Calze rosso nere
Eccomi qui, a trent’anni suonati, a perdere l’ennesima scommessa del cavolo con mio cugino Marco. Una roba stupida, davvero, nata da una chiacchiera da bar mentre guardavamo la Juve giocare contro il Milan. “Se perdono, fai lo schiavo per un weekend,” mi aveva detto con quel ghigno da stronzo che gli spunta ogni volta che sa di avere il coltello dalla parte del manico. Io, idiota, ho riso e accettato, convinto che fosse una battuta. Invece, da tre mesi, ogni volta che la Juve prende una batosta, io prendo una batosta di tutt’altro tipo. E non è uno scherzo, no. È una penitenza in piena regola, con tanto di umiliazione programmata.
La prima volta pensavo fosse una cazzata, una cosa da “vieni qua, pulisci casa e stiamo a posto”. Ma quando sono arrivato da lui, Marco mi ha tirato fuori un paio di calze del Milan, rosse e nere, lucide come se le avesse comprate apposta. “Mettitele,” mi ha detto, con la voce che già tremava dal ridere. Io l’ho guardato come se fosse pazzo, ma lui era serio. “Hai perso, cuginetto. Ora fai il bravo e obbedisci.” Non so perché non l’ho mandato a quel paese. Forse perché sono un cretino, o forse perché una parte di me voleva vedere fino a che punto sarebbe arrivato. Beh, ci è arrivato eccome. E da allora, ogni sconfitta della Juve è una sconfitta anche per me, in senso molto, molto letterale.
L’ultima partita è stata un disastro. La Juve ha perso 3-1, e io già lo sapevo: il weekend sarebbe stato un inferno. Sabato pomeriggio, con la vergogna che mi bruciava la faccia, ho suonato al campanello di Marco. Lui ha aperto la porta con una birra in mano e quel sorrisetto da bastardo che ormai conosco fin troppo bene. “Oh, guarda chi c’è. Il mio schiavetto preferito. Vieni, entra, che oggi ci divertiamo.”
Ho tirato un sospiro, già rassegnato. “Marco, dai, non possiamo fare una partita a carte o qualcosa del genere? Sono stufo di ‘sta storia.”
Lui ha scoppiato a ridere, dandomi una pacca sulla spalla così forte che quasi mi faceva cadere. “Ma che dici? Le regole sono regole. Hai perso, e ora paghi. Vai in camera, le calze sono sul letto. E sbrigati, che non ho tutto il giorno.”
Mi sono trascinato in camera sua, con lo stomaco che si contorceva. Sul letto c’erano le solite calze del Milan, quelle maledette strisce rosse e nere che ormai odio con tutto me stesso. Me le sono infilate, sentendo il tessuto sintetico che mi stringeva le cosce. Non so perché, ma ogni volta che le metto mi sento un pagliaccio, un buffone pronto per lo spettacolo. Sono tornato in salotto, con le guance che bruciavano, e Marco era già lì, seduto sul divano con i pantaloni abbassati fino alle ginocchia, la mano che si muoveva piano su di sé mentre mi guardava.
“Bel lavoro, cuginetto. Ora vieni qua, mettiti a quattro zampe e fammi vedere quel culo da perdente.”
Ho stretto i denti, ma ho obbedito. Mi sono messo sul pavimento, le mani e le ginocchia che tremavano un po’, il sedere per aria come un trofeo del cazzo. Marco si è alzato, e ho sentito i suoi passi pesanti dietro di me. “Oh, guarda qua che bel quadretto. Un tifoso della Juve con le calze del Milan, pronto a prendere tutto quello che gli spetta. Sei patetico, lo sai?”
“Vaffanculo, Marco,” ho borbottato, ma la mia voce era debole, quasi un sussurro. Lui ha riso, una risata grassa e cattiva, e poi ho sentito la sua mano che mi dava uno schiaffo sul sedere, così forte che ho sobbalzato.
“Non fare il maleducato, schiavetto. Oggi canti per me. Forza, dimmi chi è la squadra migliore.”
Ho serrato la mascella, ma sapevo che non avevo scelta. “Il Milan,” ho mormorato, con la vergogna che mi bruciava dentro.
“Più forte!” ha urlato lui, dandomi un altro schiaffo che mi ha fatto stringere i denti per il bruciore.
“Il Milan!” ho gridato, e lui ha riso di nuovo, soddisfatto.
“Bravo, così mi piaci. Ora stai fermo, che lo zio Marco ti dà quello che meriti.”
Ho sentito il rumore di una bottiglia che si apriva, e poi il freddo del lubrificante che mi colava lungo la schiena e tra le natiche. Ho rabbrividito, non so se per il freddo o per quello che stava per succedere. Marco non perde tempo con le gentilezze, questo l’ho imparato presto. Ha spalmato il gel con le dita, ruvide e decise, spingendo senza troppi complimenti. Ho stretto i pugni contro il pavimento, sentendo il bruciore iniziale mentre mi preparava, il suo respiro pesante che mi arrivava fino al collo.
“Rilassati, cuginetto. Se ti irrigidisci è peggio,” ha detto, con quel tono beffardo che mi fa venir voglia di tirargli un pugno. Ma non potevo fare niente, non lì, non in quella posizione. Poi ho sentito la pressione, il peso del suo corpo che si spostava, e la punta del suo sesso che premeva contro di me. Era grosso, lo sapevo già, ma ogni volta è come se fosse la prima. Ho trattenuto il fiato mentre spingeva, lento ma inesorabile, fino a che non è entrato del tutto. Un gemito mi è sfuggito, un misto di dolore e qualcos’altro che non voglio nemmeno nominare.
“Oh, sì, così. Senti come ti apro, perdente del cazzo,” ha grugnito Marco, iniziando a muoversi. I suoi fianchi sbattevano contro di me, un ritmo duro e costante, ogni colpo accompagnato da un suono umido e osceno che mi faceva arrossire ancora di più. Il pavimento sotto di me era duro, le ginocchia mi facevano male, ma non potevo muovermi, non con lui che mi teneva fermo con una mano sulla schiena.
“Cantami il coro, dai. Fammi sentire quanto ami il Milan,” ha detto, ansimando mentre accelerava il ritmo. Ogni spinta era più profonda, più brutale, e io sentivo tutto, ogni centimetro di lui che mi riempiva, il calore, la pressione, l’odore acre del sudore che ci avvolgeva.
“Forza Milan, forza Milan,” ho borbottato, la voce spezzata, ma lui non era soddisfatto.
“Più forte, stronzo! Voglio sentirti urlare!” ha ringhiato, dandomi un altro schiaffo che mi ha fatto vedere le stelle.
“Forza Milan! Forza Milan!” ho urlato, con la voce che tremava di vergogna e fatica. Marco ha riso, un suono gutturale e trionfante, e ha aumentato la velocità, le sue mani che mi stringevano i fianchi così forte da lasciare i segni.
“Bravo, cuginetto. Senti come ti scopo mentre lo urli? Sei il mio trofeo, lo sai? La mia puttanella bianconera.”
Le sue parole erano come schiaffi, ma il peggio era che il mio corpo rispondeva, traditore, con un calore che non riuscivo a ignorare. Ogni spinta era un’esplosione di sensazioni, il bruciore che si mescolava a un piacere sporco, sbagliato, che mi faceva stringere i denti per non gemere troppo forte. Sentivo il suo respiro diventare sempre più affannoso, i suoi movimenti più irregolari, e sapevo che era vicino.
“Dai, schiavetto, dimmi chi è il tuo padrone,” ha grugnito, la voce roca mentre mi penetrava con una forza che mi faceva tremare.
“Tu, Marco, tu,” ho ansimato, incapace di resistere, il mio corpo che si arrendeva completamente.
“Esatto. E ora prendi tutto, perdente,” ha ringhiato, e con un ultimo colpo profondo ho sentito il calore esplodere dentro di me, il suo seme che mi riempiva mentre lui gemeva, un suono animalesco che mi ha fatto rabbrividire. È rimasto fermo per un momento, ansimando, poi si è ritirato lentamente, lasciandomi vuoto e tremante sul pavimento.
“Non male, cuginetto. Sei sempre più bravo,” ha detto, dandomi una pacca sul sedere come se fossi un cane che ha fatto un bel trucco. Mi sono alzato a fatica, le gambe che tremavano, il corpo appiccicoso e dolorante. Le calze del Milan mi stringevano ancora le cosce, un promemoria umiliante di quello che era appena successo.
“Ora vattene a lavare, che puzzi di sconfitta,” ha aggiunto, ridendo mentre si tirava su i pantaloni. Io ho annuito, senza guardarlo, e mi sono trascinato in bagno, il sapore amaro dell’umiliazione che mi bruciava in gola.
Mentre l’acqua scorreva sulla mia pelle, ho pensato che non posso andare avanti così. Ogni sconfitta della Juve è un incubo, e Marco non ha intenzione di smettere. Forse è ora di cambiare squadra, di tifare per la peggiore d’Italia, solo per evitare un’altra penitenza. Ma una parte di me, quella che odio ammettere, si chiede se non ci sia qualcosa di sbagliato in me, qualcosa che mi spinge a tornare da lui, weekend dopo weekend, con quelle maledette calze rosse e nere.
