Racconti Piccanti
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Tutti sotto la doccia

Tutti sotto la doccia

20 Marzo 2026·7 min di lettura

Sono Nico, ho ventitré anni e vivo in una città caotica, tra palazzi grigi e traffico incessante. Non sono mai stato un tipo da avventure estreme, ma quando i miei amici mi hanno proposto un weekend di campeggio in montagna, ho pensato che fosse un buon modo per staccare. Siamo in cinque: io, Marco, Luca, Davide e Simone. Tutti ragazzi che conosco da anni, compagni di serate al pub e di cazzate varie. Non sono mai stato particolarmente a mio agio con il mio corpo: sono snello, con spalle strette e un torace che non ha mai visto una palestra. Mi imbarazza spogliarmi davanti agli altri, anche se sono solo amici. Per questo, quando siamo arrivati al campeggio e ho visto le docce comuni, un po’ mi è salito un nodo in gola. Vecchie piastrelle sbeccate, un odore di muffa nell’aria e getti d’acqua che sembrano usciti da un film degli anni Settanta. Ma vabbè, mi sono detto, farò in fretta e con discrezione.

Il primo giorno è andato liscio. Abbiamo montato le tende, acceso un fuoco, bevuto qualche birra e riso come deficienti raccontandoci stupidaggini. Ma la mattina dopo, quando siamo andati a fare la doccia, il disastro. Quattro getti su cinque erano fuori uso, sputavano giusto qualche goccia tiepida. Restava un solo getto funzionante, con un flusso decente. Marco, il più sfacciato del gruppo, ha buttato lì l’idea senza pensarci due volte: “Ragazzi, facciamocela tutti insieme, tanto è per risparmiare acqua. Siamo tra fratelli, no?”. Gli altri hanno riso e annuito, come se fosse la cosa più normale del mondo. Io, invece, mi sono sentito gelare. “Assolutamente no,” ho detto subito, incrociando le braccia. “È imbarazzante. Non mi va. Fate voi, io aspetto.” Marco mi ha guardato con un ghigno. “Oh, Nico, non fare la verginella. Chi vuoi che ti guardi? Siamo tutti nella stessa barca.” Ho scosso la testa, sentendo le guance scaldarsi. “No, sul serio. Guardate da un’altra parte, almeno. Non mi va che mi fissiate.” Gli altri hanno alzato le spalle, tipo “fai come ti pare”, e si sono spogliati senza problemi, lasciandosi andare a battute sceme sul freddo che “stringe tutto”.

Mi sono tolto i vestiti con lentezza, tenendo lo sguardo basso. Sentivo le loro risate e i commenti stupidi, ma cercavo di ignorarli. Sono entrato sotto il getto con loro, girandomi di schiena. L’acqua era tiepida, scorreva sulla pelle e mi dava un po’ di sollievo, ma ero teso come una corda. “Non guardatemi, okay?” ho borbottato, mentre cercavo di insaponarmi in fretta. Simone, che era vicino a me, ha riso. “Tranquillo, Nico, mica siamo qui a fare un casting. Rilassati.” Ma non ci riuscivo. Sentivo i loro movimenti, i corpi che si sfioravano per prendere spazio sotto l’acqua. Ogni tanto una spalla o un braccio mi sfiorava, e io mi irrigidivo ancora di più.

Poi è successo. Non so come, ma mentre mi spostavo per prendere il sapone, il mio fianco ha sfregato contro il fianco di Luca. Un contatto banale, ma il mio corpo ha reagito in modo che non mi aspettavo. Ho sentito un calore improvviso, un formicolio che mi ha fatto stringere i denti. “Merda,” ho pensato, “non ora.” Ho cercato di girarmi ancora di più, di nascondermi, ma era impossibile. Marco se n’è accorto per primo. “Oh, Nico, che succede lì?” ha detto con un tono tra il divertito e lo schernitore. Ho abbassato lo sguardo e ho visto quello che temevo: un’erezione che non riuscivo a controllare. “Non ridete… vi prego…” ho mormorato, con la voce che mi tremava. Mi sentivo un idiota, volevo sparire. “Non è niente, è solo… non lo so, lasciatemi stare.” Ma loro, invece di lasciar perdere, hanno iniziato a sghignazzare. Davide mi ha dato una pacca sulla schiena. “Tranquillo, succede. È l’acqua fredda, no?” Ma non era solo l’acqua. Era tutto: la tensione, l’imbarazzo, il contatto con i loro corpi nudi sotto quella doccia stretta.

Marco, con quel suo modo di fare da leader del branco, ha preso un flacone di sapone e ha detto: “Dai, facciamoci aiutare tra fratelli. Nico, girati che ti insaponiamo la schiena, così ti rilassi.” Io ho protestato subito. “No, non serve, faccio da solo.” Ma lui non mi ha ascoltato. Ha versato il sapone sulle mani e ha iniziato a spalmarlo sulle mie spalle. Le sue mani erano ruvide, decise, e io mi sentivo sempre più a disagio, ma anche… strano. Non so come descriverlo, ma c’era qualcosa in quel contatto che mi faceva battere il cuore più forte. Gli altri si sono uniti, ridendo. “Forza, insaponiamo tutti!” ha detto Simone, e in un attimo ho sentito mani ovunque: sulle braccia, sulla schiena, sul petto. “Smettetela, sul serio,” ho detto, ma la mia voce non aveva più forza. Era come se una parte di me volesse opporsi, ma un’altra parte… be’, non lo so. Ero confuso.

Le mani continuavano a scorrere, il sapone mi scivolava sulla pelle, e quel contatto mi faceva sentire cose che non avrei mai immaginato. Marco si è chinato per insaponarmi le gambe, e il suo viso era a pochi centimetri da me. Ho chiuso gli occhi, cercando di non pensarci, ma poi ho sentito la sua mano risalire, troppo vicino. “Marco, che cazzo fai?” ho detto, con la voce spezzata. Lui ha riso. “Rilassati, sto solo aiutando.” Ma non era solo quello. Ho sentito un’altra mano, non so di chi, sfiorarmi tra le gambe, e il mio corpo ha reagito di nuovo, più forte di prima. Ero imbarazzato, ma anche eccitato in un modo che non capivo del tutto.

A un certo punto, Luca si è messo davanti a me, sotto l’acqua che continuava a cadere. “Nico, guarda che non c’è niente di male,” ha detto, con un tono più serio del solito. “Siamo solo noi qui. Nessuno lo saprà mai.” Non so perché, ma quelle parole mi hanno colpito. Mi sono sentito meno in difesa, anche se ero ancora a disagio. Lui si è abbassato, lentamente, e prima che potessi dire qualcosa, ho sentito la sua bocca su di me. Un calore umido, una sensazione che mi ha fatto quasi perdere l’equilibrio. “Cazzo, Luca, che fai?” ho ansimato, ma non l’ho fermato. Non ci riuscivo. Gli altri guardavano, alcuni ridevano, altri avevano espressioni strane, come se anche loro fossero presi da quel momento. Marco si è avvicinato di nuovo. “Dai, Nico, lasciati andare,” ha detto, e anche lui si è chinato, alternandosi con Luca. Io non capivo più niente. La mia testa era un casino, ma il mio corpo rispondeva a ogni movimento. Sentivo le loro bocche, le loro mani, l’acqua che scorreva e il rumore del respiro affannoso di tutti noi in quello spazio chiuso.

Dopo un po’, Marco mi ha fatto girare verso il muro. “Appoggiati qui,” ha detto con un tono che non ammetteva repliche. Mi sono messo con le mani contro le piastrelle fredde, l’acqua che mi scorreva sulla schiena. “Che vuoi fare?” ho chiesto, ma lo sapevo già. Lui si è posizionato dietro di me, e ho sentito il suo corpo premere contro il mio. “Rilassati, okay? Ti faccio vedere come si sta bene,” ha mormorato. Ho sentito una pressione, poi un dolore acuto, ma anche un piacere strano, mescolato. “Cazzo, Marco, vai piano,” ho detto tra i denti, stringendo i pugni contro il muro. Lui ha riso piano. “Tranquillo, ci sono.” Si muoveva lento all’inizio, poi sempre più deciso, e io non sapevo se volevo che smettesse o continuasse. Sentivo il suo fiato sul collo, le sue mani che mi stringevano i fianchi, il rumore dell’acqua che copriva i nostri gemiti. Ogni tanto mi voltavo e vedevo gli altri che ci guardavano, alcuni toccandosi, altri in attesa. “Tocca a me dopo,” ha detto Davide con un ghigno, e io non ho neanche risposto. Ero perso in quello che stava succedendo.

Marco ha finito con un gemito forte, poi si è tirato indietro, dandomi una pacca sul culo. “Tocca a voi, ragazzi,” ha detto, come se fosse un gioco. Davide ha preso il suo posto, e poi gli altri, uno dopo l’altro. Io restavo lì, contro il muro, con l’acqua che mi scivolava addosso, il respiro corto e la testa vuota. Ogni tanto dicevo qualcosa, tipo “Piano, cazzo,” o “Non così forte,” e loro ridevano o rispondevano con frasi tipo “Dai, che ti piace.” Non lo so se mi piaceva davvero, o se era solo il momento, il calore, il casino di emozioni che mi girava dentro. Sentivo i loro corpi, il loro odore mescolato al sapone e all’umidità delle piastrelle, i loro movimenti dentro di me, uno dopo l’altro. Non c’era niente di delicato, era tutto crudo, diretto, ma in qualche modo… funzionava. Non pensavo più all’imbarazzo, non pensavo a niente. Ero solo lì, sotto quella doccia, con loro.

Quando anche l’ultimo, Simone, ha finito, mi sono girato lentamente, con le gambe che tremavano un po’. L’acqua continuava a cadere, lavando via il sapone e tutto il resto. Ci siamo guardati per un attimo, senza dire niente. Poi Marco ha rotto il silenzio con una risata. “Be’, direi che ci siamo lavati per bene, no?” Gli altri hanno riso, e io ho abbozzato un sorriso, anche se ero ancora frastornato. Mi sono passato una mano sul viso, sentendo l’acqua fresca sulla pelle. Non c’era niente da dire, niente da spiegare. Eravamo solo noi, in quel momento, e andava bene così.

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