Inculato dal mio collega più giovane
Sono Riccardo, ho trentasette anni e una vita che, a guardarla da fuori, sembra un quadretto perfetto: lavoro stabile in un’azienda di consulenza, un appartamento in centro, palestra tre volte a settimana. Ma sotto la superficie, c’è un casino che non racconto a nessuno. Non mi interessa il giudizio, solo che certe cose le vivo e basta. Tipo quello che è successo alla festa aziendale di fine anno, un giovedì sera di dicembre, in un locale prenotato solo per noi, con open bar e musica che pompava fino a tardi.
Ero lì, con un bicchiere di gin tonic in mano, appoggiato al bancone. Non avevo voglia di fare il simpatico con i colleghi, ma dovevo almeno mostrare la faccia. Pierpaolo, uno dei nuovi arrivati, ventotto anni, si avvicinò con quel sorrisetto strafottente che mi aveva già fatto girare la testa un paio di volte in ufficio. Alto, spalle larghe, capelli mossi che gli cadevano sulla fronte, e un modo di muoversi che sembrava dire “so quello che voglio”. Lavorava nel mio team da qualche mese, e c’era sempre stata una tensione tra noi, un gioco di sguardi, battute che pesavano più del dovuto.
“Ehi, Riccardo, non ti diverti stasera?” mi chiese, appoggiandosi accanto a me. La sua voce era bassa, quasi coperta dal rumore della musica, ma il tono era provocatorio.
“Non proprio il mio ambiente,” risposi, bevendo un sorso. Lo guardai negli occhi un po’ troppo a lungo, e lui non distolse lo sguardo. Sentii una scarica lungo la schiena. “E tu? Sembri a tuo agio.”
“Dipende da chi ho intorno,” disse, con un ghigno. Si avvicinò di un passo, il suo braccio sfiorò il mio. “Magari con te mi divertirei di più.”
Non risposi subito. Il cuore mi batteva già più veloce. Sapevo dove voleva arrivare, e non avevo nessuna intenzione di tirarmi indietro. “Vediamo se sai mantenere le promesse,” gli dissi, con un tono secco, buttando giù l’ultimo sorso di gin.
Non ci volle molto. Dopo qualche altra battuta, un paio di drink e qualche sguardo che non lasciava spazio a dubbi, mi fece un cenno verso il corridoio che portava ai bagni sul retro. Era una zona meno illuminata, lontana dalla pista da ballo e dal casino della festa. Lo seguii senza pensarci due volte, sentendo il sangue che mi pulsava nelle tempie.
Arrivati in fondo al corridoio, ci infilammo in un bagno per disabili, l’unico con una porta che si chiudeva davvero. Appena entrati, Pierpaolo girò la chiave e si voltò verso me. Non c’era tempo per cazzeggiare. Mi spinse contro il muro, il suo corpo premuto sul mio, e mi baciò con una fame che mi fece quasi perdere l’equilibrio. La sua lingua era invadente, calda, e il sapore di birra che aveva in bocca mi arrivò dritto al cervello. Le sue mani erano già sul mio petto, sotto la camicia, le dita che stringevano forte.
“Ti voglio da quando ti ho visto la prima volta in sala riunioni,” mormorò, la bocca vicino al mio orecchio, il respiro caldo sulla pelle. “Lo sai, vero?”
“Sì, lo so,” risposi, con la voce roca. “E allora non perdere tempo.”
Mi fece girare con un movimento rapido, spingendomi contro il lavandino. Sentii il freddo del marmo attraverso la camicia, mentre le sue mani mi slacciavano la cintura con gesti decisi. Il suono della fibbia che si apriva sembrava amplificato nel silenzio del bagno. Mi abbassò i pantaloni e i boxer in un colpo solo, lasciandomi esposto. L’aria fredda mi colpì la pelle, ma il calore del suo corpo dietro di me era un contrasto che mi fece venire i brividi.
“Guardati,” disse, con un tono basso e ruvido, mentre le sue mani mi afferravano i fianchi. “Così pronto per me. Non vedevi l’ora, eh?”
“Chiudi quella bocca e fai quello che devi,” risposi, voltando la testa appena per guardarlo. Aveva un’espressione da predatore, gli occhi che brillavano di desiderio. Sentii il rumore della sua cintura che si slacciava, poi il fruscio dei pantaloni che scendevano. Il suo membro, già duro, sfiorò la mia pelle, caldo e pesante. Era grosso, lo sentivo dalla pressione contro di me, e la cosa mi fece stringere i denti per l’aspettativa.
“Tranquillo, ci penso io,” disse, con una risata bassa. Si chinò per un attimo, e sentii qualcosa di umido sulle sue dita. Aveva preso del sapone liquido dal dispenser accanto al lavandino. Non era il massimo, ma in quel momento non me ne fregava niente. Le sue dita, fredde e scivolose, iniziarono a esplorarmi, spingendo piano ma con decisione. La sensazione era intensa, un misto di fastidio e piacere che mi fece serrare i muscoli.
“Rilassati, Riccardo,” mi sussurrò, la bocca vicino al mio collo. Il suo respiro mi solleticava la pelle, e l’odore del suo dopobarba mi riempiva le narici. “Lo vuoi, no? Dillo.”
“Sì, lo voglio,” ringhiai, stringendo i bordi del lavandino con le mani. “Muoviti.”
Le sue dita lavorarono per qualche istante, allargandomi con movimenti lenti ma fermi, finché non sentii che ero pronto. Poi, senza dire altro, le tolse e posizionò la punta del suo membro contro di me. La pressione iniziale mi fece trattenere il fiato. Era grande, molto più di quanto mi aspettassi, e quando iniziò a spingere dentro, sentii ogni centimetro che mi invadeva, un bruciore acuto che si mescolava a un piacere profondo, viscerale.
“Cazzo, sei stretto,” grugnì, fermandosi un attimo per darmi il tempo di abituarmi. La sua voce era tesa, come se si stesse trattenendo a fatica. “Ti piace così, vero?”
“Sì, mi piace,” ansimai, spingendo indietro contro di lui per farlo andare più a fondo. “Non ti fermare.”
Riprese a muoversi, lento all’inizio, ogni spinta che mi faceva sentire la sua lunghezza e la sua durezza. Il sapone facilitava i movimenti, ma la sensazione era cruda, reale, ogni attrito che mi faceva stringere i denti e gemere piano. Le sue mani erano salde sui miei fianchi, le dita che affondavano nella carne, lasciandomi probabilmente dei segni. Sentivo il suo respiro affannoso dietro di me, il suono dei nostri corpi che si incontravano, un ritmo che diventava sempre più veloce.
“Dio, Riccardo, sei fottutamente perfetto,” disse, la voce spezzata dal piacere. “Ti prendo così bene, lo senti?”
“Lo sento,” risposi, con la testa che girava. Ogni spinta era più profonda, più dura, e il piacere iniziava a montare dentro di me, una pressione che cresceva a ogni movimento. “Fallo più forte, Pier. Non ti trattenere.”
Quelle parole lo fecero scattare. Accelerò, il ritmo che diventava quasi brutale, ogni colpo che mi faceva sbattere contro il lavandino. Il freddo del marmo contro il mio stomaco, il calore del suo corpo dietro di me, il suono dei suoi gemiti mescolato al rumore umido dei nostri movimenti: era tutto così intenso che quasi non riuscivo a pensare. Sentivo il suo membro che mi riempiva completamente, ogni spinta che colpiva un punto dentro di me che mi faceva tremare le gambe.
“Così, cazzo, così,” grugnì, una mano che si spostava per afferrarmi i capelli, tirandomi indietro la testa. “Dimmi quanto ti piace.”
“Mi piace da morire,” ansimai, la voce spezzata. “Non smettere, sto per venire.”
“Non ancora,” ordinò, rallentando appena, ma senza fermarsi. “Aspetta me. Voglio sentirti mentre lo fai.”
Il controllo che esercitava su di me mi faceva impazzire. Ogni movimento era calcolato, ogni spinta mi teneva sull’orlo senza lasciarmi cadere. Sentivo il sudore sulla schiena, il calore che si accumulava tra noi, l’odore di sesso che riempiva l’aria del piccolo bagno. La sua mano scivolò davanti, afferrando il mio membro, duro e bagnato di precum, e iniziò a muoverla in sincronia con le sue spinte. La sensazione era troppo, un’ondata che non potevo fermare.
“Pier, cazzo, non ce la faccio,” gemetti, sentendo tutto il corpo che si tendeva.
“Allora vieni per me,” disse, la voce un ringhio basso. “Fallo adesso.”
Bastarono quelle parole. Venni con un gemito strozzato, il piacere che esplodeva dentro di me, caldo e violento, mentre lui continuava a spingere, prolungando ogni spasmo. Sentii il mio seme che schizzava sulla sua mano e sul bordo del lavandino, il corpo che tremava senza controllo. Pochi secondi dopo, lo sentii irrigidirsi dietro di me, un grugnito profondo che gli sfuggì dalla gola mentre si svuotava dentro di me, il calore del suo rilascio che mi riempiva, un sensazione intima e cruda che mi fece quasi crollare le ginocchia.
Rimanemmo così per un attimo, ansimanti, i nostri corpi ancora uniti. Sentivo il suo petto che si alzava e abbassava contro la mia schiena, il suo respiro caldo sul mio collo. Poi, piano, si tirò fuori, lasciandomi una sensazione di vuoto e un bruciore leggero che era quasi piacevole. Mi voltai, appoggiandomi al lavandino, e lo guardai. Aveva il viso arrossato, i capelli spettinati, un sorriso soddisfatto che gli incurvava le labbra.
“Beh, direi che la festa non è poi così male,” disse, con una risata bassa, mentre si sistemava i pantaloni.
“Direi di no,” risposi, con la voce ancora roca. Mi tirai su i boxer e i pantaloni, sentendo ancora il suo seme dentro di me, un promemoria fisico di quello che era appena successo. “Ma la prossima volta, troviamoci un posto più comodo.”
“Ci sto,” rispose, dandomi una pacca sul fianco prima di aprire la porta. “Ora torniamo là fuori, prima che qualcuno inizi a fare domande.”
Annuii, seguendo i suoi passi nel corridoio. La musica della festa ci avvolse di nuovo, ma dentro di me c’era ancora l’eco di quello che avevamo fatto, il calore del suo corpo, le sue parole. Sapevo che non sarebbe finita lì, e onestamente, non vedevo l’ora di scoprire cosa sarebbe successo dopo.
