La sporca vita di campagna (parte 2)
Il giorno dopo quella conversazione nel cortile, il sole sembrava ancora più spietato. Il caldo mi schiacciava contro il pavimento di pietra della cucina, mentre cercavo di mettere insieme un pranzo con quel poco che c’era in frigo. L’odore di sudore e terra si mescolava a quello del pane vecchio che avevo trovato in un cassetto. Mattia era fuori, da qualche parte nei campi, e io non riuscivo a smettere di pensare a quello che aveva detto la sera prima. “Simone e Ale, gente del paese, veri uomini. Vediamo come te la cavi.” Quelle parole mi ronzavano in testa come le mosche che non smettevano di girarmi intorno.
Verso sera, quando il cielo si era tinto di un arancione pesante, Mattia è rientrato. Era sporco, con la maglietta grigia appiccicata al petto e la fronte lucida di sudore. Mi ha guardato mentre stavo asciugando i piatti e ha fatto un cenno con la testa. “Lascia stare quella roba, Lorenzo. Stasera ci divertiamo un po’ prima che arrivano i ragazzi.”
Ho posato lo strofinaccio, con un nodo che mi stringeva lo stomaco. “Che vuoi dire?” ho chiesto, cercando di non far tremare la voce.
Lui ha sorriso, un ghigno che non prometteva niente di buono. Ha tirato fuori la solita bustina di plastica dalla tasca dei pantaloni e ha cominciato ad arrotolare una canna, con gesti lenti e sicuri. “Niente, rilassati. Fatti un paio di tiri con me e vedrai che ti sciogli.” Mi ha fatto segno di seguirlo fuori, nel cortile, dove l’aria era ancora densa di caldo, anche se il sole stava calando. L’odore dell’erba mi ha colpito subito, forte e dolce, mentre lui accendeva e tirava la prima boccata.
Ho preso la canna dalle sue mani, sentendo le sue dita ruvide sfiorare le mie. Ormai non tossivo più tanto, ma ogni tiro mi faceva girare la testa, come se il mondo si sfocasse un po’ ai bordi. Mattia mi guardava, seduto su una delle sedie di plastica sgangherate, con le gambe larghe e un’aria soddisfatta. “Bravo, Lorenza. Stai imparando,” ha detto, con quella voce bassa che mi faceva sempre stringere qualcosa dentro.
Abbiamo fumato in silenzio per un po’, con il frinire delle cicale che riempiva l’aria e l’odore di paglia secca che arrivava dal fienile poco lontano. La mia testa era leggera, le mani un po’ tremanti, ma non di paura. Era qualcos’altro, qualcosa che non volevo nominare. Mattia si è alzato all’improvviso, spegnendo la canna contro il bordo della sedia. “Vieni con me, ti faccio vedere una cosa,” ha detto, senza guardarmi in faccia.
L’ho seguito dentro casa, con le gambe che sembravano di gelatina. Siamo saliti al primo piano, lungo un corridoio che non avevo mai percorso prima. L’odore di muffa e di chiuso era più forte lì, e il pavimento scricchiolava sotto i nostri passi. Si è fermato davanti a una porta socchiusa e l’ha spinta con una spalla. “Questa è la stanza di mia sorella. Non c’è da un po’, ma ha lasciato un sacco di roba. Dai, entra.”
Ho esitato sulla soglia, con il cuore che batteva più veloce. La stanza era piccola, con un letto singolo coperto da una coperta a fiori sbiaditi e un armadio di legno scuro che sembrava sul punto di cadere a pezzi. C’era un odore strano, un misto di profumo dolce e vecchio, come se qualcuno avesse spruzzato qualcosa anni fa e l’aria non si fosse mai rinnovata. “Che ci facciamo qui?” ho chiesto, con la voce che usciva più bassa di quanto volessi.
Mattia ha aperto un cassetto dell’armadio e ha tirato fuori qualcosa di bianco, con un bordo di pizzo che sembrava fuori posto in quella stanza polverosa. “Guarda qua,” ha detto, sghignazzando. Era un paio di mutandine di cotone, semplici ma con un pizzo dozzinale lungo i bordi, e un reggiseno imbottito che sembrava non essere mai stato usato. Ha tirato fuori anche una gonnellina di jeans corta, di quelle che si vedono nei negozi economici. “Provati questa roba, Lorenza. Voglio vedere come stai.”
Ho sentito il sangue gelarsi, anche se la stanza era soffocante. “Stai scherzando, vero?” ho detto, con un filo di voce, ma la mia testa era ancora annebbiata dall’erba, e il suo tono non sembrava lasciare spazio a discussioni.
“No, non scherzo. Dai, spogliati e metti su questa roba. Ti aiuto io, se non sai da dove cominciare.” Si è avvicinato, con quegli occhi scuri che mi inchiodavano sul posto, e ho sentito il calore del suo corpo, l’odore del suo sudore mischiato al fumo che ancora ci avvolgeva. Non so perché non ho protestato di più. Forse era l’erba, forse era quel suo modo di parlare, caldo e deciso, che mi faceva sentire come se non avessi scelta. Ho abbassato lo sguardo, con le guance che bruciavano, e ho iniziato a slacciarmi la cintura con mani tremanti.
Mattia mi guardava, senza muoversi, mentre mi toglievo i jeans e la maglietta, restando in mutande davanti a lui. La vergogna mi pesava come un macigno, ma allo stesso tempo sentivo un formicolio strano, un’eccitazione che non capivo. “Bravo, così,” ha detto, passandomi le mutandine. “Mettile, su.”
Le ho infilate, sentendo il tessuto ruvido contro la pelle, e il pizzo che pizzicava un po’ sui fianchi. Erano strette, e il modo in cui mi aderivano mi faceva sentire ancora più esposto. Poi ha preso il reggiseno e me lo ha passato intorno al petto, chiudendo i gancetti sulla schiena con una facilità che mi ha sorpreso. “Ecco, guarda come stai bene,” ha detto, con un tono che sembrava quasi gentile, ma aveva qualcosa di predatorio dentro. Infine, mi ha fatto infilare la gonnellina, che mi arrivava appena sopra le ginocchia, lasciando le gambe nude e pallide in mostra.
“Fammi vedere come cammini, Lorenza,” ha detto, incrociando le braccia e appoggiandosi al muro. Ho fatto qualche passo, con le gambe che tremavano e il pavimento freddo sotto i piedi nudi. Sentivo il tessuto della gonna sfregare contro le cosce, e il reggiseno che mi stringeva il petto in modo innaturale. Lui ha riso piano, un suono basso e roco. “Sei proprio carino, lo sai? Sembri fatto per questo.”
Ho sentito il volto avvampare, ma non ho detto niente. La sua voce mi scivolava addosso come olio, e anche se una parte di me voleva urlare e togliermi tutto, un’altra parte, più piccola, si nutriva di quel tono, di quegli occhi che mi pesavano addosso. “Vai in cucina, prendi due birre dal frigo e portamele. Cammina piano, che voglio godermi lo spettacolo,” ha aggiunto, con un sorriso che non lasciava spazio a obiezioni.
Sono sceso di sotto, con il cuore che mi martellava nel petto e il rumore dei miei passi che sembrava assordante nel silenzio della casa. Ogni movimento faceva muovere la gonna, e il tessuto delle mutandine mi ricordava a ogni passo quanto fossi ridicolo, quanto fossi fuori posto. Ho aperto il frigo, con le mani che tremavano, e ho preso due bottiglie di birra, sentendo il freddo del vetro contro le dita sudate. Quando sono tornato da lui, ancora in corridoio, mi ha preso una birra con un cenno di approvazione. “Brava, Lorenza. Sei proprio utile, lo sai?”
Stavo per rispondergli, per dirgli di smetterla, ma in quel momento ho sentito il rumore di un motore avvicinarsi nel cortile. Il cuore mi è salito in gola. Mattia ha alzato lo sguardo verso la finestra, con un ghigno che si allargava sul volto. “Oh, guarda chi c’è. Simone e Ale. Perfetto, arrivano giusto in tempo per vederti.”
Ho sentito il panico afferrarmi le viscere. “Aspetta, fammi cambiare, ti prego,” ho balbettato, con la voce che usciva a fatica, ma lui ha scosso la testa, posandomi una mano sulla spalla. Il suo tocco era pesante, caldo, e mi ha tenuto fermo.
“No, no, resti così. Vediamo che dicono i ragazzi. Dai, non fare storie, che ti proteggo io se serve.” La sua voce era calma, quasi dolce, ma aveva un fondo di comando che non potevo ignorare. Mi sono sentito come un animale in trappola, con il sudore che mi colava lungo la schiena e la gonna che sembrava pesare cento chili.
La porta d’ingresso si è aperta con un cigolio, e ho sentito due voci rauche che ridevano già prima di entrare. Simone è apparso per primo, un armadio di uomo, con spalle larghe e una barba incolta che gli copriva mezza faccia. Dietro di lui c’era Ale, magro come un chiodo, con occhi taglienti e un sorriso cattivo che sembrava scolpito. Quando mi hanno visto, sono rimasti un attimo in silenzio, poi Ale ha scoppiato a ridere, una risata secca e acida che mi ha fatto raggelare.
“Ma che cazzo è questa roba?” ha detto, avvicinandosi con un passo lento, come un predatore. “Mattia, cos’hai fatto al tuo cuginetto? Sembra una troietta di città che cerca clienti.”
Simone ha ghignato, incrociando le braccia. “Guarda qua, si vede pure che è duro sotto quella gonnellina. Che schifo, ma che cazzo, Lorenzo, ti piace davvero ‘sta roba?”
Ho abbassato lo sguardo, con le guance che bruciavano così tanto che sembrava stessero andando a fuoco. Non riuscivo a guardarli, non riuscivo a muovermi. Sentivo il tessuto della gonna sfregare contro di me, e la vergogna mi soffocava, ma c’era anche qualcos’altro, un calore che non volevo ammettere, un’eccitazione malata che mi pulsava nelle vene. Mattia era accanto a me, con una mano ancora sulla mia spalla, e ha riso piano. “Dai, ragazzi, non esagerate. Lorenza è timida, ma ci sta. Vero, Lorenza?”
Non ho risposto. Non potevo. Ale si è avvicinato ancora, squadrandomi da capo a piedi. “Sai che c’è? Sembri proprio una di quelle che fanno i video su internet. Ti manca solo il rossetto, eh.” Ha riso di nuovo, e Simone ha fatto un verso di approvazione, tirandosi una pacca sulla coscia.
“Fate i bravi, dai,” ha detto Mattia, con un tono che sembrava quasi protettivo, ma non ha fatto niente per fermarli. Mi ha spinto leggermente in avanti, verso la cucina. “Vai a prendere altre birre, Lorenza. Fai vedere ai ragazzi quanto sei ospitale.”
Ho obbedito, con le gambe che tremavano e il cuore che mi martellava nelle orecchie. Sentivo i loro occhi su di me mentre camminavo, sentivo le loro risate e i loro commenti che mi seguivano come lame. “Guarda come sculetta, sembra che ci è nato con la gonna,” ha detto Ale, e Simone ha aggiunto: “Se non stai attento, ti prendiamo per una di quelle che lavorano sulla provinciale.”
Quando sono tornato con le birre, avevo la sensazione di essere nudo, anche se ero coperto da quei vestiti ridicoli. Ho posato le bottiglie sul tavolo, cercando di non guardarli, ma Ale mi ha afferrato per un braccio, con una stretta che non era forte ma mi ha fatto gelare lo stesso. “Aspetta, girati un po’, fammi vedere meglio. Dai, non fare il prezioso.”
Mattia ha riso, sedendosi su una sedia. “Lascialo stare, Ale. È già abbastanza rosso. Poi gli viene un infarto.” Ma non c’era vera preoccupazione nella sua voce, solo divertimento. Mi hanno lasciato andare, e per il resto della serata sono rimasti lì, a bere e parlare di roba loro, mentre io stavo in un angolo, con la gonna che mi pesava addosso e l’odore di birra e fumo che mi riempiva i polmoni.
Quando finalmente se ne sono andati, il silenzio è calato sulla casa come una coperta pesante. Ero ancora così, con le mutandine e la gonna, e Mattia mi ha guardato, alzandosi dalla sedia. “Vedi, Lorenza? Non è stato così male. Ti sta bene, sai? Sei più carino quando obbedisci.” La sua voce era bassa, quasi un sussurro, e mi ha posato una mano sulla nuca, un gesto che sembrava gentile ma mi ha fatto tremare. “Vai a letto, ora. Domani è un altro giorno.”
Sono salito nella mia stanza, con la testa che girava e il corpo che sembrava non appartenermi. Mi sono tolto quella roba, sentendo il tessuto scivolare via dalla pelle, e mi sono buttato sul letto, con il cuore che ancora non si calmava. Ma mentre stavo lì, al buio, con l’odore di paglia e sudore che ancora mi avvolgeva, ho sentito di nuovo quel calore, quella pulsazione che non potevo ignorare. Le loro parole, i loro sguardi, il modo in cui Mattia mi aveva chiamato “Lorenza” con quella voce calda… tutto mi tornava in mente, e senza nemmeno pensarci, la mia mano è scivolata sotto le coperte.
Mi sono toccato, con il respiro che si faceva corto e il sudore che mi incollava le lenzuola alla schiena. Ogni immagine di quella sera mi passava davanti agli occhi: la gonna che sfregava contro le cosce, le risate di Ale, gli occhi di Simone che mi pesavano addosso, e Mattia, sempre Mattia, con quella calma dominante che mi faceva sentire piccolo e al sicuro allo stesso tempo. Ho stretto i denti, sentendo il piacere montare come un’onda, e quando sono arrivato al limite, ho soffocato un gemito contro il cuscino, con il corpo che tremava e la mente ancora piena di loro.
E mentre mi calmavo, con il respiro che tornava normale e il buio che mi avvolgeva, una domanda mi si è piantata in testa, come un chiodo. Cosa sarebbe successo domani?
