nuovo la bocca, soffocando un gemito che mi sfugge senza controllo.

“Non fare rumore, puttanella da radio,” dice, con una risata bassa. “O vuoi che ti sentano venire in diretta?”

“Vaffanculo, Marco,” ringhio, ma le sue parole mi fanno contrarre, e il vibratore sembra spingermi oltre il limite. Mi aggrappo al bordo del tavolo, le unghie che graffiano il legno, mentre lui continua a muoversi, ogni spinta più forte della precedente. Il suo membro mi riempie completamente, un’invasione che mi fa tremare le gambe. Lo sento pulsare dentro di me, caldo e duro, e il contrasto con la vibrazione davanti è devastante.

La canzone sta per finire. Devo parlare di nuovo. Mi schiarisco la gola, cercando di ignorare il piacere che mi fa girare la testa. “E quello era un pezzo che non stanca mai. Continuiamo con un altro classico, questa volta dei Queen, con ‘Bohemian Rhapsody’. Restate con me su Notte Profonda,” dico, con la voce che si incrina appena alla fine. Premo il tasto, e Marco mi stringe i fianchi così forte che sono sicura mi lascerà i segni.

“Sei un fottuto fenomeno,” dice, ansimando. “Non so come fai a parlare così mentre ti scopo.”

“Chiudi quella bocca e muoviti,” ribatto, con un tono che è quasi un ordine. Non so da dove mi venga questa audacia, ma il pensiero di essere ascoltata da migliaia di persone mentre lui mi prende mi fa impazzire. Ogni spinta è un rischio, ogni gemito soffocato un trionfo. Sento il sudore scivolarmi lungo la schiena, le cosce che tremano mentre il vibratore mi spinge verso il bordo. Marco si china su di me, il suo petto contro la mia schiena, e mi morde il collo, non troppo forte ma abbastanza da farmi sobbalzare.

“Ti faccio venire, Laura. Proprio ora, mentre Freddie Mercury canta,” dice, con un tono che è un misto di sfida e lussuria. Aumenta il ritmo, le sue mani che mi tengono ferma mentre mi penetra con forza. Il vibratore ronza senza sosta, e la combinazione mi manda in pezzi. Non riesco più a trattenermi. Un’ondata di piacere mi travolge, e mordo il mio stesso braccio per non urlare. Il mio corpo si contrae intorno a lui, e sento ogni muscolo che si tende, ogni nervo che esplode.

“Cazzo, sì, così,” grugnisce Marco, e lo sento irrigidirsi. Con un’ultima spinta profonda, viene dentro di me, caldo e abbondante. Il suo respiro è un rantolo, e per un momento restiamo fermi, ansimanti, mentre la musica di sottofondo continua a suonare. Il vibratore ronza ancora, ma lo spengo con una mano tremante, estraendolo con un piccolo gemito.

“Sei un bastardo,” dico, cercando di riprendere fiato. Mi sistemo la gonna con mani maldestre, mentre il timer mi avvisa che ho meno di un minuto prima di tornare in onda.

“E tu sei una troia da Oscar,” risponde, con un sorriso strafottente. Si tira su i pantaloni, slacciandosi con calma, come se non avessimo appena fatto qualcosa di assurdo. “Vai, parla. Non voglio che i tuoi fan si preoccupino.”

Lo fulmino con lo sguardo, ma non c’è tempo per litigare. La canzone finisce, e il microfono si attiva. “E anche questo capolavoro dei Queen ci ha tenuto compagnia. Spero che stiate passando una bella serata con Notte Profonda. Continuiamo con un brano più rilassante, ‘Wonderful Tonight’ di Eric Clapton. Restate con me,” dico, con la voce che miracolosamente regge, anche se dentro sto ancora tremando.

Marco mi dà una pacca leggera sul sedere prima di uscire dalla cabina, lasciandomi sola con il cuore che batte all’impazzata e il corpo ancora sensibile al suo tocco. Mentre la musica riempie di nuovo la stanza, mi appoggio allo schienale della sedia, chiudendo gli occhi per un istante. Non so come ho fatto a non crollare, ma una cosa è certa: questa è stata la diretta più intensa della mia vita.

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