Racconti Piccanti
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Sempre a disposizione (parte 2)

Sempre a disposizione (parte 2)

24 Marzo 2026·8 min di lettura

Il freddo della sera mi morde la pelle mentre cammino verso il bungalow, con la sabbia ancora appiccicata alle ginocchia e il sapore di Paolo che mi brucia in bocca. Non riesco a pensare con chiarezza, la testa è un groviglio di pensieri che non voglio affrontare. Mi sono lasciato usare, lo so, ma c’è una parte di me che freme ancora al ricordo del suo tocco, del suo odore, del modo in cui mi ha dominato senza darmi scelta. È come se qualcosa dentro di me si fosse svegliato, qualcosa che non so se voglio conoscere.

Arrivo al bungalow quando è già buio. La maggior parte del gruppo è sparpagliata: la coppietta è rintanata da qualche parte, le ragazze stanno chiacchierando davanti a una birra su una delle verande, e Riccardo e Marco sono seduti fuori con Paolo, le risate che riecheggiano nell’aria umida. Mi vedono arrivare e Riccardo alza una mano, con quel suo ghigno che mi fa stringere lo stomaco. “Ehi, Simo, dove cazzo eri finito? Ti sei perso a fare la principessa sulla spiaggia?”

Cerco di sorridere, ma mi esce una smorfia. “Ero solo a fare due passi. Niente di che.”

Paolo mi guarda, i suoi occhi scuri che sembrano pesarmi addosso. Non dice nulla, ma quel sorrisetto agli angoli della bocca parla per lui. Sa cosa abbiamo fatto, sa che ho ancora il suo sapore sulla lingua, e il pensiero mi fa avvampare. Marco, seduto accanto a lui, mi fissa un po’ troppo a lungo, con quel suo sguardo che sembra sempre cercare qualcosa. “Due passi, eh? Con questo caldo? Sei tutto sudato, bello mio.”

“Sarà il clima,” taglio corto, cercando di svicolare. “Vado a farmi una doccia, sono distrutto.”

Entro nel bungalow, il cuore che batte forte. L’acqua fredda della doccia mi calma appena, ma non riesce a lavare via la sensazione di essere stato usato. Mentre mi asciugo, sento la porta aprirsi con un cigolio. Mi giro di scatto, il cuore in gola, e vedo Paolo sulla soglia, appoggiato allo stipite con le braccia incrociate. È senza maglietta, il petto lucido di sudore sotto la luce fioca, e i pantaloncini bassi sui fianchi lasciano intravedere la linea scura dei peli che scendono verso il basso.

“Che vuoi?” chiedo, stringendo l’asciugamano intorno alla vita. La mia voce trema appena, e odio che se ne accorga.

Chiude la porta dietro di sé, il rumore del chiavistello che scatta mi fa sobbalzare. “Niente, solo controllare che stai bene. Sei sparito subito, dopo la spiaggia. Ti sei offeso, Simo?”

“No,” mento, evitando i suoi occhi. “Sto bene. È solo che… non so, non sono abituato a ‘ste cose.”

Ride, un suono basso e ruvido che mi fa venire la pelle d’oca. Si avvicina, i suoi passi lenti, quasi predatori, e si ferma a pochi centimetri da me. Sento l’odore della sua pelle, quel mix di sudore e salsedine che mi ha già mandato fuori di testa. “Non ci credo. Hai succhiato come uno che sa quello che fa. E ti è piaciuto, no? Non fare finta con me.”

Mi mordo il labbro, sentendo il calore salirmi al viso. Vorrei rispondergli, dirgli di andare al diavolo, ma il modo in cui mi guarda mi inchioda. Allunga una mano, mi sfiora la spalla nuda, e il contatto mi fa rabbrividire. “Senti, non ti sto chiedendo di sposarmi. Solo di essere disponibile, ogni tanto. Solo per svuotarmi, come ti ho detto. Niente casini, niente drammi. Ci stai o no?”

Non rispondo subito. La sua mano scivola lungo il mio braccio, la presa ferma ma non violenta, e sento il mio corpo reagire, tradirmi. “Non sono il tuo giocattolo, Paolo,” dico, ma la mia voce è un sussurro, priva di convinzione.

“Lo so. Sei solo uno che mi aiuta. E io aiuto te, no? Ti faccio sentire… utile.” La sua mano scende più in basso, sfiora il bordo dell’asciugamano, e il mio respiro si spezza. “Dimmi di sì, Simo. Non fare il difficile.”

Non so perché annuisco. Non so perché lo lascio fare. Ma quando mi spinge contro il muro, il freddo delle piastrelle contro la schiena, non oppongo resistenza. Mi strappa via l’asciugamano con un gesto secco, lasciandomi nudo davanti a lui, e il suo sguardo mi brucia addosso. “Cazzo, sei proprio carino così, tutto esposto,” dice, con un tono che è mezzo scherno, mezzo desiderio. Si slaccia i pantaloncini con una mano, l’altra che mi tiene fermo per il polso, e il suo cazzo è già duro, pronto, che sporge fuori come un’arma.

“Girati,” ordina, la voce bassa, quasi un ringhio. Obbedisco senza pensarci, le mani contro il muro, il cuore che mi martella nel petto. Sento il rumore di qualcosa che si strappa – un preservativo, immagino – e poi il freddo di un lubrificante che non so da dove abbia tirato fuori. Le sue dita mi sfiorano, invadenti, spingono dentro senza troppi complimenti, e io stringo i denti per non gemere. “Rilassati, Simo. Non voglio farti male… non troppo,” dice, e c’è una risata nella sua voce che mi fa tremare.

Quando entra in me, è lento ma deciso, un bruciore che si trasforma in qualcosa di più profondo, più pieno. È grande, lo sento tutto, ogni centimetro che mi apre, e il suo respiro caldo sul collo mi fa girare la testa. “Cazzo, sei stretto,” grugnisce, spingendo più forte, le mani che mi afferrano i fianchi con una presa che lascia i segni. “Ti piace, vero? Dimmi che ti piace.”

“Sì,” ansimo, senza nemmeno rendermene conto. Il ritmo aumenta, i suoi colpi sono profondi, ritmici, e ogni spinta mi fa sentire più suo, più perso. Il suono della sua pelle contro la mia, il suo respiro affannoso, l’odore del suo sudore che mi avvolge – tutto mi travolge. Mi tengo al muro, le gambe che tremano, mentre lui continua, senza darmi tregua.

“Sei mio, Simo. Quando voglio, come voglio,” dice, le parole scandite tra un colpo e l’altro. “Lo capisci, vero? Sempre a disposizione.”

Non rispondo, non riesco. Il piacere e il dolore si mischiano, e quando mi tocca davanti, stringendo il mio cazzo con una mano ruvida, perdo ogni controllo. Vengo con un gemito strozzato, sporcando il muro, mentre lui ride piano, soddisfatto. “Bravo, così mi piaci. Ora tocca a me.”

Spinte più forti, più veloci, fino a quando lo sento irrigidirsi, un ringhio basso che gli sfugge mentre si svuota dentro di me, protetto dal lattice. Si ferma, il respiro pesante, e si ritira lentamente, lasciandomi vuoto, esposto. Mi giro appena, le gambe molli, e lo vedo tirarsi su i pantaloncini come se niente fosse. “Grazie, Simo. Sei stato perfetto,” dice, dandomi una pacca sul culo che brucia più di quanto dovrebbe. “Ora pulisci, non voglio casini.”

Esce dal bagno senza guardarsi indietro, lasciandomi lì, nudo, con il cuore che batte ancora troppo forte. Mi appoggio al muro, il freddo delle piastrelle contro la pelle sudata, e cerco di riprendere fiato. Non so cosa sto facendo, non so perché continuo a lasciarlo fare, ma ogni volta che mi tocca è come se non potessi dire di no.

I giorni successivi passano in una specie di nebbia. Il gruppo continua le sue attività – escursioni lungo sentieri costieri, bagni in spiagge isolate, cene in bar sulla costa – ma per me tutto ruota attorno a Paolo. Ogni sguardo, ogni parola, ogni gesto suo mi tiene in tensione. E lui lo sa. Approfitta di ogni momento in cui siamo soli, che sia nei bungalow la mattina presto o dietro una duna durante una passeggiata. È sempre lo stesso copione: mi chiama, mi ordina, mi usa. E io lo lascio fare.

Una sera, mentre il sole tramonta e il gruppo è sparpagliato sulla spiaggia, mi ritrovo con lui dietro un gruppo di rocce, lontano dagli occhi degli altri. Sono in ginocchio, di nuovo, la sabbia che mi graffia la pelle, mentre lo prendo in bocca per l’ennesima volta. Il suo cazzo è duro, caldo, il sapore familiare che mi riempie i sensi. “Sbrigati, Simo, non abbiamo tutta la notte,” dice, spingendo i fianchi in avanti, le mani nei miei capelli. “Succhia come sai fare. Fai vedere quanto sei bravo.”

Obbedisco, muovendo la testa, sentendo la sua asta scivolare dentro e fuori, bagnata della mia saliva. Il rumore delle onde copre i suoi gemiti, ma non il suono umido della mia bocca che lavora su di lui. Il suo odore, il sudore che gli cola lungo l’addome, il modo in cui i suoi muscoli si tendono – tutto mi manda fuori di testa. Vengo nei pantaloncini senza nemmeno toccarmi, un’umiliazione che non riesco a nascondere, e lui ride, un suono duro, crudele. “Cazzo, Simo, già finito? Sei patetico. Ma mi piaci così.”

Quando viene, mi riempie la bocca, e io deglutisco, il sapore amaro che mi resta in gola. Mi pulisco con il dorso della mano, mentre lui si tira su i boxer e i pantaloncini. “Sempre a disposizione, vero?” dice, con un ghigno. “Sei la mia valvola di sfogo perfetta.”

Sto per rispondergli, per dirgli qualcosa, qualsiasi cosa, ma un rumore ci interrompe. Un fruscio tra le rocce, passi sulla sabbia. Mi giro di scatto, il cuore in gola, e vedo Riccardo e Marco a pochi metri da noi. Non so da quanto tempo sono lì, ma i loro sguardi parlano chiaro. Riccardo ha un sorrisetto storto, le braccia incrociate, e Marco mi fissa con occhi che sembrano affamati, curiosi. “Beh, guarda un po’ che abbiamo trovato,” dice Riccardo, la voce carica di scherno. “Il nostro Simo che si dà da fare. Non ce l’avevi detto, Paolo.”

Paolo ride, scrollando le spalle come se niente fosse. “Che c’è, ragazzi? Simo è gentile, aiuta gli amici. Non è vero, Simo?”

Mi sento gelare. Non so cosa dire, non so come uscire da questa situazione. Sono ancora in ginocchio, la bocca ancora bagnata, e i loro sguardi mi pesano addosso come macigni. Marco si avvicina, il suo sorriso malizioso che si allarga. “Sempre a disposizione, eh? Magari ci fai un favore anche a noi, che dici?”

Il tono è scherzoso, ma c’è qualcosa di serio, di pericoloso, sotto. Paolo mi guarda, aspettando la mia reazione, e io capisco che non ho via di scampo. Non so cosa succederà, non so fino a dove si spingeranno, ma una cosa è certa: questa vacanza ha preso una piega che non avrei mai immaginato. E non so se sono pronto per quello che verrà.

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