Sempre a disposizione (parte 3)
Il fruscio della brezza marina non basta a coprire il battito del mio cuore che rimbomba nelle orecchie. Sono ancora in ginocchio, la sabbia che mi punge la pelle, il sapore di Paolo che mi brucia in bocca. Riccardo e Marco sono a pochi metri da noi, le loro figure scure contro il cielo che si tinge di arancione al tramonto. I loro sguardi mi inchiodano, un mix di scherno e qualcos’altro, qualcosa di più affamato, più pericoloso. Non so da quanto tempo ci stanno guardando, ma so che hanno visto tutto. La vergogna mi brucia la faccia, ma sotto c’è un’eccitazione che non voglio ammettere, un calore che mi si accende nello stomaco.
Paolo si tira su i pantaloncini con calma, come se non ci fosse nulla di strano, come se non fossimo stati appena beccati. Ride, un suono basso e strafottente, e si gira verso i suoi amici. “Che c’è, ragazzi? Ve l’ho detto, Simo è uno che aiuta. Sempre a disposizione, no?” Mi dà un colpetto sulla spalla, un gesto che sembra quasi di proprietà, e io mi irrigidisco, ancora incapace di alzarmi.
Riccardo si avvicina, le mani sui fianchi, quel suo ghigno che mi fa venire i brividi. È grosso, le braccia tatuate che si tendono mentre mi squadra dalla testa ai piedi. “Cazzo, Paolo, ce lo tenevi nascosto. Simo, sei proprio una sorpresa. Sai fare solo i pompini o c’è altro nel tuo repertorio?” La sua voce è carica di derisione, ma c’è una curiosità che mi gela il sangue.
Marco, accanto a lui, non dice niente per un momento. Mi fissa e basta, i suoi occhi chiari che sembrano scavarmi dentro. Poi sorride, un sorriso lento, malizioso. “Dai, non essere timido. Se fai un favore a Paolo, puoi farne uno anche a noi. Giusto, Simo?”
Non rispondo. Non riesco. La mia bocca è secca, il cuore mi martella nel petto. Vorrei sparire, sciogliermi nella sabbia, ma i loro sguardi mi tengono fermo. Paolo si accovaccia accanto a me, il suo fiato caldo sul mio orecchio. “Non fare il difficile, Simo. Sono i miei amici, non ti fanno niente. E poi, lo sai che ti piace. Non mentire a te stesso.” La sua mano mi sfiora la schiena, un tocco leggero ma possessivo, e io rabbrividisco.
Mi alzo lentamente, le gambe che tremano appena, e cerco di pulirmi la bocca con il dorso della mano. La sabbia mi si è appiccicata alle ginocchia e ai palmi, il sudore mi cola lungo la nuca. “Non… non è che devo per forza…” balbetto, ma la mia voce è debole, incerta. Riccardo ride forte, un suono che mi fa sobbalzare. “Oh, guarda come si fa il prezioso. Dai, Simo, non fare storie. Se sei la puttanella di Paolo, puoi esserlo anche per noi. Tanto lo sappiamo che ti piace.”
Quelle parole mi colpiscono come uno schiaffo, ma non riesco a ribattere. Paolo si rialza, incrocia le braccia e mi guarda con quell’espressione che ormai conosco fin troppo bene, un misto di comando e divertimento. “Senti, Simo, nessuno ti obbliga. Ma se vuoi continuare a stare con noi, a divertirti, devi giocare secondo le nostre regole. È semplice. O ci stai, o te ne vai. Scegli.”
Il silenzio che segue è pesante, rotto solo dal rumore delle onde che si infrangono a pochi metri da noi. Guardo Paolo, poi Riccardo, poi Marco. I loro volti sono impassibili, in attesa. So che non ho scelta, non davvero. Una parte di me vuole scappare, tornare al bungalow e fare finta che tutto questo non sia mai successo. Ma un’altra parte, quella che mi fa bruciare la pelle e battere il cuore più forte, vuole restare. Vuole vedere fino a dove può spingersi.
“Ok,” mormoro infine, abbassando lo sguardo. La mia voce è un sussurro, ma loro la sentono. Riccardo scoppia a ridere di nuovo, Marco si avvicina di un passo, e Paolo mi dà una pacca sulla schiena, quasi di approvazione. “Bravo, Simo. Sapevo che eri intelligente. Ora andiamo in un posto più tranquillo. Non vogliamo spettatori, no?”
Ci spostiamo lungo la spiaggia, verso una zona più isolata, dietro un gruppo di rocce alte che ci nascondono dalla vista del resto del gruppo. Il sole è ormai basso all’orizzonte, la luce calda che tinge tutto di rosso e arancione. L’aria è densa di salsedine, il calore estivo ancora soffocante nonostante l’ora. Sento il sudore colarmi lungo la schiena, la maglietta appiccicata alla pelle. Cammino dietro di loro, il cuore in gola, mentre Riccardo e Marco scherzano tra loro, le loro voci basse ma cariche di eccitazione.
Arriviamo in una piccola rientranza tra le rocce, un angolo nascosto dove la sabbia è più morbida e l’odore del mare è più forte. Paolo si volta verso di me, le mani sui fianchi. “Bene, Simo. Sai come funziona. Spogliati. Non abbiamo tempo da perdere.” Il suo tono è secco, diretto, e io obbedisco senza pensare. Mi tolgo la maglietta, i pantaloncini, gli slip, lasciandoli cadere sulla sabbia. L’aria calda mi accarezza la pelle nuda, e i loro sguardi mi pesano addosso, attenti, affamati.
Riccardo fischia piano, un suono che mi fa arrossire. “Cazzo, guardalo. È proprio carino, no? Tutto liscio, pronto per noi.” Marco annuisce, slacciandosi la cintura con calma, i suoi occhi che non si staccano mai da me. “Già. Vediamo quanto è bravo. Dai, Simo, vieni qua. In ginocchio, come sai fare.”
Mi inginocchio di nuovo, la sabbia che mi graffia la pelle, e loro si avvicinano, formando un semicerchio davanti a me. Paolo è il primo, si slaccia i pantaloncini e tira fuori il cazzo, già mezzo duro, grosso e familiare. “Comincia con me, Simo. Fammi vedere che non hai dimenticato come si fa.” Mi prende per i capelli, non forte ma con decisione, e io apro la bocca, lasciandolo scivolare dentro. Il sapore è lo stesso di prima, salato, caldo, e il peso della sua asta sulla lingua mi fa chiudere gli occhi. Lo prendo tutto, muovendo la testa, mentre lui grugnisce piano, soddisfatto.
Sento Riccardo e Marco slacciarsi i pantaloni accanto a me, il rumore delle zip che si abbassano, e il cuore mi batte più forte. Riccardo è il prossimo, il suo cazzo più spesso di quello di Paolo, la pelle scura e tesa. “Tocca a me, bellezza. Non farmi aspettare,” dice, la voce rauca, spingendosi verso di me. Paolo si ritira, lasciandomi spazio, e io passo a Riccardo, la bocca che si riempie del suo sapore, più forte, più muschiato. È grande, mi fa quasi soffocare, ma lui non si ferma, spingendo i fianchi avanti con un ghigno. “Cazzo, sì, succhia forte. Sei proprio bravo, lo sai?”
Marco è più silenzioso, ma quando tocca a lui non è meno esigente. Il suo cazzo è più lungo, meno spesso, ma arriva in fondo alla mia gola con facilità, facendomi lacrimare gli occhi. “Rilassati, Simo. Respira col naso,” dice, la voce calma ma ferma, una mano sulla mia nuca che mi guida. Mi alterno tra loro, passando da uno all’altro, la bocca bagnata, la saliva che mi cola lungo il mento. Il loro odore mi avvolge, sudore misto a salsedine, e i loro gemiti bassi, i grugniti, i respiri affannosi riempiono l’aria. Ogni tanto si scambiano battute, commenti su quanto sono bravo, su come me la cavo bene, e io non riesco a pensare, perso nel ritmo, nel calore, nella sensazione di essere completamente loro.
“Ok, basta così,” dice Paolo dopo un po’, tirandomi indietro per i capelli. Ho la bocca gonfia, il respiro corto, e loro mi guardano, i cazzi duri e lucidi davanti a me. “Ora girati, Simo. Vogliamo di più. Vero, ragazzi?” Riccardo ride, Marco annuisce, e io mi giro senza protestare, mettendomi a quattro zampe sulla sabbia. La posizione mi espone completamente, il culo in aria, e sento il loro sguardo bruciarmi addosso.
Paolo si inginocchia dietro di me, il rumore di un preservativo che si srotola, il freddo del lubrificante che mi fa sobbalzare quando me lo spalma addosso. “Rilassati, Simo. Sai come funziona,” dice, e poi lo sento spingere, lento ma deciso. È grosso, mi apre piano, un bruciore che si trasforma in pienezza, e io stringo i denti, trattenendo un gemito. Comincia a muoversi, colpi lenti ma profondi, le mani sui miei fianchi che mi tengono fermo. “Cazzo, sei ancora stretto. Mi piace,” grugnisce, aumentando il ritmo, la sua pelle che sbatte contro la mia con un suono secco.
Riccardo si mette davanti a me, il cazzo ancora duro, e me lo spinge in bocca senza preavviso. “Non stare fermo, Simo. Lavora anche con la bocca,” ordina, e io obbedisco, succhiandolo mentre Paolo mi scopa da dietro. La sensazione è intensa, travolgente, essere preso da entrambi i lati, usato senza tregua. Marco si inginocchia accanto, guardandomi, e dopo un po’ si scambiano di posto. Riccardo si mette dietro di me, il suo cazzo più spesso che mi fa gemere intorno a quello di Marco, ora nella mia bocca. “Porca troia, è proprio stretto,” dice Riccardo, spingendo forte, le sue mani che mi stringono il culo con forza. “Ti piace, eh? Dimmi che ti piace.”
“Sì,” ansimo, la voce spezzata, mentre Marco mi tiene la testa ferma, scopandomi la bocca con colpi lenti ma decisi. Il ritmo è frenetico, si alternano, passano da davanti a dietro, e io perdo la cognizione del tempo, perso nei loro movimenti, nei loro odori, nei loro suoni. Il sudore mi cola lungo la schiena, la sabbia mi si appiccica alla pelle, e il calore del loro corpi contro il mio mi manda fuori di testa. Vengo senza nemmeno toccarmi, un orgasmo che mi scuote tutto, e loro ridono, soddisfatti, continuando senza fermarsi.
Paolo è l’ultimo a venire, di nuovo dentro di me, un ringhio basso mentre si svuota, il preservativo che si tende. Riccardo e Marco finiscono uno dopo l’altro, spruzzandomi sul viso, sul petto, il calore appiccicoso che mi cola addosso. Sono esausto, tremante, ma loro sembrano soddisfatti, si tirano su i pantaloni, si scambiano pacche sulle spalle come se avessero appena vinto una partita.
“Sei stato bravo, Simo. La nostra puttanella del gruppo,” dice Riccardo, con un ghigno, mentre si pulisce le mani sulla maglietta. Marco mi guarda, un sorriso più morbido ma sempre malizioso. “Già. Sei perfetto per questo. Magari ci divertiamo ancora, prima che il viaggio finisca.”
Paolo mi porge una mano per aiutarmi ad alzarmi, ma il suo sguardo è freddo, distante. “Pulisciti, Simo. Non voglio che gli altri si facciano strane idee,” dice, indicando la mia faccia, il mio petto. Mi passo una mano addosso, cercando di togliere il grosso, ma mi sento sporco, usato, e allo stesso tempo… appagato. Non capisco cosa provo, non voglio capirlo.
Gli ultimi giorni del viaggio passano in una strana calma. Non ci sono altri momenti come quello sulla spiaggia, ma i loro sguardi, le loro battute, i loro sorrisi ambigui mi tengono sempre sul chi vive. Ogni tanto Paolo mi chiama in disparte, per un pompino veloce dietro un bungalow o in un angolo isolato, sempre con quella frase, “solo per svuotarmi”, che mi ricorda il mio posto. Riccardo e Marco non si spingono oltre, ma il modo in cui mi guardano mi fa capire che sanno, che ricordano, e che potrebbero volere di più.
L’ultima sera, mentre il gruppo si riunisce per una cena sulla costa, con il mare che scintilla sotto le luci dei lampioni, Paolo mi si avvicina, una birra in mano. “È stato un bel viaggio, no, Simo?” dice, la voce calma, quasi gentile. Lo guardo, cercando di capire se c’è qualcosa sotto, ma il suo viso è imperscrutabile. “Sì, direi di sì,” rispondo, cauto.
Sorride, un sorriso che non arriva agli occhi. “Bene. Magari ci rivediamo, prima o poi. Sai dove trovarmi, se hai bisogno… di qualcosa.” Non so se è una promessa o una minaccia, ma annuisco, sentendo un peso nello stomaco.
Torniamo a casa il giorno dopo, il gruppo si scioglie con saluti frettolosi alla stazione. Io prendo il mio zaino, salgo sul treno, e guardo il mare sparire oltre il finestrino. Non so cosa mi aspetta, non so se rivedrò Paolo o gli altri. Ma una cosa è certa: questo viaggio ha cambiato qualcosa dentro di me. E non so se riuscirò mai a tornare indietro.
