Racconti Piccanti
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Il cerchio della sottomissione (parte 2)

Il cerchio della sottomissione (parte 2)

23 Marzo 2026·8 min di lettura

È passata una settimana da quella serata del cazzo. Sette giorni in cui non ho fatto altro che pensare a cosa è successo sul materassino, a come Raul mi ha messo sotto, a come mi ha toccato davanti a tutti. Non so se sono più incazzato o confuso, ma una cosa è certa: stasera torno al magazzino con una voglia di rivincita che mi brucia dentro. Non sono uno che si fa mettere i piedi in testa, sono “il Re”, cazzo, e stasera gli faccio vedere chi comanda.

Quando entro, l’odore di sudore vecchio e birra mi colpisce come un pugno. La luce al neon sfarfalla ancora, il materassino logoro è sempre al centro, e il frigo nell’angolo ronzio come un trattore rotto. Jago è già lì, col telefono in mano, e mi accoglie con una risata che mi fa venir voglia di tirargli un cazzotto. “Oh, Re, pronto a farti aprire di nuovo o stavolta ci stupisci?” dice, con quel ghigno da stronzo che non gli si leva mai dalla faccia. Lo ignoro, tiro dritto e mi tolgo la felpa, restando in maglietta aderente e pantaloncini da lotta. Sento il cuore che batte già forte, ma non è solo per la voglia di spaccare tutto.

Ste è seduto su una delle sedie di plastica, una birra in mano, lo sguardo che taglia come un coltello. “Sembravi un po’ troppo comodo a terra l’altra volta, campione,” mi lancia, con quella voce secca che mi fa incazzare. Stringo i denti, non rispondo. So che vogliono provocarmi, è il loro gioco, ma non gliela do vinta. Non stasera.

Raul, come sempre, è appoggiato al muro, le braccia incrociate, silenzioso. Mi fissa, con quel sorriso storto che mi fa salire il sangue alla testa. Non dice una parola, ma non ce n’è bisogno. I suoi occhi parlano per lui, e quel silenzio pesa come un macigno. Sento un brivido lungo la schiena, ma lo soffoco. Non gli do la soddisfazione di vedere che mi tocca.

“Stasera si fa sul serio,” dico, battendo le mani per attirare l’attenzione. La mia voce rimbomba nel magazzino. “Propongo un doppio round. Chi perde due volte di fila resta legato al centro per il resto della sessione. Niente sconti.” Sghignazzo, cercando di sembrare sicuro, ma dentro ho un nodo allo stomaco. Voglio vedere se Raul ha le palle di sfidarmi ancora, voglio dimostrare a tutti che sono sempre io il capo.

Jago scoppia a ridere, puntando il telefono su di me. “Cazzo, Re, vuoi proprio farti umiliare due volte? Sei masochista!” dice, scuotendo la testa. Ste alza un sopracciglio, un sorrisetto sadico sulle labbra. “Interessante. Vediamo quanto duri,” commenta, bevendo un sorso di birra. Raul, invece, si stacca dal muro con un movimento lento, quasi pigro. “Ci sto,” dice, la voce bassa, guardandomi dritto negli occhi. Quel tono calmo mi fa stringere i pugni. So che non sarà facile, ma non mi tiro indietro.

Ci mettiamo sul materassino, il gruppo intorno che già inizia a fare casino. Jago filma, come al solito, e urla: “Forza, Re, non farci annoiare!” Mi abbasso in posizione, le ginocchia piegate, le mani pronte a colpire. Raul è davanti a me, il corpo rilassato ma teso come una corda. So che è veloce, so che è tecnico, ma sono più grosso, più forte, e stavolta non mi faccio fregare.

Parto subito aggressivo, provo a caricarlo di peso, a spingerlo indietro con una presa diretta. Ma lui si muove come un’anguilla, scivola di lato e in un attimo mi chiude in un body lock, le sue braccia che mi stringono il torso come una morsa. Provo a liberarmi, spingo con le gambe, ma lui è già dietro di me, il suo petto contro la mia schiena. Sento il suo respiro sul collo, caldo, e per un attimo mi distraggo. È un errore. Con un movimento secco mi porta a terra, la mia faccia che sbatte sul materassino con un tonfo sordo. Il gruppo esplode in un coro di risate, “Cazzo, Re, già giù al primo secondo!” urla Jago, mentre Ste aggiunge: “Sembri un sacco di patate, campione.”

Sono incazzato, ma non ho tempo di pensare. Raul mi tiene fermo, il suo peso su di me, e prima che possa reagire mi stringe il collo con un rear naked choke. Non è troppo forte, non vuole strangolarmi, ma quel controllo mi fa sentire impotente. Batto sul materassino con la mano, un segno di resa, ma lui non molla subito. Allenta la presa quel tanto che basta per non farmi soffocare, ma mi tiene ancora bloccato. “Che fai, Re? Ti arrendi già?” sussurra, la voce fredda, vicino al mio orecchio. Sento il sangue salirmi alla testa, ma non è solo rabbia. C’è qualcosa di strano, un calore che non dovrebbe esserci.

Non rispondo, respiro pesante, mentre lui mi gira a pancia in giù con una facilità che mi umilia. Sono a terra, il petto schiacciato contro il materassino che puzza di sudore vecchio, e sento le sue mani sui miei fianchi. Con un movimento rapido, mi cala i pantaloncini fino alle ginocchia, lasciandomi il culo scoperto. Il gruppo scoppia in un urlo, Jago che zooma con il telefono: “Guarda come si apre il Re, sembrava una vergine stasera!” Ste, con quel tono sadico, aggiunge: “Senti che rumore fa quando entra, sembra contento.” Le loro parole mi colpiscono come schiaffi, ma non riesco a concentrarmi su di loro. Raul è sopra di me, e sento due dita, fredde e lubrificate, spingersi dentro di me senza preavviso. Il bruciore iniziale mi fa stringere i denti, ma lui non si ferma, muove la mano con una lentezza che mi manda in tilt.

“Che cazzo fai, Raul?” ringhio, la voce spezzata, mentre provo a strisciare via, a levarmi di dosso il suo peso. Ma Jago e Ste si avvicinano, fanno cerchio intorno a noi, e sento le loro mani sulle mie spalle, che mi tengono fermo. “Stai giù, Re, non fare la fighetta,” dice Jago, ridendo, mentre Ste mi fissa con uno sguardo che mi gela. “Rilassati, sembra che ti piace,” aggiunge, con un ghigno. Non riesco a muovermi, il loro peso mi blocca, e le dita di Raul continuano a pompare, lente ma decise. Sento il mio corpo tradirmi, un’ondata di calore che non voglio ammettere, e il cuore che mi batte nelle orecchie.

Poi Raul si ferma per un attimo, lo sento muoversi dietro di me, e capisco cosa sta per succedere. Sento il rumore di un elastico, il fruscio dei suoi pantaloncini che scendono, e poi la pressione del suo cazzo contro di me. È lento, ma profondo, mi penetra con una calma che mi fa tremare. Mi tiene per i fianchi, le sue mani forti che mi bloccano, e io non posso fare altro che gemere, forte, un suono che non riconosco come mio. Provo a spingere via, a strisciare, ma le mani di Jago e Ste mi tengono giù, e il peso di Raul mi inchioda al materassino.

“Rilassati, Re,” dice Raul, finalmente, la voce sempre calma, come se stesse parlando del tempo. “Tanto lo sai che non scappi.” Le sue parole mi bruciano, ma non riesco a rispondere. Spinge più a fondo, un ritmo costante che mi fa perdere il controllo. Sento ogni movimento, il calore del suo corpo contro il mio, il sudore che ci incolla, l’odore di pelle e fatica che mi riempie i polmoni. E poi succede, di nuovo. Senza nemmeno toccarmi, sento tutto il corpo tendersi, un’ondata che non posso fermare. Vengo, schizzi caldi che bagnano il materassino sotto di me, e un gemito roco mi esce dalla gola.

Il gruppo applaude, un applauso ironico che mi fa sentire una merda. “Bravo Re, hai tenuto botta… per tre minuti,” urla Jago, mentre Ste scuote la testa con un sorriso cattivo. Raul continua per qualche secondo, poi lo sento irrigidirsi, un grugnito basso che mi arriva dritto al cervello. Finisce dentro di me, caldo e appiccicoso, e quando si ritira mi lascia gocciolante, a terra, il respiro pesante e la testa che gira. Si alza, si tira su i pantaloncini come se niente fosse, e si allontana di qualche passo.

Resto a terra un attimo, il cuore che batte come un tamburo, il corpo che trema. Mi tiro su i pantaloncini con mani incerte, il casino appiccicoso tra le gambe che mi fa sentire sporco, vulnerabile. Quando finalmente mi rialzo, le gambe molli, guardo il gruppo. Jago ha ancora il telefono puntato su di me, Ste sorseggia la birra con quel ghigno che non gli si leva mai dalla faccia, e Raul… Raul è tornato al muro, le braccia incrociate, il sorriso storto che mi fissa come se mi avesse appena spezzato in due.

Rido, una risata nervosa, incerta, che non sembra nemmeno la mia. “Ok, mi avete fregato… ma è figo, no?” dico, cercando di sembrare sicuro, di riprendere il controllo. Ma la mia voce trema, e lo sanno tutti. Jago scoppia a ridere, “Cazzo, Re, sei proprio caduto dal trono stasera!” dice, mentre Ste aggiunge: “Vedremo quanto è figo la prossima volta.” Raul, invece, non dice nulla. Mi guarda, e quel silenzio mi uccide. So che non è finita qui, so che c’è qualcosa che non capisco ancora, qualcosa che mi spaventa e mi attira allo stesso tempo.

Prendo una birra dal frigo, le mani che tremano un po’ mentre stappo la bottiglia. Mi siedo su una sedia di plastica, lontano dal materassino, e bevo un sorso lungo, cercando di spegnere il casino che ho nella testa. Ma gli occhi di Raul sono ancora su di me, e quel silenzio mi sta mangiando vivo. Non so cosa succederà la prossima volta, ma una cosa è certa: il Re sta vacillando, e non so se riuscirò a rialzarmi.

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