Racconti Piccanti
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Tre notti per pareggiare i conti

Tre notti per pareggiare i conti

23 Marzo 2026·9 min di lettura

Sono Claudia, ho 41 anni, e insegno lettere in un liceo di periferia. La mia vita, fino a qualche mese fa, era una sequenza di giornate tutte uguali: lezioni, correzioni dei compiti, cene silenziose con mio marito Marco, che torna a casa puzzando di profumo da due soldi e di bugie. Lo so da anni che mi tradisce, che spende i nostri soldi con escort e ragazze che potrebbero essere sue figlie. All’inizio ci soffrivo, piangevo di nascosto in bagno. Poi ho smesso di sentire qualsiasi cosa, se non un vuoto che mi mangia dentro. Mi guardo allo specchio e vedo una donna che ha buttato via la giovinezza, che non si è mai concessa niente, che ha sempre detto “sì” agli altri e “no” a se stessa. Ma ora basta. Ho deciso di riprendermi tutto quello che ho perso, anche se significa distruggermi nel farlo. È una vendetta, sì, ma non solo contro Marco. È contro me stessa, contro il tempo che mi è scivolato tra le dita. Voglio orgasmi, voglio sentire il cuore che mi esplode nel petto, voglio tutto quello che non ho mai avuto. E lo voglio adesso.

Un mese fa ho scaricato un’app di incontri. Non so nemmeno come mi sia venuta l’idea, forse dopo l’ennesima litigata con Marco, quando mi ha guardata con quel sorrisetto di scherno dicendomi: “Tanto, chi ti vuole?”. Ho aperto un profilo con foto che non avrei mai pensato di scattare: io in reggiseno di pizzo nero, il seno che spinge contro il tessuto, i capelli sciolti, un’espressione che dice “provami”. Nella bio ho scritto una sola frase: “Cerco chi non ha paura di rompermi”. Ho impostato il filtro per vedere solo ragazzi sotto i 25 anni. Non voglio uomini della mia età, con le loro crisi e le loro insicurezze. Voglio energia, voglio fame, voglio qualcuno che non pensi troppo e che mi prenda senza fare domande.

La prima notte che ho deciso di incontrare qualcuno, ho scelto un ragazzo che sembrava un armadio con i tatuaggi: Lorenzo, 23 anni, palestrato, occhi duri e un profilo pieno di foto in palestra. Ci siamo scritti per un paio d’ore, frasi brevi, dirette. “Ci stai a vederti stasera?” mi ha chiesto. “Sì, ma niente posti carini. Voglio qualcosa di vero,” ho risposto. Mi ha dato appuntamento in una zona industriale abbandonata, dietro un capannone pieno di graffiti. Ero nervosa mentre guidavo, le mani sudate sul volante della nostra auto di famiglia, quella con cui porto i ragazzi a scuola durante le gite. Mi sono fermata in un angolo buio, con il motore spento. Lorenzo è arrivato a piedi, jeans larghi, felpa con il cappuccio. Mi ha guardata dall’alto in basso e ha detto: “Non pensavo fossi così figa dal vivo.” Ho sorriso, ma dentro tremavo. Non era paura, era eccitazione mista a un senso di sporco che mi piaceva. Abbiamo parlato poco, solo qualche frase su cosa ci piaceva fare. Poi mi ha spinta contro il muro del capannone, il cemento ruvido sulla schiena. “Ti va se iniziamo subito?” ha chiesto, con la voce bassa. “Sì, non perdere tempo,” gli ho risposto, cercando di sembrare più sicura di quanto fossi.

Mi ha baciata con forza, le sue mani subito sotto la mia gonna, stringendomi il culo. Io gli ho messo le mani sul petto, duro come pietra, e ho sentito il cuore battermi forte. Non pensavo a Marco, non pensavo a niente, solo a quella sensazione di essere desiderata, di essere presa. Mi ha sollevata di peso, portandomi dietro un cassonetto, dove c’era meno luce. Mi ha fatta inginocchiare e ho capito cosa voleva. Non ho esitato, gli ho slacciato i jeans e ho iniziato a toccarlo, poi a succhiarlo, mentre lui mi teneva i capelli e mi diceva: “Cazzo, sì, sei proprio una troia affamata.” Quelle parole mi hanno colpita, ma non in senso negativo. Mi hanno fatto sentire viva, come se stessi rompendo qualcosa dentro di me. Dopo un po’ mi ha tirata su, mi ha girata di spalle e mi ha abbassato le mutandine. Mi ha scopata lì, contro il muro, con spinte decise, senza troppe cerimonie. Non è stato romantico, non c’era niente di dolce, ma io non volevo dolcezza. Venivo con una facilità che mi spaventava, come se il mio corpo stesse aspettando da anni quel momento. Quando abbiamo finito, mi ha dato una pacca sul culo e mi ha detto: “Se vuoi, ci rivediamo.” Io ho annuito, ma sapevo che non lo avrei cercato di nuovo. Non era abbastanza. Ne volevo di più.

La seconda notte è stata con un rider, Davide, 21 anni, magro, con i capelli spettinati e l’aria di uno che si fa di roba pesante. Mi ha scritto messaggi confusi, pieni di errori, ma c’era qualcosa di autentico in lui, una rabbia che mi attirava. Mi ha portato in un vicolo vicino a un fast food chiuso, con l’odore di olio fritto ancora nell’aria. Abbiamo parlato un po’ di più rispetto a Lorenzo. “Perché una come te sta con uno come me?” mi ha chiesto, tirando una boccata da una sigaretta. “Perché voglio sentirmi viva,” gli ho detto, guardandolo negli occhi. Ha riso, una risata secca. “Allora sei nel posto giusto, prof. Ti faccio vedere io come si vive.” Mi ha chiamata “prof” perché gli avevo detto che insegno, e quel nomignolo mi ha fatto strano, ma mi è piaciuto. Abbiamo iniziato a baciarci, le sue mani tremavano un po’, forse per la roba che aveva preso. Mi ha toccata ovunque, con una foga disperata, come se avesse paura che sparissi. Mi ha leccata a lungo, inginocchiato tra le mie gambe, mentre io mi appoggiavo a un bidone della spazzatura. “Ti piace, eh, prof? Dimmi quanto ti piace,” continuava a ripetere. “Sì, cazzo, non fermarti,” gli rispondevo, con la voce spezzata. Poi mi ha scopata in piedi, tenendomi una gamba sollevata, il suo corpo magro che si muoveva con una forza che non mi aspettavo. Ogni spinta era un’esplosione, e io mi aggrappavo a lui, sentendo l’odore di fumo e sudore sulla sua pelle. Anche quella volta sono venuta, più forte della prima, ma non era ancora abbastanza. C’era qualcosa che mancava, un limite che dovevo superare.

La terza notte, quella che sto per raccontare, è stata diversa. Ho scelto Mattia, 24 anni, uno studente con un look dark, piercing al sopracciglio e al labbro, capelli tinti di nero. Il suo profilo era pieno di foto in posti decadenti, con frasi tipo “il mondo è una merda, ma io sono peggio”. Mi ha scritto subito dopo il match: “Ho letto la tua bio. Io non ho paura di romperti, se ci stai.” Ho sentito un brivido leggendo quelle parole. Gli ho chiesto dove potevamo vederci, e mi ha dato appuntamento in un parcheggio abbandonato alla periferia della città, un posto che una volta era un centro commerciale e ora è solo un mucchio di cemento e vetri rotti. Mi ha detto che era appena uscito da una comunità per minori, che aveva un passato pesante. Non so perché, ma questo mi ha eccitata ancora di più. Forse perché sentivo che con lui avrei toccato il fondo, e io volevo toccarlo, quel fondo.

Sono arrivata al parcheggio verso mezzanotte. La mia auto, quella di famiglia con i seggiolini dei miei studenti ancora nel bagagliaio, sembrava fuori posto in quel luogo dimenticato da Dio. Mattia era già lì, appoggiato a un palo della luce spento, con una sigaretta in mano. Era più basso di quanto mi aspettassi, ma aveva un’aura pericolosa, uno sguardo che ti trapassava. “Sei venuta davvero,” ha detto, con un sorrisetto. “Pensavi che non avessi il coraggio?” gli ho risposto, cercando di sembrare spavalda. Ha buttato la sigaretta per terra e si è avvicinato. “Non sembri una che ha paura. Ma vediamo quanto reggi.” Abbiamo parlato per un po’, seduti sul cofano della mia macchina. Mi ha raccontato della comunità, di come ci fosse finito per spaccio e risse, di come si sentisse rotto dentro. Io gli ho detto di Marco, del tradimento, del mio bisogno di vendetta. Non so perché gliel’ho raccontato, forse perché avevo bisogno di sfogarmi. “Quindi vuoi farti scopare per farlo incazzare? Sei un bel casino, lo sai?” ha detto, ridendo. “Sì, ma è il mio casino. E tu, ci stai o no?” gli ho chiesto, guardandolo dritto negli occhi. Ha annuito. “Oh, ci sto eccome.”

Abbiamo iniziato piano, lui che mi baciava il collo, io che gli passavo le mani sotto la maglietta, sentendo i piercing freddi contro la sua pelle. Mi ha tirato su la gonna, toccandomi con calma, come se volesse farmi impazzire. “Ti piace essere trattata così, vero? Dimmi quanto lo vuoi,” ha sussurrato, con la voce roca. “Lo voglio da morire, non fermarti,” gli ho risposto, ansimando. Mi ha fatto sdraiare sul cofano, la lamiera fredda contro la schiena, e ha iniziato a leccarmi, lentamente, con una precisione che mi faceva tremare. Le sue mani mi tenevano ferme le cosce, e io mi contorcevo, stringendo i pugni. “Cazzo, Mattia, sei bravo,” gli ho detto, senza fiato. Ha alzato lo sguardo, con un sorriso storto. “Non hai ancora visto niente.”

Dopo un po’ mi ha tirata su e mi ha girata di spalle, facendomi appoggiare con le mani sul cofano. Mi ha abbassato le mutandine con un gesto secco, e ho sentito il suo respiro caldo contro il mio orecchio. “Dimmi se vuoi che mi fermo,” ha detto, ma io ho scosso la testa. “Non fermarti, ti prego.” Mi è entrato dentro con una spinta lenta ma decisa, e io ho sentito tutto il mio corpo rispondere, come se stessi esplodendo. Si muoveva con un ritmo che alternava lentezza e forza, e ogni volta che spingeva più forte io gemevo, incapace di controllarmi. “Cazzo, sei stretta, mi fai impazzire,” mi ha detto, stringendomi i fianchi. “Più forte, dai, non mi rompo,” gli ho risposto, con la voce spezzata. A un certo punto ha messo una mano intorno al mio collo, stringendo appena, non abbastanza da farmi male, ma abbastanza da farmi sentire sotto il suo controllo. Ho sentito un’ondata di adrenalina, e mentre lui spingeva, io gli graffiavo la schiena con le unghie, sentendo la sua pelle cedere sotto le mie dita. Nella mia testa ripetevo il nome di Marco, ancora e ancora, come un mantra, come se stessi scopando via ogni sua bugia, ogni suo tradimento. “Marco, Marco, Marco,” pensavo, mentre il piacere mi travolgeva.

Poi è successo qualcosa che non mi aspettavo. Il piacere è diventato un’onda, una pressione insostenibile dentro di me, e all’improvviso ho sentito il mio corpo cedere, un’esplosione liquida che mi ha fatto urlare. Non avevo mai provato niente del genere in vita mia, uno squirt che mi ha lasciata tremante, con le gambe che non mi reggevano. Mattia ha rallentato, tenendomi per non farmi cadere, e ha riso piano. “Cazzo, sei un disastro. Guarda cosa hai fatto alla macchina.” Ho guardato il cofano, bagnato, e invece di vergognarmi ho sentito un misto di liberazione e vergogna che mi ha travolta. Mi sono accasciata contro la lamiera, con le lacrime che mi rigavano il viso. Non so perché piangessi, forse per tutto quello che avevo represso, per la rabbia, per il piacere, per la sensazione di essere finalmente libera, anche solo per un momento. Mattia mi ha guardata, senza dire nulla, poi mi ha aiutata a rialzarmi. “Stai bene?” ha chiesto, con un tono più dolce di quanto mi aspettassi. Ho annuito, asciugandomi gli occhi. “Sì. Sto bene.” E in quel momento, lo ero davvero.

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