Il dopo cena di lavoro
Non sono una che tradisce. O almeno, non lo ero fino a quella maledetta cena di reparto. Mi chiamo Giulia, ho 33 anni, lavoro come marketing coordinator in una grossa azienda di Milano. Sono sposata da sette anni con Andrea, un uomo che mi ama, lo so, ma che non mi guarda più come una volta. Non è che non ci provi, eh, ma quando lo facciamo è una cosa veloce, di routine, come lavarsi i denti prima di dormire. Io voglio di più, voglio sentirmi desiderata, voglio che qualcuno mi guardi e pensi “cazzo, questa donna la voglio ora”. E quella sera, al ristorante elegante dove abbiamo festeggiato i risultati trimestrali, ho trovato proprio quello che cercavo, anche se non lo stavo cercando.
Il contesto era banale: un tavolo lungo, una ventina di colleghi, risate, vino che scorreva a fiumi. Io ero seduta vicino a Marco, 38 anni, direttore creativo. Marco è uno di quegli uomini che non devono fare niente per attirare l’attenzione: alto, spalle larghe, capelli mossi con qualche filo grigio che gli dà un’aria vissuta, e un sorriso obliquo che ti fa sentire come se ti stesse spogliando con gli occhi senza muovere un muscolo. Mi sono accorta subito che mi guardava più del normale, ma ho fatto finta di niente. Parlava con tutti, faceva battute, ma ogni tanto si girava verso di me e mi diceva qualcosa a bassa voce, tipo “Sai, tuo marito deve essere cieco a lasciarti così sola stasera”. Io ridevo, imbarazzata, ma sentivo le guance andare a fuoco. E poi, sotto il tavolo, la sua gamba sfiorava la mia. All’inizio pensavo fosse un caso, ma quando ho sentito la sua mano posarsi sul mio ginocchio, leggera ma decisa, ho capito che non lo era. Ho stretto le cosce d’istinto, ma non gli ho detto di togliersi. Non ci riuscivo. Era come se il mio corpo avesse già deciso per me.
Più la cena andava avanti, più la tensione cresceva. Ogni volta che mi versava il vino, mi guardava dritto negli occhi, e io sentivo un calore tra le gambe che non provavo da anni. Non era solo attrazione fisica, era il modo in cui mi faceva sentire: vista, desiderata, viva. A un certo punto mi ha sussurrato: “Sei troppo bella per startene qui a sorridere come se niente fosse”. Ho abbassato lo sguardo, il cuore che mi martellava nel petto. Avrei voluto dirgli di smetterla, che ero sposata, che non era giusto. Ma la verità? Una parte di me voleva che continuasse. Una parte di me voleva vedere fino a dove sarebbe arrivato.
Quando la cena è finita, gli altri hanno iniziato a salutarsi. Io ho detto che dovevo tornare a casa, ma Marco si è offerto di accompagnarmi alla macchina. “Devo parlarti di un progetto”, ha detto con quel tono che sembrava tutto tranne che professionale. Ho annuito, anche se sapevo che era una scusa. Nel parcheggio deserto, mentre camminavamo verso la mia auto, mi sono sentita improvvisamente vulnerabile, ma anche eccitata. Appena siamo arrivati alla portiera, mi ha spinta delicatamente contro il metallo freddo, le sue mani sui miei fianchi. Mi ha guardata per un attimo, come per darmi il tempo di dire di no, ma io non ho aperto bocca. Poi mi ha baciata. Un bacio profondo, possessivo, con la lingua che cercava la mia. Ho provato a resistere per qualche secondo, ma era inutile. Gli ho messo le braccia intorno al collo e ho ricambiato, sentendo il suo corpo premere contro il mio. Le sue mani mi stringevano con una dolcezza che nascondeva una forza controllata, e io mi sentivo già persa.
“Dentro”, ha mormorato, aprendo la portiera posteriore della mia macchina. Ho esitato un attimo, ma poi sono salita, abbassando i sedili per fare più spazio. Lui è entrato dopo di me, chiudendo lo sportello con un colpo secco. Non c’era fretta nei suoi movimenti, solo una calma che mi faceva tremare ancora di più. Ha iniziato a togliermi il vestito, piano, come se stesse scartando un regalo. Mi baciava il collo, le spalle, scendendo lungo la clavicola mentre le sue mani mi accarezzavano la pelle. “Sei perfetta”, ha detto, con una voce bassa che mi ha fatto venire i brividi. Mi ha slacciato il reggiseno con una mano sola, senza mai distogliere lo sguardo dal mio. I miei seni, pieni e con i capezzoli già duri, erano esposti al suo sguardo, e lui li ha guardati con una fame che mi ha fatto arrossire. Ha preso un capezzolo in bocca, succhiandolo piano mentre con l’altra mano mi accarezzava l’interno coscia, sfiorando il bordo delle mutandine. Ho sospirato, incapace di trattenermi, e lui ha sorriso contro la mia pelle. “Ti piace, vero?” ha chiesto, e io ho solo annuito, troppo imbarazzata per parlare.
Mi ha fatta sdraiare sui sedili, la testa appoggiata contro il finestrino. Con una lentezza quasi crudele, mi ha tolto le mutandine, lasciandomi completamente nuda sotto di lui. Mi ha guardata per un momento, come se stesse studiando ogni dettaglio del mio corpo: il ventre leggermente morbido, le cosce piene, il triangolo di peli curati tra le gambe. Poi si è chinato e ha iniziato a baciarmi lì, proprio dove il desiderio bruciava di più. La sua lingua era lenta, precisa, esplorava ogni piega con una dedizione che mi faceva impazzire. Sentivo il suo respiro caldo contro di me, le sue mani che mi tenevano le cosce aperte mentre leccava, succhiava, mi portava sempre più vicina al limite. “Cazzo, Marco…”, ho gemito, afferrandogli i capelli. Lui ha alzato lo sguardo, con un sorriso malizioso. “Rilassati, Giulia, lascia che ti faccia godere”. E io mi sono abbandonata, le gambe che tremavano, il piacere che mi montava dentro come un’onda che non riuscivo a fermare.
Quando ero sul punto di venire, si è fermato. Si è tirato su, togliendosi la camicia e i pantaloni con gesti veloci ma sicuri. Il suo corpo era come me lo ero immaginato: spalle larghe, un torace definito ma non esagerato, e quando si è tolto i boxer ho visto il suo cazzo, duro, pronto per me. Non era enorme, ma aveva una forma che prometteva guai, e io lo volevo dentro di me più di qualsiasi altra cosa in quel momento. Si è posizionato sopra di me, prendendomi i polsi e tenendoli sopra la mia testa con una mano, mentre con l’altra guidava il suo sesso tra le mie gambe. “Guardami”, ha detto, e io l’ho fatto, sentendo la punta sfiorarmi l’ingresso. Poi ha spinto, piano ma deciso, riempiendomi con un movimento lento che mi ha fatto gemere. “Cazzo, sei stretta”, ha ringhiato, iniziando a muoversi con un ritmo controllato, ogni affondo che mi faceva sentire ogni centimetro di lui. Il sedile scricchiolava sotto di noi, l’odore di sesso e sudore riempiva l’abitacolo, e io non riuscivo a pensare a nient’altro che al piacere che mi dava.
“Lo sai che tuo marito pensa che sei a casa, vero?” ha detto a un certo punto, la voce roca mentre mi scopava con spinte più profonde. “E invece sei qui, a farti scopare da me”. Quelle parole mi hanno colpita come uno schiaffo, ma invece di farmi sentire in colpa, mi hanno eccitata ancora di più. “Sei la mia puttanella del venerdì sera, lo sai?” ha continuato, baciandomi la bocca con una dolcezza che contrastava con la durezza delle sue parole. Io non ho risposto, non potevo, ero troppo persa. Sentivo le lacrime pizzicarmi gli occhi, un mix di senso di colpa e piacere che mi squarciava dentro. Poi il ritmo è aumentato, le sue spinte si sono fatte più rapide, più disperate. Mi ha lasciata andare i polsi per afferrarmi i fianchi, tenendomi ferma mentre mi penetrava con forza. “Vieni per me, Giulia”, ha detto, e io l’ho fatto. Un orgasmo violento, che mi ha fatto inarcare la schiena e urlare il suo nome, le lacrime che mi rigavano il viso. Lui ha continuato per qualche istante, poi con un ultimo affondo profondo si è lasciato andare, il suo gemito rauco che mi riempiva le orecchie mentre veniva dentro di me.
Quando è finito, è rimasto sopra di me per un momento, il respiro pesante. Poi si è tirato indietro, accarezzandomi il viso con una tenerezza che non mi aspettavo. Mi ha baciato sulla fronte, un gesto che sembrava quasi d’amore, e io sono rimasta lì, nuda, tremante, con il suo calore ancora dentro di me. Non ho detto niente, e nemmeno lui. Non c’era bisogno di parole.
