Sotto i suoi piedi
Mi chiamo Mattia, ho 28 anni e, diciamocelo, ho un debole che mi fa tremare le gambe: gli etero. Non è che ci credo davvero, eh, non sono mica pazzo da pensare che siano superiori per davvero. Ma c’è qualcosa, un brivido, un gioco mentale che mi fa impazzire all’idea di sottomettermi a un ragazzo che si dichiara etero, uno di quelli che trasudano quella mascolinità ruvida, quella sicurezza che mi fa sentire piccolo piccolo. È un pensiero che mi accende, un fuoco che mi brucia dentro, e so che non sono l’unico gay a fantasticarci sopra.
Un giorno, mentre scorro annunci su un’app di incontri un po’ particolare, mi imbatto in qualcosa che mi fa fermare il respiro. Paolo, 29 anni, etero, scrive chiaro e tondo: “Cerco un ragazzo gay che voglia farmi da leccapiedi. Non cerco robaccia da porno estremo, niente frustate o collari. Voglio uno che si senta davvero inferiore, che ci creda, o almeno ci giochi per bene. Scrivimi se sei serio.” Leggo e rileggo quelle parole, e il cuore mi batte come un tamburo. Non è la solita proposta volgare, no, c’è qualcosa di diverso, una sfumatura che mi intriga. Gli scrivo subito, con le mani che tremano un po’. Gli dico che sono interessato, che mi piace l’idea di sentirmi “meno”, che mi eccita da morire pensarmi al suo servizio. Lui risponde dopo poche ore, con un messaggio secco ma curioso: “Ok, parliamone. Dimmi perché ti senti inferiore.” E da lì inizia uno scambio di messaggi che mi fa perdere la testa. Paolo è ironico, tagliente, ma mai troppo pesante. Mi stuzzica, mi provoca, mi chiede dettagli su cosa mi passa per la testa, e io glielo racconto senza filtri. Ogni sua risposta è un mix di scherno leggero e curiosità, come se volesse davvero capire cosa mi spinge a volermi sottomettere così.
Dopo qualche giorno, decidiamo di incontrarci. Ci diamo appuntamento in un parco poco frequentato nel tardo pomeriggio. Lo vedo arrivare da lontano: alto, spalle larghe, jeans aderenti e una maglietta che gli tira sul petto. Ha un’aria rilassata, un sorrisetto stampato in faccia, e mentre si avvicina mi squadra dalla testa ai piedi. “Allora sei tu il mio nuovo amichetto,” dice con un tono che è un misto di burla e comando. Io annuisco, un po’ impacciato, sentendo già il calore salirmi al viso. “Camminiamo un po’,” propone, e ci avviamo lungo un sentiero tranquillo. Mentre parliamo, lui non perde occasione di infilare battute che mi fanno sentire piccolo, ma in un modo che mi piace da morire.
“Quindi davvero ti eccita l’idea di stare ai piedi di uno come me?” mi chiede, guardandomi di traverso con quel ghigno che mi fa venire i brividi. “Sì,” ammetto, abbassando lo sguardo. “Non so perché, ma mi manda fuori di testa pensare che sei… non so, sopra di me, in tutti i sensi.” Lui scoppia a ridere, una risata profonda, quasi beffarda. “Cazzo, sei proprio messo male, eh? Ma mi piace, sai? Mi piace che ti senti così. È tipo… naturale, no? Io sono etero, tu no, e tu stai lì, sotto. È come dovrebbe essere.” Le sue parole mi colpiscono dritto al petto, ma non c’è cattiveria, è come se stesse giocando, eppure una parte di me si chiede se non ci creda davvero. E, dannazione, questo pensiero mi eccita ancora di più.
Dopo un po’ ci sediamo su una panchina isolata, lontana da occhi indiscreti. Lui si appoggia con noncuranza, allunga le gambe davanti a sé e si toglie una scarpa, poi l’altra, restando con i piedi nudi appoggiati a terra. “Beh, che aspetti?” dice, guardandomi con un sopracciglio alzato. “Non era questo che volevi? Dai, fammi vedere quanto sei bravo a servire.” Il tono è ironico, ma c’è una sfumatura di comando che mi fa tremare. Mi abbasso, mi metto in ginocchio davanti a lui, e il cuore mi batte così forte che penso lo possa sentire. I suoi piedi sono grandi, larghi, con la pelle un po’ ruvida sui talloni. Li prendo tra le mani, esitante, e lui ride. “Non fare il timido, su. Lo vuoi, no? Allora fai il tuo lavoro.” Alzo lo sguardo e vedo che mi fissa, con quel sorriso che è un misto di divertimento e superiorità. Mi chino e avvicino la bocca al suo piede destro, sentendo subito l’odore forte, un misto di sudore e calore che mi colpisce come uno schiaffo. È intenso, pungente, ma mi eccita in un modo che non so spiegare. Tiro fuori la lingua e inizio a leccare, partendo dalle dita, passando sopra ogni nocca, sentendo la pelle ruvida e salata sotto di me. Il sapore è acre, quasi amaro, ma mi manda il sangue in ebollizione.
“Ah, guarda qua,” dice Paolo, con una risata bassa. “Sembra che ci tieni proprio, eh? Ti piace il sapore del mio piede? Rispondi.” Mi fermo un attimo, con il fiato corto, e annuisco. “Sì… mi piace. Tanto.” Lui scuote la testa, divertito. “Sei patetico, lo sai? Ma vai avanti, dai, non ti fermo.” Riprendo a leccare, scendendo lungo la pianta, sentendo ogni piega, ogni callosità, mentre il suo odore mi riempie le narici. È umiliante, sì, ma ogni colpo di lingua mi fa sentire più suo, più sotto di lui, e questo mi fa impazzire. Mentre lecco, lui allunga una mano e mi sputa in faccia, un getto caldo che mi colpisce sulla guancia e scivola giù. “Ecco, così sei ancora più nel tuo posto,” dice, ridendo. Mi pulisco con il dorso della mano, ma non dico nulla, troppo preso dalla sensazione di essere così completamente alla sua mercé.
“Passa all’altro,” ordina, e io obbedisco senza esitare. Il secondo piede ha lo stesso odore forte, lo stesso sapore salato che mi riempie la bocca. Lo lecco con più foga ora, succhiando tra le dita, sentendo la consistenza della pelle sotto la lingua. Ogni tanto alzo lo sguardo e vedo che mi guarda, con quell’espressione di chi sa di avere il controllo totale. “Sei proprio un cagnolino, eh?” mi dice, e poi sputa di nuovo, stavolta mirando alla mia fronte. Il liquido caldo mi cola lungo il naso, e io non faccio nulla per toglierlo, lasciando che mi marchi. “Ti piace pure questo, vero?” chiede, con un tono che è quasi incredulo. “Sì,” mormoro, con la voce roca, e lui ride ancora più forte. “Cazzo, sei un caso perso. Ma continua, dai, che mi stai facendo divertire.”
A un certo punto, si sposta un po’ sulla panchina, allargando le gambe. “Sai che c’è? Mi stai facendo venire voglia di qualcos’altro,” dice, con un ghigno. Si sbottona i jeans con calma, abbassandoli appena, e tira fuori il suo cazzo, già mezzo duro, che mi colpisce per le dimensioni. È spesso, lungo, con una vena che corre lungo il lato, e il glande lucido che sembra pulsare. “Avvicinati,” ordina, e io mi sposto, sempre in ginocchio, con il cuore che mi martella nel petto. “Non lo prendi in bocca, chiaro? Non sono uno che si fa fare certe cose da uno come te. Ma puoi guardarlo, e puoi continuare con i piedi. E se fai un buon lavoro, magari ti faccio un regalino.” Il suo tono è sempre ironico, ma c’è una durezza che mi fa rabbrividire. Riprendo a leccare i suoi piedi, con più energia, mentre i miei occhi sono fissi sul suo membro, che si indurisce sempre di più sotto il mio sguardo. Lui se lo tocca con una mano, con movimenti lenti, e ogni tanto mi guarda e ride. “Ti piace guardarlo, eh? Lo vorresti, ma non te lo meriti. Stai lì sotto, dove devi stare.” Le sue parole mi umiliano, ma mi eccitano in un modo che non riesco a controllare.
Mentre lecco, sento il sapore del suo sudore mescolarsi alla mia saliva, e l’odore forte mi avvolge come una nube. Ogni tanto sputa ancora, colpendomi sul viso, e il liquido mi scivola lungo le guance, caldo e appiccicoso. “Sei proprio uno straccio,” dice, con una risata. “Guarda come ti riduci per me. Ti piace essere così, vero?” Io annuisco, senza smettere di leccare, sentendo la mia eccitazione crescere a ogni sua parola, a ogni gesto di dominio. Lui continua a toccarsi, sempre più veloce, e io vedo ogni movimento, ogni contrazione del suo membro, sentendo il desiderio montare dentro di me, ma sapendo che non posso fare nulla se non obbedire.
Alla fine, dopo lunghi minuti in cui sono perso tra il sapore dei suoi piedi e la vista di lui che si dà piacere, Paolo si irrigidisce e con un grugnito basso viene, schizzando sul suo stomaco, con getti bianchi e densi che mi fanno quasi perdere la testa. “Guarda che hai combinato,” dice, ansimando, ma con quel sorrisetto sempre stampato in faccia. “Sei stato bravo, sai? Magari la prossima volta ti faccio un regalo più grande. Ma per ora, pulisci bene i miei piedi, che non voglio sentire puzza quando mi rimetto le scarpe.” Io annuisco, tornando a leccare con dedizione, sentendo il sapore e l’odore che mi impregnano, mentre il suo sguardo mi pesa addosso come un marchio. Sono suo, in questo momento, e non voglio essere altrove.
