Racconti Piccanti
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L’odore della mia cagna

L’odore della mia cagna

07 Marzo 2026·4 min di lettura

Sono Giada, ho 27 anni, e vivo una vita che a molti sembrerebbe assurda, ma che per me è diventata normale. Lavoro come commessa in un negozio di abbigliamento, otto ore al giorno in piedi, a sudare sotto le luci al neon, con la gonna attillata e la camicetta che mi si appiccica alla pelle. Non è una questione di soldi o di scelte, ma di obbedienza. Il mio Padrone, Luca, ha delle regole precise, e io le seguo. Punto. Mi dice che vuole sentire il mio odore “vero”, quello di una donna che non si nasconde dietro saponi e deodoranti. Per questo mi vieta di lavarmi per giorni, a volte anche una settimana. Mi ordina di non cambiare le mutandine, anche se sono fradice, e di tenere un plug nel culo tutto il giorno, pure al lavoro. Sento quel peso costante, quel fastidio che mi ricorda chi comando. Non è facile, cazzo, ma lo faccio. Perché? Perché quando vedo il suo sguardo, quando mi dice che sono sua, mi sento viva come non mai.

Tornare a casa dopo una giornata di lavoro è un misto di ansia e voglia. So cosa mi aspetta. Appena apro la porta, Luca è lì, seduto sul divano, con una birra in mano e uno sguardo che mi trapassa. Non dice niente, fa solo un cenno con la testa. Capisco subito. Mi tolgo le scarpe, mi metto in ginocchio e striscio verso di lui sul pavimento freddo. Mi sento umiliata, ma allo stesso tempo c’è una parte di me che si eccita a essere così sottomessa. Arrivo ai suoi piedi, e lui si china su di me. Mi annusa il collo, piano, inspirando forte. “Ecco la mia cagna,” mormora. Mi sposta i capelli e mi sniffa le ascelle, poi scende più giù. Mi alza la gonna, mi tira giù le mutandine fino alle ginocchia e mi annusa tra le gambe, proprio lì, senza vergogna. “Questo è l’odore di una vera troia in calore,” dice, e io arrossisco, ma non per imbarazzo. È vergogna mista a desiderio. Vorrei sparire, ma allo stesso tempo voglio che continui. La mia testa è un casino: so che dovrei odiare tutto questo, ma il suo modo di farmi sentire così primitiva, così animale, mi fa bagnare ancora di più.

Non mi lascia alzare subito. Mi fa restare lì, in ginocchio, mentre mi tocca con calma. Mi passa le mani sulle cosce, sotto la gonna, sfiorandomi appena. Sento il plug che spinge dentro di me, e ogni movimento mi fa stringere i muscoli. Lui lo sa, e ci gioca. “Lo senti, vero? Ti tiene aperta per me,” dice con un ghigno. Mi tira su la camicetta, mi slaccia il reggiseno e mi pizzica i capezzoli, forte, fino a farmi gemere. Non è gentile, non lo è mai, ma non voglio che lo sia. Mi bacia il collo, morde piano, e poi mi lecca dietro l’orecchio, inspirando ancora il mio odore. Mi fa girare, mi spinge la testa verso il pavimento e mi annusa il culo, proprio sopra il plug. “Cazzo, sei perfetta,” sussurra, e io mi sento un oggetto, una cosa da usare, ma questo pensiero mi fa tremare di voglia. Mi tira fuori il plug con un movimento lento, e il vuoto che lascia mi fa quasi male. Lo sostituisce con le dita, due, dentro senza preavviso. Stringo i denti, ma non protesto. Mi massaggia dentro, piano, poi sempre più forte, mentre con l’altra mano mi sfrega il clitoride. Mi scappa un gemito, e lui ride. “Ti piace, eh? Troia che non sei altro.”

Quando decide che è ora, mi tira su e mi spinge contro il divano. Mi sbatte con la faccia sul cuscino, mi alza la gonna e mi spalanca le gambe. Sento il rumore della sua cintura che si slaccia, poi dei pantaloni che cadono a terra. Non perdo tempo a guardarlo, ma so cosa sta per succedere. Mi entra dentro con un colpo secco, senza chiedermi niente, e io gemo forte. È grosso, e fa male all’inizio, ma dopo un po’ il dolore diventa piacere. Mi scopa con ritmo, spingendo profondo, e mi tiene la testa premuta contro il suo petto quando si china su di me. Sento il suo odore, il suo sudore, e lui respira il mio, ansimando. “Cazzo, il tuo odore mi fa impazzire,” dice tra un colpo e l’altro. Io non parlo, mugolo e basta, persa in quel mix di umiliazione e godimento. Ogni spinta mi sbatte contro il divano, i miei fianchi sbattono contro i suoi, e il rumore della carne che si scontra riempie la stanza. Sento l’odore del mio corpo, del suo, e tutto si mischia in un casino di sensazioni. Mi stringe i capelli, mi tira la testa indietro e mi morde il collo mentre accelera. “Vieni per me, cagna,” ordina, e io lo faccio, senza controllo, tremando sotto di lui.

Dopo, non si ferma. Si tira fuori, si siede sul divano e mi guarda. “Vieni qua,” dice, indicando il suo cazzo ancora duro, lucido di me e di lui. “È appena tornato da una corsa, puliscilo.” Mi avvicino, in ginocchio di nuovo, e lo prendo in bocca. Sento il sapore salato del suo sudore, del nostro sesso, e lui mi guarda soddisfatto. “Brava, così,” dice, mentre mi spinge la testa più giù. Non è delicato, ma non mi importa. Lo lecco tutto, dalla base alla punta, fino a che non è soddisfatto.

Alla fine, ci sediamo sul divano, entrambi sfiniti. Non c’è bisogno di parlare. Mi appoggio a lui, con la testa sul suo petto, e respiro piano. Non mi sento in colpa, non mi sento sbagliata. È quello che voglio, quello che mi fa sentire viva. Domani tornerò al lavoro, con il plug dentro e le mutandine sporche, e so che quando tornerò a casa sarà di nuovo così. E non vedo l’ora.

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