Racconti Piccanti
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Voglia sul banco di studio

Voglia sul banco di studio

07 Marzo 2026·5 min di lettura

Sono le nove di sera e l’università è un deserto. Io e Martina siamo nella stanzetta al terzo piano, quella che usano per le riunioni ma che di sera è sempre vuota. Abbiamo i libri di calcolo sparsi sul tavolo, fogli pieni di equazioni e appunti che non capisco nemmeno più. Sono stanco morto, ma lei è qui con me, e questo mi tiene sveglio. Martina ha i capelli castani legati in una coda sbrigativa, una maglietta aderente che le segna il seno e dei leggings neri che mi fanno distrarre ogni due minuti. Siamo compagni di corso, ma ultimamente c’è qualcosa che non riesco a ignorare: il modo in cui mi guarda, come se volesse dirmi qualcosa senza aprir bocca.

Abbiamo studiato per ore, e la tensione nell’aria è densa. Non so se è la stanchezza o il fatto che siamo soli, ma ogni tanto le nostre gambe si sfiorano sotto il tavolo. All’inizio penso sia un caso, ma poi lo fa di nuovo, e sento il suo piede che preme un po’ di più contro il mio. La guardo: sta scrivendo, ma ha un sorrisetto che mi fa capire che lo sta facendo apposta. “Che cazzo fai?” le chiedo, cercando di sembrare incazzato, ma la voce mi esce più bassa del normale. Lei alza gli occhi, innocente, e risponde: “Niente, sto solo studiando.” Ma il suo piede non si sposta.

Dentro di me c’è un casino. Da una parte voglio mantenere la concentrazione, dall’altra non penso ad altro che a toccarla. Non sono uno che si butta subito, ma con lei è diverso. Mi fa venir voglia di rischiare. Allungo una mano sotto il tavolo e le sfioro la gamba, sopra i leggings. Lei non dice niente, ma vedo che il suo respiro cambia, diventa un po’ più veloce. Le stringo la coscia, piano, e sento il calore della sua pelle anche attraverso il tessuto. Mi guarda negli occhi, e cazzo, non c’è bisogno di parole: vuole che continui.

Chiudo la porta con un calcio, senza nemmeno alzarmi. Il rumore del chiavistello che scatta mi fa salire l’adrenalina. Martina si alza e si siede sul bordo del tavolo, proprio davanti a me. Allarga le gambe, lenta, provocatoria, e io mi sento il cuore in gola. “Vieni qua,” mi dice, la voce bassa, un po’ roca. Mi alzo, mi metto tra le sue gambe, e le metto le mani sui fianchi. La sento tremare un pochino, ma non si tira indietro. Le passo le mani sotto la maglietta, sulla pelle nuda della schiena, e lei si inarca verso di me. Ci baciamo, e non è un bacio delicato, è famelico, con la lingua che si intreccia subito. Sa di menta, forse dal chewing gum che masticava prima.

Le tiro giù i leggings, piano, fino alle ginocchia, e lei mi aiuta sollevando il sedere. Ha delle mutandine nere, semplici, ma che mi fanno perdere la testa. Gliele sfioro con le dita, sopra, e sento che è già bagnata. “Cazzo, Martina…” mormoro, e lei ride piano, un po’ imbarazzata, ma mi tira più vicino. Mi inginocchio davanti a lei, le allargo di più le gambe e le scosto le mutandine di lato. Non l’ho mai fatto prima, non così, ma voglio provarci. Voglio sapere che effetto le fa. Inizio piano, con la lingua, sfiorandola appena. Ha un sapore leggermente salato, caldo, e il suo odore mi manda fuori di testa. Lei ansima, mi mette una mano nei capelli e stringe un po’. “Più forte,” sussurra, e io obbedisco. Muovo la lingua in cerchio, poi su e giù, cercando di capire cosa le piace di più. I suoi gemiti sono bassi, soffocati, ma ogni tanto le scappa un “sì, così” che mi fa venir voglia di continuare all’infinito. Le succhio piano il clitoride, e lei si irrigidisce, trema, e stringe le gambe attorno alla mia testa. Sento che sta per venire, ma si trattiene, mi tira su e mi bacia di nuovo, come se volesse sentire il suo stesso sapore sulla mia bocca.

Sono duro da fare male, e lei lo sa. Mi slaccio i jeans, li tiro giù quel tanto che basta, e lei mi guarda con gli occhi lucidi di voglia. “Fallo,” mi dice, e io non me lo faccio ripetere. La tiro giù dal tavolo, la giro verso il muro e la spingo contro con una mano sulla schiena. Lei appoggia le mani sulla parete, inarca il sedere verso di me. Le abbasso del tutto i leggings e le mutandine, e mi posiziono dietro di lei. La penetro piano, sentendo ogni centimetro che entra. È stretta, calda, e mi scappa un gemito che non riesco a trattenere. “Cazzo, quanto sei stretta,” le dico, e lei risponde con un ansimo, “Vai piano all’inizio, ok?” Muovo i fianchi lentamente, dentro e fuori, e ogni spinta è un’esplosione di calore. La sento gemere, piano, cercando di non fare troppo rumore. Mi chino su di lei, le bacio il collo, e le sussurro all’orecchio: “È la prima volta che lo faccio così… non fermarti.” Lei gira la testa verso di me, i nostri occhi si incontrano, e mi risponde, ansimando: “Anche per me… continua, ti prego.”

Accelero un po’, ma non troppo, voglio godermela tutta. Ogni spinta è accompagnata dal rumore dei nostri corpi che si scontrano, dal suo respiro spezzato e dai miei grugniti che non riesco a controllare. L’odore del suo sudore, misto a quello del sesso, mi riempie la testa. Le tengo i fianchi con entrambe le mani, stringendo forte, e sento che sto per perdere il controllo. “Sto per venire,” le dico, e lei annuisce, “Dentro no, ok?” Mi tiro fuori all’ultimo, vengo sulla sua schiena, e il piacere mi fa quasi tremare le gambe. Lei si appoggia al muro, ansima, e si gira a guardarmi con un sorriso stanco ma soddisfatto.

Ci rimettiamo a posto in silenzio, tirandoci su i pantaloni come se niente fosse. La stanza puzza di sesso e sudore, ma non me ne frega niente. Ci sediamo di nuovo al tavolo, i libri ancora aperti davanti a noi. “Beh, direi che abbiamo studiato abbastanza per stasera,” dice lei, con una risata leggera. Io sorrido, scuoto la testa, e rispondo: “Già, direi di sì.” Non c’è imbarazzo, solo una specie di complicità che non mi aspettavo. So che non sarà l’ultima volta, e va bene così.

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