Racconti Piccanti
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Mattina nuda sul balcone del cazzo

Mattina nuda sul balcone del cazzo

07 Marzo 2026·4 min di lettura

Sono Elena, ho 27 anni, e vivo in un appartamento al quarto piano di un palazzo del centro. La mia vita è una routine del cazzo: sveglia alle 6, lavoro in ufficio fino alle 5, casa, cena, letto. Ma c’è una cosa che mi tiene viva, un vizio che mi sono inventata da un po’. Ogni mattina, alle 6:30 precise, esco sul balcone, mi spoglio completamente e mi godo il fresco dell’alba sulla pelle. Il balcone dà su una stradina stretta, sempre trafficata anche a quell’ora, con macchine e qualche passante che non guarda mai in alto. Però non è per loro che lo faccio.

Di fronte al mio palazzo, a una ventina di metri, c’è un altro edificio, vecchio e scrostato. Al terzo piano, ogni mattina, c’è un tipo, sulla cinquantina, capelli grigi, faccia da duro. Sta sempre alla finestra, con una sigaretta in mano, a fissarmi. Non so chi sia, non gli ho mai parlato, ma so che mi guarda. E a me piace. Mi piace da morire.

All’inizio era solo un gioco. Una mattina mi sono svegliata con un caldo assurdo, ho aperto la finestra e sono uscita in mutande e maglietta. Ho visto lui là, con la sigaretta accesa, che mi squadrava. Non so perché, ma mi ha fatto eccitare. Il giorno dopo mi sono tolta tutto, solo per vedere la sua reazione. Non si è mosso, non ha detto niente, ma i suoi occhi erano incollati su di me. E da lì è diventata una droga. Ogni mattina, stesso orario, stesso rituale. Mi spoglio, appoggio i vestiti sulla sedia di plastica, e mi metto lì, nuda, contro la ringhiera. Sento il ferro freddo sulla pancia e il cuore che batte forte. Non so se è la paura di essere vista da qualcun altro o il pensiero di lui che mi fissa, ma mi si accende tutto dentro.

Stamattina è uguale. Sono le 6:30, il cielo è ancora mezzo scuro, ma si sta schiarendo. Esco sul balcone, mi tolgo la vestaglia e resto nuda. L’aria fredda mi pizzica la pelle, i capezzoli si induriscono subito. Guardo di fronte, e lui c’è. Sempre lì, con la sigaretta che gli pende dalle labbra. Non ci guardiamo negli occhi, mai. Io faccio finta di osservare il cielo, ma so che mi sta scrutando. Prendo il mio vibratore, un coso rosa a forma di coniglietto, e lo appoggio sulla ringhiera. Lo accendo, il ronzio è basso ma lo sento bene. Mi giro di spalle a lui, ma apro un po’ le gambe, abbastanza perché capisca cosa sto facendo. Dentro di me c’è un casino: una parte vuole che mi veda bene, un’altra ha paura che qualcuno dalla strada alzi lo sguardo. Ma non mi fermo. Non ci riesco.

Comincio a passarmi il vibratore sulle cosce, piano, per scaldarmi. La vibrazione mi fa formicolare la pelle, scendo verso l’interno, sfioro appena la fica. È già bagnata, lo sento. Mi volto di lato, per dargli un angolo migliore, e mi appoggio con una mano alla ringhiera. Il ferro è gelido, mi dà i brividi, ma mi piace. Aumento la velocità del vibratore, lo premo più forte, e inizio a muoverlo in cerchio. Il ronzio si fa più forte, e io stringo i denti per non gemere troppo presto. Ogni tanto getto un’occhiata veloce verso di lui. È ancora lì, immobile, la sigaretta quasi finita. Non so se si sta toccando, ma lo spero. Lo voglio.

Dopo un po’ non resisto più. Mi giro di nuovo verso la ringhiera, mi piego in avanti, appoggio il petto contro il ferro freddo. Le tette si schiacciano sulle sbarre, il freddo mi morde la pelle, ma è una sensazione che mi fa impazzire. Tengo il vibratore con la mano destra, lo spingo dentro di me, piano all’inizio, poi sempre più profondo. Le orecchie del coniglietto mi stimolano fuori, e sento tutto che trema. Con la sinistra mi aggrappo alla ringhiera, le nocche bianche. Spingo i fianchi in avanti, apro di più le gambe, voglio che veda tutto. Il vibratore va al massimo ora, il rumore è un bordone costante, e io comincio a perdere il controllo. “Cazzo, sì,” sussurro tra i denti, a voce bassa, ma so che non mi sente. Sento l’odore della mia eccitazione, il fresco dell’aria che mi accarezza il culo, e il ferro gelido che mi segna la pelle.

Muovo il vibratore più veloce, lo tiro fuori e lo rimetto dentro, alternando con le dita. Sono fradicia, ogni movimento fa un rumore bagnato che mi imbarazza e mi eccita allo stesso tempo. Stringo le cosce, il calore mi sale dalla pancia, non ce la faccio più. “Oh, cazzo, ci sono,” mormoro, e poi viene. Un orgasmo forte, di quelli che ti fanno tremare le gambe. Lo soffoco, ma un gemito mi scappa, un urlo basso, gutturale, che rimbomba nel silenzio dell’alba. Mi appoggio con tutto il peso alla ringhiera, il petto schiacciato, le tette che quasi fanno male contro il ferro. Continuo a muovere il vibratore, piano ora, per prolungare la sensazione, finché non devo fermarmi perché è troppo.

Resto lì un attimo, a riprendere fiato. Il cuore mi martella nel petto, il sudore mi cola lungo la schiena anche se fa freddo. Non guardo verso di lui, non voglio sapere. Ma spero che si sia goduto lo spettacolo. Spero che si sia fatto una sega guardandomi, che gli sia piaciuto quanto è piaciuto a me. Spengo il vibratore, lo appoggio sulla sedia, e mi rivesto lentamente. La vestaglia è calda sulla pelle ancora sensibile. Rientro in casa, chiudo la finestra, e mi preparo per la giornata. Non c’è niente di strano, niente di cui vergognarsi. È il mio momento, il mio sfogo. E domani alle 6:30 sarò di nuovo lì, nuda sul balcone, con lui che mi guarda dall’altra parte della strada. E andrà bene così.

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