Lo stanzino della vergogna
La festa era rumorosa, calda, piena di corpi che si muovevano sotto le luci stroboscopiche. Marco non riusciva a trovare nessuna ragazza interessante: tutte fidanzate, tutte troppo impegnate a fingere di divertirsi. Stava per andarsene quando lo notò.
In un angolo, semi-nascosto tra la folla, c’era quel ragazzino. Occhi grandi, labbra socchiuse, lo sguardo fisso su di lui con un’intensità quasi imbarazzante. La bava alla bocca era quasi visibile. Era chiaro: era un frocio disperato, eccitato solo a guardarlo.
Marco sorrise con cattiveria e si avvicinò lentamente, fino a torreggiare su di lui.
«Che cazzo hai da guardare?» ringhiò, la voce bassa e minacciosa.
Il ragazzino sobbalzò, diventando rosso fuoco. Le mani gli tremavano mentre stringeva il bicchiere. Non riuscì nemmeno a rispondere: rimase lì, paralizzato, con l’aria di un cagnolino spaventato che ha appena visto il padrone.
Marco gli strappò il cocktail di mano, ne bevve un sorso lento e poi gli ordinò, senza alzare la voce:
«Seguimi.»
E lui lo seguì. Ovviamente. Come un idiota ubbidiente, senza fiatare, gli occhi bassi e il respiro già accelerato.
Lo portò nello “stanzino della vergogna”, quel piccolo ripostiglio buio che tutti alla festa conoscevano fin troppo bene. Appena la porta si chiuse alle loro spalle, il ragazzino capì. Il suo viso divenne paonazzo, le labbra iniziarono a balbettare qualcosa di incomprensibile.
Marco lo spinse contro il muro con forza.
«Inginocchiati.»
Il ragazzino obbedì all’istante. Le ginocchia toccarono il pavimento sporco senza esitazione. Aveva già la faccia da troietta affamata: occhi lucidi, bocca aperta, lingua che sfiorava involontariamente il labbro inferiore.
Marco si aprì i jeans con calma, tirò fuori il cazzo già mezzo duro e glielo sbatté in faccia un paio di volte, lasciandogli una scia umida sulla guancia.
«Apri bene quella bocca da puttana.»
Poi gli afferrò la testa con entrambe le mani e glielo infilò tutto in gola in un colpo solo.
Il ragazzino tossì violentemente, gli occhi gli si riempirono di lacrime, il corpo scosso dai conati. Marco lo tenne fermo lì, il cazzo seppellito fino in fondo, godendosi il calore stretto e il panico che gli contraeva la gola.
«Bravissimo… proprio così, ingoia tutto.»
Quando lo lasciò respirare, il ragazzino ansimava come un animale. Ma non si tirò indietro. Anzi, appena Marco gli ordinò di succhiare, iniziò a lavorarselo con avidità: labbra strette, lingua che vorticava intorno alla cappella, succhiando come una puttanella golosa e disperata.
Marco lo prese per i capelli e cominciò a scopargli la bocca senza pietà. Spinfonate profonde, violente, che gli facevano sbattere il naso contro il pube ad ogni affondo. Usava quella bocca come un semplice buco caldo, ignorando i gorgoglii, le lacrime e la saliva che colava sul mento del ragazzino.
«Guardami mentre ti scopo la faccia.»
Gli occhi del frocio erano completamente persi, umiliati e al tempo stesso eccitatissimi.
Quando sentì l’orgasmo arrivare, Marco si tirò fuori di colpo. Afferrò il cazzo lucido di saliva e iniziò a segarsi furiosamente davanti a quella faccia devastata.
«Apri la bocca… lingua fuori.»
Il primo schizzo potente colpì la guancia, il secondo la fronte, poi il naso, le labbra, la lingua. Sborrò tantissimo, coprendolo di fiotti caldi e densi che gli colavano lungo il viso in rivoli osceni.
Il ragazzino rimase lì in ginocchio, ansimante, completamente ricoperto di sperma, con l’aria di chi aveva appena ricevuto il regalo più bello della sua vita.
Marco si tirò su i pantaloni con indifferenza, gli diede un calcio leggero ma umiliante sul culo e aprì la porta.
«Fuori.»
Il ragazzino uscì barcollando, il viso ancora lucido di sborra, mentre dal corridoio si alzavano già le risate e i commenti degli altri.
Marco lo guardò correre verso il bagno con un sorriso soddisfatto.
Era già il terzo frocio patetico che umiliava in quel ripostiglio quel mese.
