Racconti Piccanti
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Una serata da troie coi pallanuotisti

Una serata da troie coi pallanuotisti

05 Marzo 2026·5 min di lettura

Non so nemmeno perché cazzo ho accettato di venire a ‘sto party. Ho 33 anni, dovrei starmene a casa con una tisana del cazzo, non in un loft di lusso con musica techno a palla e un’amica come Sara che mi trascina in posti del genere. Sara, la stronza, ha 29 anni e una voglia di cazzo che non si spegne mai. Mi ha detto: “Dai, Giulia, sarà una cosa diversa, vedrai che ti diverti”. Io, scema, le ho creduto. Ero stanca della solita routine, del lavoro in ufficio, delle serate a fissare il soffitto. Avevo bisogno di qualcosa che mi scuotesse, anche se non sapevo cosa.

Arriviamo a ‘sto posto, un appartamento enorme in centro, tutto vetri e luci soffuse. Appena entriamo, ci vengono incontro sei ragazzi, tutti sulla ventina, fisici da paura, abbronzati, con quelle spalle larghe che urlano “facciamo sport”. Sara mi sussurra che giocano a pallanuoto insieme, sono una squadra, amici da una vita. Mi guardano e sorridono, ma non è un sorriso normale, è di quelli che ti fanno sentire nuda. Io mi sento subito fuori posto con il mio vestitino nero attillato, che tra l’altro ho messo solo perché Sara mi ha rotto le palle. Loro sono in jeans e maglietta, rilassati, ma c’è qualcosa nell’aria, una tensione che mi fa venire la pelle d’oca.

Ci offrono da bere, vodka liscia, e io butto giù un sorso per calmarmi. Sara ride, scherza con loro, li tocca sul braccio come se niente fosse. Io sto zitta, osservo. Uno di loro, un tipo coi capelli scuri e un ghigno da bastardo, mi si avvicina e mi dice: “Ehi, non parli? Ti mangiamo, sai?”. Io arrossisco, balbetto qualcosa, ma lui ride e mi mette una mano sulla schiena, leggera, troppo leggera. Sento un calore che mi sale dallo stomaco, ma allo stesso tempo penso: “Che cazzo sto facendo? Questi sono dei ragazzini”. Però non mi sposto. Non so perché, ma non mi sposto.

La serata va avanti, i drink scorrono, la musica mi martella nella testa. Sara è già mezza avvinghiata a uno di loro, si struscia senza vergogna. Io sono sul divano, con due dei ragazzi che mi parlano di cazzate, ma ogni tanto mi sfiorano, una mano sul ginocchio, un braccio dietro la schiena. Mi sento strana, un misto di disagio e voglia. Non ho mai fatto niente del genere, non sono una di quelle che si buttano. Però c’è qualcosa in loro, in come mi guardano, che mi fa sentire… desiderata. E, cazzo, è una sensazione che non provavo da troppo.

A un certo punto, uno di loro, biondo, con un tatuaggio sul collo, si avvicina e mi dice: “Sai, ci piace divertirci in gruppo. Se vuoi, puoi stare con noi. Nessun giudizio”. Io lo guardo, il cuore mi batte a mille. Penso a dire di no, a prendere la borsa e andarmene. Ma Sara, dall’altra parte della stanza, mi guarda e ride, come a dire: “Fatti sotto, scema”. E io, non so come, annuisco. Non ci credo nemmeno io, ma lo faccio. È come se una parte di me volesse vedere fin dove posso spingermi.

Ci spostiamo in una stanza più appartata, con un letto king size e divani tutto intorno. Sara è già mezza nuda, un ragazzo le sta baciando il collo mentre un altro le accarezza le cosce. Io sto ferma, con il respiro corto. Il biondo si avvicina, mi prende per i fianchi, mi tira verso di lui. “Rilassati”, mi dice, e mi bacia piano, ma con decisione. Sento la sua lingua spingere contro la mia, le sue mani che scendono sul culo. Gli altri ci guardano, qualcuno ride, qualcuno fa commenti. Io mi sento esposta, ma quel bacio mi manda in tilt. Le sue mani mi stringono più forte, mi sollevano il vestito, e io non lo fermo. Un altro ragazzo si avvicina, mi tocca i capelli, mi sussurra: “Sei una gran bella troia, lo sai?”. E io, invece di offendermi, sento un brivido.

I preliminari vanno avanti per un bel po’. Mi spogliano piano, mi fanno sdraiare sul letto. Uno mi bacia il collo, un altro mi succhia i capezzoli, un terzo mi apre le gambe e inizia a leccarmi. Io gemo, non riesco a trattenermi, è troppo. Le loro mani sono ovunque, ruvide, decise. Mi girano, mi mettono a quattro zampe, e sento dita che entrano dentro di me, prima una, poi due, mentre un altro mi schiaffeggia il culo. “Ti piace, eh?”, mi dicono, e io annuisco, con la voce strozzata. Sara, accanto a me, sta già cavalcando uno di loro, geme forte, e questo mi eccita ancora di più.

Poi inizia il vero casino. Il biondo si mette davanti a me, tira fuori il cazzo, duro, e me lo sbatte in faccia. “Succhialo”, mi ordina. Io lo prendo in bocca, lo lavoro con la lingua, sento il sapore salato, il suo odore forte. Un altro si mette dietro di me, mi penetra piano ma con forza, facendomi sobbalzare. Lo sento spingere, un ritmo costante, mentre un terzo mi tiene i capelli e mi guarda dall’alto. “Cazzo, sei strettissima”, dice quello dietro, e io mugolo, con la bocca piena. Si alternano, uno dopo l’altro, davanti e dietro, mi usano come vogliono. I suoni sono osceni, gemiti, schiaffi, il letto che cigola. L’odore di sudore e sesso mi riempie le narici. Sara, vicino a me, urla di piacere, la sento venire mentre due ragazzi la scopano insieme, uno nella figa e uno nel culo.

Alla fine, ci mettono in ginocchio, al centro della stanza. Siamo nude, sudate, con i capelli appiccicati alla faccia. Loro si mettono intorno a noi, sei cazzi puntati contro di noi. “Apri la bocca, troia”, mi dice uno, e io obbedisco. Iniziano a venire, uno dopo l’altro, schizzi caldi mi colpiscono in faccia, sul mento, nei capelli. Anche Sara è ricoperta, ride mentre le cola tutto addosso. Loro ci insultano, “Guardate che puttane, tutte imbrattate”, “Vi piace farvi sborrare in faccia, eh?”. E io, invece di sentirmi umiliata, mi sento… viva. È una cosa assurda, ma è così.

Quando finisce, ci lasciano lì, ridendo tra loro mentre si rivestono. Io e Sara ci guardiamo, mezze distrutte, mezze incredule. Ci puliamo alla meglio con delle salviette che ci passano, ci rivestiamo in silenzio. Non so cosa dire. Mi sento usata, ma in un certo senso anche soddisfatta, come se avessi sfogato qualcosa che tenevo dentro da troppo. Usciamo dal loft senza guardarci indietro. Fuori, l’aria fredda mi schiaffeggia la faccia. Sara mi sorride, un sorriso storto, e dice: “Beh, non è stato poi così male no?”

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