Martina mi comanda, io obbedisco
Sono Davide, ho trentun anni e una vita che, vista da fuori, sembra normale. Lavoro come grafico freelance, ho un appartamento piccolo ma decente in periferia, qualche amico con cui bere una birra ogni tanto. Però c’è una parte di me che non racconto a nessuno, una parte che vive di notte, in segreto, su forum e chat dove cerco qualcosa che non trovo nella vita di tutti i giorni. Voglio servire. Voglio una donna che mi comandi, che mi dica cosa fare, che mi tenga al suo posto. Non è solo sesso, è qualcosa di più profondo: è pace. Quando obbedisco, la testa si spegne, lo stress sparisce. E così, qualche mese fa, ho trovato Martina.
L’ho conosciuta su un forum di nicchia, un posto dove si parla di dinamiche di potere, di dominazione e sottomissione. Lei aveva messo un annuncio chiaro, diretto: “Cerco un submissive per serate private. Solo uomini seri, disposti a servire senza discutere. Niente perditempo.” Aveva allegato una foto del suo piede, con lo smalto rosso scuro, e un messaggio che diceva “Se non sei pronto a inginocchiarti, non scrivermi.” Mi ha colpito subito. Non so perché, ma ho sentito un brivido. Le ho scritto un messaggio, lungo, dettagliato, spiegandole chi ero, cosa cercavo, quanto fossi disposto a mettermi al suo servizio. Dopo due giorni, mi ha risposto: “Ci vediamo sabato. Ti aspetto alle 21. Porta una bottiglia di vino rosso. E non fare tardi.”
Martina ha trentasette anni, è un’imprenditrice, una che ha costruito da zero la sua attività di consulenze aziendali. Vive in un appartamento elegante in centro, pieno di mobili di design e quadri che probabilmente costano più della mia macchina. Quando sono arrivato, quella prima sera, ero nervoso da morire. Ho suonato il citofono con la bottiglia in mano, sudando come un idiota. Lei mi ha aperto la porta indossando una camicia di seta nera, pantaloni attillati e tacchi che facevano un rumore secco sul parquet. Non era la classica femme fatale da film porno, no, era una donna vera, con qualche ruga intorno agli occhi, un sorriso deciso e uno sguardo che ti trapassava. “Entra,” mi ha detto, senza troppe cerimonie. “Metti il vino sul tavolo e togliti le scarpe.”
Da quella sera, è iniziato tutto. Martina non perde tempo con chiacchiere inutili. Mi ha spiegato le regole fin da subito: quando sono da lei, io sono suo. Faccio quello che dice, come lo dice, senza fiatare. In cambio, lei si occupa di me, mi guida, mi usa come vuole. E io, cazzo, lo voglio. Voglio che mi comandi. La prima volta che mi ha ordinato di pulire il suo bagno nudo, con solo un collare di cuoio che mi aveva messo al collo, mi sono sentito strano. Umiliato, sì, ma anche libero. Non dovevo pensare, solo fare. Lei stava seduta sul divano, con un bicchiere di vino in mano, e mi guardava mentre strofinavo il pavimento. Ogni tanto mi diceva: “Più forte, Davide. Non sei mica una femminuccia, no?” E io obbedivo, con il cuore che mi batteva all’impazzata.
Con il tempo, la tensione tra noi è cresciuta. Non era solo questione di pulizie o di servirla a tavola. C’era qualcosa di fisico, di elettrico. Una sera, dopo che avevo finito di lucidarle le scarpe, mi ha fatto sedere ai suoi piedi. “Massaggiami,” ha ordinato, porgendomi un piede. Aveva appena tolto i tacchi, e io ho sentito l’odore della sua pelle, un misto di crema e sudore leggero. Le ho preso il piede tra le mani, iniziando a premere con i pollici, e lei ha chiuso gli occhi, lasciandosi sfuggire un gemito basso. “Bravo, così,” ha mormorato. Io ero in ginocchio, con il sangue che mi ribolliva nelle vene. Avrei voluto baciarle i piedi, leccarli, ma non osavo. Non senza il suo permesso. Però lo pensavo, eccome. E lei lo sapeva. Mi guardava con quel sorriso che diceva tutto: “So cosa vuoi, ma decido io quando lo avrai.”
Dentro di me, c’era un casino di pensieri. Da una parte, mi sentivo un coglione. Che razza di uomo si mette a fare il servo di una donna, a strisciare per lei? Ma dall’altra, non riuscivo a smettere. Ogni volta che uscivo da casa sua, mi sentivo più leggero, come se mi fossi tolto un peso. E poi, cazzo, lei era sexy. Non solo per il corpo – che, ok, era fantastico, con quelle curve che ti facevano girare la testa – ma per come si muoveva, per come parlava. Era il potere che aveva su di me a farmelo venire duro, non solo la voglia di scopare.
Una sera, dopo un mese che ci vedevamo regolarmente, le cose sono cambiate. Ero arrivato da lei con un mazzo di fiori, come mi aveva chiesto. Li ho messi in un vaso, poi mi sono spogliato come al solito – ormai era routine, niente vestiti quando ero in casa sua, solo il collare. Lei era in salotto, con un vestito nero corto che le lasciava scoperte le cosce. Mi ha guardato e ha detto: “Stasera ti meriti un premio. Vieni qui.” Mi sono avvicinato, con il cuore in gola. Si è seduta sul divano, ha allargato un po’ le gambe e ha indicato il pavimento davanti a sé. “In ginocchio. E fai quello che ti dico.”
Ho capito subito cosa voleva. Mi sono abbassato, con le mani che mi tremavano. Lei si è tirata su il vestito, mostrando un paio di mutandine di pizzo nero. “Toglile. Con i denti,” ha ordinato. Ho fatto come diceva, sentendo il tessuto ruvido contro la bocca, il suo odore che mi riempiva la testa. Quando le ho sfilate, lei mi ha messo una mano sulla nuca e mi ha guidato verso di lei. “Leccami. Piano, all’inizio. E guardami negli occhi.” Ho obbedito, sentendo il suo sapore, caldo e salato, sulla lingua. Lei mi guardava, con un’espressione di puro controllo, e ogni tanto mi dava indicazioni: “Più in alto. Ecco, lì. Non fermarti.” Io ero perso, con la testa vuota, concentrato solo su di lei, sui suoi gemiti, sul modo in cui il suo corpo si muoveva sotto la mia bocca. È andata avanti per un bel po’, finché non ha stretto le cosce intorno alla mia testa, tremando, e ha detto con voce roca: “Basta. Bravo, Davide.”
Ma non era finita. Dopo un po’, quando si è ripresa, mi ha guardato con un sorrisetto. “Adesso vediamo quanto riesci a resistere. Seguimi.” Mi ha portato in camera da letto, un posto dove non ero mai entrato prima. La stanza era dominata da un letto enorme, con lenzuola nere e una testiera di metallo. Sul comodino c’erano un paio di manette e un lubrificante. Ho sentito un nodo allo stomaco, ma non di paura. Di voglia. “Sdraiati,” mi ha detto. Mi sono steso sulla schiena, e lei mi ha ammanettato i polsi alla testiera, con un clic secco. Ero nudo, esposto, e lei mi guardava come un gatto che gioca con un topo. “Non ti muovere. E non venire, chiaro? Se vieni senza permesso, ti lascio così per una settimana.”
Si è spogliata lentamente, togliendosi il vestito con calma, lasciandomi vedere ogni centimetro del suo corpo. Aveva un reggiseno nero che le stringeva il seno, e quando lo ha slacciato, ho dovuto mordermi il labbro per non gemere. Si è chinata su di me, sfiorandomi il petto con i capelli, e ha iniziato a stuzzicarmi con le mani, toccandomi ovunque tranne dove volevo. “Ti piace, eh?” mi ha detto, ridendo piano. “Rispondi.” Ho annuito, con la voce strozzata: “Sì, Martina. Cazzo, sì.” Lei ha sorriso e ha continuato, prendendosi tutto il tempo del mondo, facendomi impazzire.
Alla fine, quando ero al limite, si è messa a cavalcioni su di me. Aveva preso il lubrificante dal comodino e se l’era passato tra le gambe, guardandomi negli occhi. “Adesso stai fermo. Faccio io.” Si è abbassata piano, prendendomi dentro di sé, e io ho sentito tutto: il calore, la pressione, il modo in cui si muoveva sopra di me. Ha iniziato a cavalcare, con un ritmo lento ma deciso, le mani appoggiate sul mio petto, le unghie che mi graffiavano appena. “Guardami,” mi ha ordinato. Io non riuscivo a staccare gli occhi da lei, dal suo viso concentrato, dai suoi seni che si muovevano a ogni spinta. Faceva rumore, piccoli gemiti, e ogni tanto mi parlava: “Ti piace essere mio, vero? Dillo.” E io, con la voce che mi usciva a fatica, rispondevo: “Sì, cazzo, sono tuo. Fai di me quello che vuoi.”
È andata avanti per un sacco di tempo, cambiando ritmo, fermandosi ogni tanto per farmi riprendere fiato, per non farmi venire. Io ero in un delirio, con le manette che mi tiravano i polsi, il corpo che urlava di voglia, ma non potevo fare niente. Era lei a decidere tutto. A un certo punto, ha accelerato, muovendosi più forte, con il respiro corto, e io ho sentito l’odore del suo sudore, il suono della nostra pelle che sbatteva. “Non venire, Davide. Non ancora,” mi ha detto, con la voce che tremava. Io stringevo i denti, cercando di resistere, mentre lei raggiungeva il suo piacere, con un gemito lungo, profondo, che mi è rimasto in testa per giorni. Solo allora si è fermata, crollando su di me, con il respiro pesante. “Bravo,” ha sussurrato. “Non hai disobbedito.”
Ma non mi ha lasciato venire, non quella sera. Mi ha slegato le manette, massaggiandomi i polsi dove la pelle era rossa, e mi ha detto: “Aspetterai. Magari la prossima volta, se ti comporti bene.” Ero frustrato, con le palle che mi facevano male, ma c’era anche una parte di me che lo accettava. Era il suo gioco, le sue regole. E io volevo giocare.
Dopo, ci siamo sdraiati sul letto, lei con la testa appoggiata al mio petto. Mi ha accarezzato i capelli, con una dolcezza che non mi aspettavo dopo tutto quello che era successo. “Sei stato bravo, Davide,” mi ha detto piano. “Mi piace averti qui.” Io non ho risposto, ma dentro di me sentivo qualcosa di caldo, una specie di calma. Non era solo sesso, era anche questo: il fatto che si prendesse cura di me, che mi facesse sentire… importante, in qualche modo. Anche se ero io quello che serviva, che obbediva.
Nei giorni successivi, non riuscivo a pensare ad altro. Durante il lavoro, mentre modificavo loghi o impaginavo brochure, la mia mente tornava a lei, a quella sera, al modo in cui mi aveva controllato, guidato, posseduto. Mi sentivo come un tossico in astinenza, in attesa del prossimo incontro. Le sue parole, “Magari la prossima volta,” mi ronzavano nella testa come una promessa e una minaccia allo stesso tempo. Sapevo che avrebbe deciso lei, come sempre, e questa certezza mi dava una strana tranquillità. Non dovevo fare nulla, solo aspettare il suo segnale.
Un paio di giorni dopo, mi ha mandato un messaggio. Breve, secco, come al solito: “Venerdì. 20.30. Porta del cioccolato fondente. Non fare tardi.” Ho passato il resto della settimana in uno stato di agitazione mista a eccitazione. Non sapevo cosa aspettarmi, ma ero pronto a tutto. Venerdì sera, con una barretta di cioccolato fondente in mano, ho suonato al suo citofono. Mi ha aperto con indosso una vestaglia di seta rossa, i capelli sciolti sulle spalle, un’espressione che non riuscivo a decifrare. “Entra,” ha detto, come sempre senza troppi preamboli. “Metti il cioccolato sul tavolo e spogliati.”
Quella sera non ci sono stati giochi elaborati, niente manette o ordini particolarmente complessi. Mi ha fatto sedere sul pavimento, ai suoi piedi, mentre lei si accomodava sul divano con un libro in mano. Ogni tanto mi passava un pezzo di cioccolato, sfiorandomi le labbra con le dita, e io lo prendevo, sentendo il sapore amaro sciogliersi sulla lingua. Non parlavamo molto, ma non ce n’era bisogno. La sua presenza, il suo controllo silenzioso, bastavano a riempire la stanza. A un certo punto, ha posato il libro e mi ha guardato. “Sai, Davide, mi piace la tua dedizione. Non è facile trovare qualcuno che si abbandoni così.” Le sue parole mi hanno colpito, non tanto per il complimento, ma per il tono, quasi riflessivo, come se stesse parlando più a se stessa che a me.
Poi si è alzata, ha preso un cuscino dal divano e lo ha messo sul pavimento. “Sdraiati qui,” mi ha detto. Mi sono steso, con la testa sul cuscino, e lei si è seduta sopra di me, non con tutto il peso, ma abbastanza da farmi sentire la sua autorità. Ha iniziato a giocare con i miei capelli, tirandoli leggermente, mentre mi parlava di cose banali – il suo lavoro, una riunione stressante, un cliente che l’aveva fatta arrabbiare. Era strano, quasi intimo, come se per un momento fossi più di un semplice strumento. Ma non mi illudevo: sapevo che anche questo era parte del suo gioco, un modo per tenermi legato a lei non solo con il desiderio, ma con qualcosa di più profondo.
La serata è finita senza grandi colpi di scena. Mi ha lasciato andare a casa, con un semplice “Ci vediamo presto” e un sorriso che mi ha fatto tremare le gambe. Camminando verso casa, sotto la luce dei lampioni, mi sono chiesto per l’ennesima volta cosa stessi facendo. Ero davvero solo un giocattolo per lei? O c’era qualcosa di più, qualcosa che nemmeno lei riusciva a controllare del tutto? Non avevo risposte, e forse non le volevo. Mi bastava sapere che, finché lei mi avesse voluto, io sarei stato lì, pronto a servire, pronto a obbedire.
Da quella sera, le cose tra noi sono diventate più intense, ma anche più equilibrate. Continuo a servirla, a fare quello che mi ordina, che sia pulire casa nudo o darle piacere quando lo vuole. E lei continua a comandare, a tenermi al guinzaglio – a volte letteralmente. Ma c’è anche il dopo, quei momenti in cui mi coccola, mi parla, mi fa sentire che non sono solo uno strumento. Non so se sia amore, o solo una dipendenza, un bisogno reciproco. Lei ha il potere, io ho la pace. E per ora, mi va bene così. Ogni volta che esco da casa sua, so che tornerò. Non posso farne a meno.
