Racconti Piccanti
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Il secondino e il nuovo arrivato

Il secondino e il nuovo arrivato

20 Marzo 2026·8 min di lettura

Sono Matteo, ho 26 anni e sono finito in questo buco infernale per un errore. Non ho fatto niente, lo giuro, ma la legge non sembra interessata a sentire la mia versione. Sono qui da tre mesi, in una cella che puzza di muffa e sudore, con altri due che russano come trattori ogni notte. Io, invece, non dormo. Non ci riesco. Mi sento un topo in trappola, fragile, sempre con la paura che qualcuno mi salti addosso. Sono magro, con le braccia sottili, il petto incavato. Mi guardo allo specchio sporco del bagno e vedo solo un ragazzino spaventato, non un uomo. Mi vergogno di essere così debole, di non saper reagire. Qui dentro, se non sei forte, sei finito.

La prigione è un posto dove ogni rumore ti fa sobbalzare. Il clangore delle porte di ferro, le urla, i passi pesanti degli agenti che controllano i corridoi. E poi c’è lui, l’agente Caruso. Un colosso di trentotto anni, con spalle larghe come un armadio, bicipiti che sembrano gonfiarsi anche quando sta fermo. Ha la faccia dura, squadrata, con una cicatrice che gli attraversa il sopracciglio destro. Quando parla, la sua voce è un ringhio basso, e i suoi occhi ti trapassano. È uno che gode a farti sentire una nullità, a ricordarti che qui dentro comanda lui. Lo vedo ogni giorno, durante i controlli, e ogni volta mi viene un nodo allo stomaco. Non so perché, ma sento che mi tiene d’occhio. E la cosa mi spaventa a morte.

È notte fonda, saranno le due o le tre, non lo so. La cella è buia, i miei compagni di cella dormono profondamente. Io sono sveglio, come al solito, sdraiato sulla branda con lo sguardo fisso al soffitto scrostato. Sento un rumore di chiavi, un tintinnio leggero ma inconfondibile. La porta si apre con uno scricchiolio e la luce del corridoio illumina per un istante la cella. È Caruso. Il cuore mi balza in gola. Non è normale che venga a quest’ora. I controlli notturni sono rari, e di solito li fanno in coppia. Lui è da solo.

“Rossi,” dice con quella voce profonda, usando il mio cognome come fanno tutti qui. “Alzati. Controllo.”

Mi metto a sedere sulla branda, le gambe che tremano. “Agente, ma… a quest’ora? Non può aspettare domani?”

Lui mi guarda, un mezzo sorriso che non promette niente di buono. “Non decidi tu, ragazzo. In piedi. Adesso.”

Scendo dalla branda, con indosso solo una maglietta logora e i pantaloni della tuta. Mi sento nudo anche così, sotto il suo sguardo. I miei compagni di cella non si muovono, non sentono nulla. Caruso chiude la porta dietro di sé, lasciando fuori la luce del corridoio. Ora siamo solo noi due, al buio, con la fioca lampadina sopra la porta che illumina appena i suoi lineamenti duri.

“Spogliati per la perquisizione,” ordina, incrociando le braccia sul petto. Il tono non ammette repliche.

Un brivido mi corre lungo la schiena. “No… per favore… non qui… qualcuno potrebbe vedere…” La mia voce si incrina, sento gli occhi pizzicare. Non voglio piangere davanti a lui, ma non riesco a controllarmi. Sono terrorizzato. Non è una perquisizione normale, lo so. Lo vedo dal modo in cui mi guarda, come un predatore che ha trovato la sua preda.

Caruso fa un passo avanti, torreggiando su di me. “O ti spogli, o chiamo i rinforzi e lo facciamo in cortile, davanti a tutti. Scegli tu, Rossi.”

Non ho scelta. Con le mani che tremano, mi tolgo la maglietta, lasciandola cadere a terra. Poi i pantaloni, fino a restare in mutande. Mi copro con le braccia, il viso in fiamme per la vergogna. Sono esile, con la pelle pallida, le costole che si vedono. Mi sento così piccolo di fronte a lui, così vulnerabile.

“Tutto,” dice, indicando con un cenno le mutande. “Non farmelo ripetere.”

Stringo i denti, un nodo in gola. Le lacrime mi scivolano sulle guance mentre mi tolgo anche l’ultimo pezzo di tessuto. Sono nudo, completamente esposto. Non oso guardarlo negli occhi. Tengo lo sguardo fisso a terra, le braccia lungo i fianchi, i pugni serrati.

“Bene,” dice lui, con un tono che sembra quasi soddisfatto. “Gira le spalle. Mani contro il muro.”

Obbedisco, posando i palmi contro il muro freddo della cella. Sento i suoi passi avvicinarsi, il suo respiro pesante dietro di me. Poi le sue mani, grandi e ruvide, iniziano a toccarmi. Non è una perquisizione normale, lo capisco subito. Le sue dita si muovono lente, scivolano sulle mie spalle, lungo la schiena, fermandosi più del necessario. Mi irrigidisco, il cuore che batte all’impazzata. Vorrei urlare, ma non posso. Se faccio rumore, sveglio gli altri, e allora sarà peggio.

“Stai fermo,” mi ordina, mentre una mano scende sui fianchi, poi più in basso. Mi mordo il labbro per non emettere un suono. Le sue dita sono invadenti, insistenti. Mi vergogno da morire, ma allo stesso tempo c’è una sensazione che non riesco a ignorare, una tensione che si accumula nel mio corpo. Non voglio sentirla, ma c’è. E lui lo sa.

“Che hai, Rossi? Sei nervoso?” La sua voce è bassa, quasi un sussurro, ma carica di scherno. Sento il suo fiato caldo sul collo. “Rilassati. È solo un controllo.”

“La prego, agente… basta…” La mia voce è un filo, spezzata dal pianto. Ma non si ferma. Le sue mani continuano, lente, deliberate. Mi tocca in modi che non dovrebbero essere permessi, e io non so più cosa provare. Vergogna, paura, ma anche qualcosa che non voglio ammettere. Il mio corpo reagisce, nonostante tutto, e questo mi fa sentire ancora più patetico.

“Guarda un po’,” dice con una risata bassa, mentre una mano si sposta davanti, stringendomi. “Sembri gradire. Che c’è, non lo sapevi di essere così… reattivo?”

“Non è vero,” mormoro, ma so che non ha senso negare. Sono un fascio di nervi, sto tremando, ma non riesco a fermare quello che sta succedendo. Mi tiene in pugno, letteralmente. E continua, con un ritmo lento, quasi crudele, portandomi al limite e poi fermandosi, più volte. È un’agonia. Non so quanto tempo passa, ma sembra un’eternità. Sono al punto di rottura, non ce la faccio più a resistere.

“Fammelo… non ce la faccio più…” Le parole mi escono di bocca prima che possa pensarci, un sussurro disperato. Non so nemmeno perché l’ho detto. Forse è solo per farlo smettere di torturarmi così. O forse no. Non lo so più.

Caruso ridacchia, un suono basso e gutturale. “Ecco, bravo. Lo sapevo che avresti ceduto.” Mi prende per i polsi, tirandomeli dietro la schiena. Sento il freddo del metallo mentre mi lega le mani con qualcosa, forse una fascetta. Sono impotente, alla sua mercé. Mi spinge verso le sbarre della cella, la mia faccia premuta contro il metallo gelido. Il suo corpo massiccio è dietro di me, mi schiaccia contro le barre. Sento il tessuto ruvido della sua divisa sfregare contro la mia pelle nuda.

“Stai zitto, eh. Non voglio sentire un fiato,” mi avverte, mentre si slaccia la cintura. Il rumore della zip che scende mi fa rabbrividire. Non posso muovermi, non posso fare nulla. Sono intrappolato, con le mani legate, il viso schiacciato contro le sbarre. Sento il suo respiro accelerare, il calore del suo corpo contro il mio. Poi mi penetra, lentamente ma con decisione, e un gemito mi sfugge nonostante tutto. Fa male, ma non è solo dolore. C’è qualcos’altro, una sensazione che mi confonde.

“Ecco, così. Bravo prigioniero,” dice, la voce rauca, mentre si muove dentro di me. Le sue mani mi tengono fermo, una sul fianco, l’altra che mi stringe il collo, non forte, ma abbastanza da farmi capire chi comanda. Il ritmo è lento all’inizio, poi più veloce, più duro. Ogni spinta mi fa sbattere contro le sbarre, il metallo che mi graffia la pelle. L’odore del suo sudore mi riempie le narici, mescolato a quello della cella, un misto di umidità e sporco. Il suono dei nostri corpi che si scontrano è l’unica cosa che si sente, oltre al suo respiro pesante e ai miei gemiti soffocati.

“Ti piace, eh? Dillo,” mi ordina, senza rallentare.

“Sì…” mormoro, la voce spezzata, senza nemmeno sapere se lo penso davvero. Sono in balia di tutto, del suo controllo, delle sensazioni che mi travolgono. Non ho più la forza di resistere, né fisicamente né mentalmente.

“Più forte, Rossi. Voglio sentirlo.”

“Sì, cazzo, mi piace,” dico, quasi urlando, ma a bassa voce per non svegliare gli altri. Lui grugnisce, soddisfatto, accelerando ancora. Sento il suo corpo irrigidirsi dietro di me, il suo respiro diventare più corto. Sta per venire, e anch’io sono al limite, nonostante tutto. Quando succede, è come un’esplosione, un misto di liberazione e vergogna. Rimaniamo così per un momento, ansanti, il suo peso ancora contro di me, le sbarre che mi segnano la pelle.

Poi si tira indietro, sistemandosi la divisa. Mi slega le mani, lasciandomi cadere in ginocchio, esausto. Mi guardo i polsi, rossi per le fascette, mentre cerco di riprendere fiato. Non so cosa dire, cosa pensare. Mi sento svuotato, ma non in senso negativo. È strano, ma non provo rimorso. Solo una stanchezza profonda.

“Alzati, Rossi,” dice, la voce di nuovo fredda, come se niente fosse successo. “E non dire una parola a nessuno. Intesi?”

“Sì, agente,” rispondo, a fatica. Mi rimetto in piedi, barcollando, e raccolgo i vestiti dal pavimento. Lui mi guarda per un attimo, poi aggiunge: “Se vuoi protezione qui dentro, sai cosa fare. Le visite notturne possono diventare… un’abitudine.”

Lo guardo negli occhi, per la prima volta quella notte. Non so se è una minaccia o un’offerta. Ma so che, in questo posto, avere qualcuno che ti copre le spalle può fare la differenza tra sopravvivere e non farcela. “Va bene,” dico semplicemente, con un cenno del capo. Non c’è altro da aggiungere. Lui esce dalla cella, chiudendo la porta con un clangore che mi fa sobbalzare. Mi sdraio sulla branda, il corpo ancora tremante, ma con una strana calma dentro. Non so cosa succederà domani, ma per ora sono ancora vivo.

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