Racconti Piccanti
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La pompinara della squadra

La pompinara della squadra

19 Marzo 2026·7 min di lettura

Eccomi qua, sudato e con l’adrenalina ancora in circolo dopo l’allenamento di nuoto. Mi chiamo Alberto, ho 23 anni, e non sono proprio il tipo che cerca guai, ma a quanto pare i guai trovano sempre me. Sono nello spogliatoio, circondato da una dozzina di ragazzi che si asciugano, si cambiano e sparano cavolate come al solito. L’odore di cloro e sudore mi pizzica il naso, mentre mi passo una mano tra i capelli bagnati. Sono un tipo normale, fisico asciutto da nuotatore, un metro e settantacinque, capelli castani e un sorriso che di solito mi fa sembrare innocuo. Ma oggi non ho proprio voglia di sorridere.

Tutto è iniziato qualche giorno fa, a una festa. Ero un po’ brillo, e sì, ho fatto una cazzata. Ho baciato la ragazza di Christian, il mio cosiddetto “amico” del corso di nuoto. Non è che ci stessi provando sul serio, è successo e basta. Lei rideva, io ridevo, e un secondo dopo le nostre bocche erano incollate. Sapevo che era un errore, ma in quel momento non ci ho pensato. Christian è sempre stato uno con cui ho avuto un rapporto strano: siamo amici, sì, ma c’è sempre stata una competizione del cazzo tra noi. Lui è più alto, più muscoloso, con quei capelli biondi e quell’aria da “guarda come sono fico”. Ha 23 anni come me, ma sembra che si senta il capo di tutto e tutti. E ora, a quanto pare, ha scoperto tutto.

Sono seduto sulla panchina dello spogliatoio, intento a infilarmi i jeans, quando lo vedo avvicinarsi con una faccia che non promette niente di buono. Ha le braccia incrociate, i muscoli tesi sotto la maglietta aderente, e mi guarda come se volesse spaccarmi la testa. Gli altri ragazzi se ne accorgono e cala un silenzio strano, rotto solo dal rumore di qualche armadietto che si chiude.

“Alberto, dobbiamo parlare,” dice Christian, con un tono che sembra più un ordine che un invito. Mi alzo, un po’ titubante, con lo stomaco che si stringe. Non sono uno che cerca lo scontro, ma so che questa conversazione non finirà bene.

“Che c’è?” rispondo, tentando di sembrare tranquillo, anche se la voce mi trema appena.

“Lo sai benissimo che c’è,” ringhia lui, avvicinandosi ancora. “Ti sei baciato la mia ragazza, pezzo di merda. Dopo tutto quello che ho fatto per te, mi ripaghi così?”

Sento il sangue gelarsi. Gli altri ragazzi si voltano a guardarci, qualcuno bisbiglia, altri sembrano pronti a intervenire. Provo a difendermi: “Senti, Christian, è stato un errore, ero ubriaco, non volevo…”

“Non me ne frega un cazzo di quello che volevi,” mi interrompe, alzando la voce. “Sei un traditore del cazzo, e adesso tutti devono sapere che razza di stronzo sei.” Si guarda intorno, come per coinvolgere gli altri. “Questo qua si fa il mio ragazza alle spalle, e pensa di passarla liscia. Merita una lezione, no?”

Qualcuno annuisce, altri rimangono zitti. Io mi sento sempre più piccolo, il cuore che mi martella nel petto. Non so che fare, sono spaventato dal suo tono e da come mi guarda, come se volesse davvero farmi male. Poi, dal fondo dello spogliatoio, si fa avanti Massimo, il nostro istruttore. È un tipo massiccio, 35 anni, con un’aria autoritaria che ti fa capire subito chi comanda. Ha la barba corta, i capelli rasati e un fisico che sembra scolpito nel marmo. Quando parla, tutti stanno zitti.

“Ragazzi, calmatevi,” dice, con voce ferma. “Alberto, Christian, venite nel mio ufficio. Risolviamo questa cosa in privato.”

Seguo Massimo insieme a Christian, con le gambe che mi tremano. L’ufficio è una stanzetta piccola, con una scrivania ingombra di carte, un paio di sedie e l’odore di sudore che sembra seguirci ovunque. Massimo chiude la porta e ci guarda, serio.

“Christian, racconta tutto per bene,” dice, incrociando le braccia.

Christian non si fa pregare. Ripete la storia, calcando su quanto sono stato sleale, su come lui mi abbia sempre aiutato, e su come meriti una punizione. Io sto zitto, con la testa bassa, sentendomi un verme. Quando Christian finisce, Massimo mi guarda e scuote la testa.

“Alberto, hai fatto una cazzata grossa,” dice. “Christian ha ragione, devi pagare per questo. Togliti il costume e piegati sulla scrivania.”

Lo guardo, incredulo. “Cosa? Ma stai scherzando?”

“Non scherzo mai,” risponde lui, con un tono che non ammette repliche. “Fallo, ora.”

Non so perché obbedisco. Forse per paura, forse perché sono in trappola e non vedo altra via d’uscita. Mi tolgo il costume, sentendo l’aria fresca sulla pelle, e mi piego sulla scrivania, con il cuore che mi esplode nel petto. Sono nudo, esposto, e mi sento umiliato come mai prima d’ora. Massimo guarda Christian e gli fa un cenno.

“Prendi quell’infradito lì,” dice, indicando una ciabatta di gomma vicino alla porta. “Dagli venti colpi. E tu, Alberto, conta ogni colpo ad alta voce. Chiaro?”

Annuisco, con la gola secca. Christian prende la ciabatta, e il primo colpo arriva secco sul mio culo. Fa male, ma non è solo il dolore fisico. È l’umiliazione, il fatto di essere qui, piegato come un idiota, mentre lui mi colpisce e Massimo guarda con un’espressione impassibile.

“Uno,” dico, con la voce che trema.

Il secondo colpo è più forte. “Due,” continuo, stringendo i denti. Non so perché, ma mentre i colpi si susseguono, sento qualcosa di strano. Il calore sulla pelle, il ritmo dei colpi, il modo in cui Christian sembra godersi ogni istante… mi accorgo con orrore che mi sto eccitando. Non voglio, cerco di ignorarlo, ma il mio corpo non mente. Alla decima sculacciata, Massimo se ne accorge e scoppia a ridere.

“Guarda qua, Christian,” dice, indicandomi. “Questo stronzo si sta eccitando. Ma che cazzo hai nella testa, Alberto?”

Mi sento morire. “Vi prego, smettetela,” balbetto, con le lacrime agli occhi. Mi metto in ginocchio, senza pensarci, disperato. “Non ditelo a nessuno, vi supplico. Farò quello che volete, ma lasciatemi in pace.”

Massimo e Christian si scambiano un’occhiata, e vedo un lampo nei loro occhi, qualcosa di complice e pericoloso. Christian sorride, un sorriso che non promette niente di buono. “Vuoi che stiamo zitti?” dice, avvicinandosi. “Allora fai qualcosa per noi.”

Non capisco subito, ma quando Massimo si slaccia i pantaloni e Christian fa lo stesso, mi rendo conto di cosa vogliono. Sono ancora in ginocchio, con il cuore che mi batte all’impazzata. Massimo mi guarda dall’alto, con il suo cazzo già duro davanti alla mia faccia. È grosso, venoso, e puzza di sudore e cloro. “Apri la bocca,” ordina.

Non ho scelta. Obbedisco, sentendo la vergogna bruciarmi dentro. Lo prendo in bocca, sentendo il sapore salato e il peso sulla lingua. Massimo mi afferra i capelli e spinge, senza delicatezza, facendomi quasi soffocare. “Così, bravo,” dice, con un tono derisorio. “Fai il tuo lavoro.”

Dopo qualche spinta, si tira indietro e lascia il posto a Christian. Il suo cazzo è più lungo, ma meno spesso, e lui non è meno brutale. Mi scopa la bocca con forza, tenendomi fermo, mentre Massimo ride e mi insulta. “Guarda come lo succhia bene, sembra nato per questo,” dice, e io vorrei sparire, ma non posso fare altro che subire.

Continuano a turno, spingendo sempre più forte, fino a quando non ce la fanno più. Massimo è il primo a venire, schizzandomi in faccia con un grugnito. Il liquido caldo mi cola sul viso, e subito dopo Christian fa lo stesso, aggiungendo il suo carico. Sono un disastro, con la faccia appiccicosa, il respiro corto e il sapore amaro in bocca. Penso che sia finita, che mi lasceranno in pace, ma Massimo ha altri piani.

“Non è ancora finita,” dice, con un ghigno. “Gattona fino alla porta, forza. Vogliamo che tutti vedano che razza di troia sei.”

Con le guance che bruciano di vergogna, faccio come mi dice. Gattono, nudo e sporco, fino alla porta dell’ufficio. Quando la apriamo, gli altri ragazzi sono ancora nello spogliatoio, e ci guardano con un misto di curiosità e incredulità. Massimo non perde tempo a raccontare tutto, con un tono trionfante. “Ragazzi, abbiamo una novità,” annuncia, alzando la voce. “Alberto è ufficialmente la pompinara della squadra. Da oggi in poi, sapete a chi rivolgervi.”

Sento le risate, i commenti, e mi sento sprofondare. Ma in un angolo della mia testa, c’è una parte di me che non si pente, che accetta questa nuova realtà con una strana calma. Non so cosa succederà domani, ma per ora, è così che stanno le cose.

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