Racconti Piccanti
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Festa in maschera, culo da sfondare

Festa in maschera, culo da sfondare

06 Marzo 2026·5 min di lettura
Eccomi qua, Katia, 48 anni, appena divorziata da un matrimonio che mi ha succhiato l’anima per vent’anni. Sono stanca di piangermi addosso, di sentirmi vecchia e finita. Voglio vivere, voglio sentire il sangue che mi pompa nelle vene. Così, quando un’amica mi parla di una festa in maschera in una villa fuori città, non ci penso due volte. Mi infilo un vestito nero aderente, corto da far paura, che mi fascia il culo e lascia poco all’immaginazione. Sopra, una maschera da gattina, con le orecchie a punta e i baffi disegnati. Mi guardo allo specchio: sembro una che ha fame, e stasera voglio divorare tutto quello che mi capita a tiro.

Arrivo alla villa verso le dieci. Il posto è un casino di luci stroboscopiche, musica che rimbomba e gente mascherata che si struscia ovunque. Mi verso un bicchiere di vino e inizio a girare, sentendo gli occhi addosso. Il vestito mi tira un po’ sulle cosce, ma non mi copro: voglio che mi guardino. Dopo un po’, un tipo si avvicina. È alto, con una maschera da lupo grigio che gli copre metà faccia. Non dice molto, ma il modo in cui mi fissa mi fa venire i brividi. “Ti va di parlare un po’ da soli?” mi chiede con una voce roca. Non so perché, ma annuisco subito. C’è qualcosa in lui che mi attira, una specie di energia che non riesco a ignorare. Ma allo stesso tempo mi chiedo se non sto facendo una cazzata. E se fosse un maniaco? Però, cavolo, sono venuta qui per rischiare, no?

Mi porta in un angolo più tranquillo, vicino a una scala che porta al piano di sopra. Parliamo di stronzate, del tempo, della festa, ma sento il cuore che mi batte forte. La sua mano sfiora la mia coscia, e io non la sposto. Ho un nodo allo stomaco, ma non è paura, è voglia. “Sei una gattina che miagola o che graffia?” mi sussurra all’orecchio, e io rido, ma dentro sto già tremando. Gli rispondo: “Dipende da come mi tratti.” La sua mano sale più in alto, sotto il vestito, e io mi irrigidisco, ma non lo fermo. Ho divorziato da poco, non tocco un uomo da mesi, e il suo tocco mi sta mandando fuori di testa.

Ci spostiamo su per le scale, in un corridoio buio con delle stanze. Entriamo in una, c’è solo un divano vecchio e una lampada fioca. Lui mi spinge contro il muro, mi bacia il collo, e io sento il suo fiato caldo sulla pelle. Le sue mani mi palpano il culo, stringono forte, e io mi lascio andare. “Cazzo, sei uno spettacolo,” mi dice, e io gli rispondo: “Allora fai qualcosa, no?” Mi tira su il vestito, mi abbassa le mutandine fino alle caviglie. Sono esposta, vulnerabile, ma non mi importa. La sua mano scivola tra le mie cosce, mi sfiora, e io gemo piano. Inizia a toccarmi, prima piano, poi con più decisione, le sue dita si muovono dentro e fuori, e io mi bagno tutta. Sento il rumore del mio stesso desiderio, quel suono umido che mi imbarazza ma mi eccita ancora di più. Mi mordo il labbro, cercando di non urlare, mentre lui continua a lavorarmi con le dita, spingendo sempre più a fondo. Mi tremano le gambe, sto per venire, ma lui si ferma di colpo. “Non ancora, gattina,” mi dice, con un ghigno che vedo anche sotto la maschera.

Mi fa girare, mi piega in avanti, con le mani appoggiate al muro. Sento il rumore della sua cintura che si slaccia, poi dei pantaloni che scendono. “Ti faccio il culo, va bene?” mi chiede, e io, con la voce strozzata, rispondo: “Fallo, ma fai piano.” Sento il freddo di qualcosa di bagnato, credo sia lubrificante, e poi la pressione del suo cazzo contro di me. Spinge piano, ma fa male, cazzo se fa male. Stringo i denti, respiro forte, mentre lui entra un po’ alla volta. “Rilassati, dai,” mi dice, tirandomi i capelli indietro con una mano. Mi tiene come una cagna, e in qualche modo questo mi piace. Quando è tutto dentro, inizia a muoversi, prima lento, poi più forte. Ogni spinta è un misto di dolore e piacere, sento il mio corpo che si adatta, che lo accoglie. L’odore di sudore e sesso riempie la stanza, i suoi grugniti si mischiano ai miei gemiti. “Cazzo, sei stretta,” mi dice, e io rispondo ansimando: “Sfondami, dai, non ti fermo.”

Non so quanto tempo passa, ma a un certo punto sento dei passi. Mi giro appena e vedo che la porta è aperta. Ci sono altri uomini, mascherati, che guardano. Uno di loro chiede: “Possiamo unirci?” Il lupo mi guarda, io annuisco senza pensare. Sono in un’altra dimensione, voglio solo continuare a sentire. Il primo si tira indietro, un altro prende il suo posto. È più rude, mi sbatte dentro senza troppe cerimonie, e io urlo, ma non di dolore. Continuano a incularmi, non so quanti siano, forse dieci, forse di più. Mi tengono per i fianchi, per i capelli, mi scopano il culo uno dopo l’altro, e io mi lascio fare, persa in un piacere che non ho mai provato. Ogni spinta è diversa, ogni cazzo mi riempie in modo diverso, e io vengo, non so quante volte, con il corpo che trema e la voce che si spezza.

Alla fine, non ce la faccio più. Mi accascio sul pavimento, il culo distrutto, che brucia da morire. Sono un disastro, il vestito tutto stropicciato, la maschera mezza storta. Gli uomini se ne vanno, uno mi dice pure “Grazie, gattina,” con un tono che sembra quasi gentile. Mi rialzo a fatica, mi sistemo come posso e scendo le scale. La festa è ancora in pieno caos, nessuno sembra aver notato niente. Prendo un taxi e torno a casa, seduta con cautela perché ogni movimento è una pugnalata. Ma dentro di me c’è una soddisfazione che non so spiegare. Ho fatto una cosa folle, qualcosa che non avrei mai immaginato, e mi è piaciuto. Non so se lo rifarò, ma stasera, cazzo, mi sono sentita viva.

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