Racconti Piccanti
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Sverginata dal contadino francese

Sverginata dal contadino francese

10 Marzo 2026·5 min di lettura

Sono Noemi, ho ventidue anni e studio biologia. Quest’estate sono finita in un paesino del sud della Francia per un progetto universitario: dovevamo analizzare la biodiversità di certe zone rurali. Non pensavo che mi sarebbe successo niente di speciale, solo lavoro, appunti e zanzare. Invece, ho conosciuto Julien, un contadino di venticinque anni che ci aiutava con i terreni. Un tipo semplice, mani ruvide, spalle larghe, sempre con la camicia sbottonata che mostrava il petto abbronzato. Parlava poco, ma quando mi guardava, cazzo, sentivo un calore che non aveva niente a che fare col sole.

I primi giorni erano solo chiacchiere banali mentre mappavamo i campi. Lui mi spiegava come coltivavano, io gli raccontavo delle mie teorie sui microecosistemi. Però, ogni tanto, i suoi occhi scivolavano sul mio corpo, e io lo notavo. Non sono una che si fa film mentali, ma sentivo quella tensione, quel prurito sotto la pelle. Un pomeriggio, mentre prendevamo misure vicino a un campo di grano, mi ha sfiorato il braccio per passarmi una bottiglia d’acqua. Un tocco da niente, ma mi ha fatto accelerare il cuore. Mi sono detta: “Noemi, calmati, non è niente”. Eppure, quella notte non ho dormito, pensando a quelle mani callose che magari sapevano fare altro oltre a lavorare la terra.

Dopo qualche giorno, abbiamo iniziato a cercarci. Non so se era lui o io, ma finivamo sempre a lavorare nello stesso gruppo. Una volta, raccogliendo campioni, mi sono chinata e ho sentito il suo sguardo sul culo. Mi sono girata di scatto, lui ha fatto finta di niente, ma aveva un mezzo sorriso. Mi incazzavo con me stessa: sono vergine, non ho esperienza, che cazzo voglio da uno così? Però il pensiero di lui che mi toccava non mi lasciava in pace.

Un pomeriggio, eravamo solo noi due a controllare un’area isolata. Il sole picchiava duro, io sudavo sotto la canottiera, e lui si è tolto la camicia per asciugarsi la fronte. Vederlo così, con i muscoli tesi e la pelle lucida, mi ha mandato in tilt. Gli ho detto: “Fa un caldo del cazzo, eh?”. Lui ha riso e si è avvicinato, porgendomi dell’acqua. Quando ho preso la bottiglia, le nostre dita si sono toccate, e nessuno dei due ha tirato indietro la mano. Mi ha guardato dritto negli occhi e ha detto: “Sei rossa, sai?”. Ho borbottato qualcosa, ma dentro bruciavo. Poi mi ha messo una mano sulla spalla, leggera, come per vedere se mi tiravo indietro. Non l’ho fatto.

Ci siamo seduti sull’erba, all’ombra di un albero, con la scusa di riposarci. Lui ha iniziato a raccontarmi di quando era piccolo e correva in quei campi. Io lo ascoltavo, ma pensavo solo alla sua voce bassa, al suo odore di sudore misto a terra. A un certo punto, mi ha sfiorato la gamba con la mano, come per caso. Ho sentito un brivido, ma non mi sono mossa. Lui ha continuato a parlare, ma la mano è rimasta lì, calda, pesante. Poi ha stretto un po’, e io ho girato la testa verso di lui. Non c’era bisogno di dire niente: ci siamo avvicinati e ci siamo baciati. Un bacio lento, con la sua lingua che cercava la mia, e io che non sapevo bene come fare ma lo seguivo. Mi sono sentita goffa, ma eccitata da morire. Le sue mani mi hanno preso i fianchi, tirandomi più vicina, e ho sentito il suo respiro accelerare.

Abbiamo continuato a baciarci, sempre più intensi. Mi ha fatto sdraiare sull’erba, con lui sopra, il suo peso che mi schiacciava appena. Mi ha baciato il collo, mordicchiandomi piano, mentre con una mano mi accarezzava sotto la canottiera. Io ansimavo, con il cuore che mi scoppiava. Gli ho messo le mani sulla schiena, sentendo la sua pelle calda, i muscoli duri. Lui ha sollevato la mia maglietta, scoprendomi il reggiseno, e ha iniziato a baciarmi il petto, scendendo piano. Quando ha slacciato il gancetto e ha preso un capezzolo in bocca, ho gemuto senza riuscire a trattenermi. “Ti piace, eh?”, ha detto con voce roca, e io ho solo annuito, rossa in faccia. Ha continuato, succhiando e leccando, mentre con una mano mi stringeva il fianco, scendendo verso i jeans. Me li ha sbottonati piano, guardandomi per capire se volevo fermarlo. Non l’ho fatto. Ero spaventata, sì, ma lo desideravo troppo.

Quando mi ha abbassato i pantaloni e le mutande, mi sono sentita esposta, ma il suo sguardo affamato mi ha fatto bagnare ancora di più. Ha aperto le gambe con le mani, guardandomi lì sotto, e ha detto: “Cazzo, sei bellissima”. Poi ha iniziato a toccarmi, prima piano, con le dita che scivolavano, poi più forte, trovando il punto giusto. Io mi contorcevo, non capivo più niente, solo che volevo di più. Gli ho tirato i pantaloni, goffamente, e lui ha riso, slacciandoseli. Quando ho visto il suo cazzo, duro e grosso, mi sono spaventata un attimo, ma lui mi ha rassicurata: “Andiamo piano, tranquilla”.

Si è messo sopra di me, con le ginocchia tra le mie gambe, e ha iniziato a strofinarsi contro di me, senza entrare subito. Io sentivo tutto, il calore, la pressione, e gemevo come un’idiota. “Ti voglio scopare, Noemi”, ha detto, ansimando. “Fallo”, ho risposto, con la voce che tremava. Ha preso un preservativo dalla tasca – meno male che c’ha pensato lui – e se l’è messo. Poi ha spinto piano, entrando un po’ alla volta. All’inizio faceva male, un bruciore strano, ma lui si fermava, mi baciava, mi accarezzava i capelli. “Rilassati, ci sono io”, mi diceva. Piano piano, il dolore è passato, sostituito da una sensazione piena, intensa. Ha iniziato a muoversi, prima lento, poi più forte, con un ritmo che mi faceva impazzire. Io gli stringevo le spalle, graffiandolo senza volerlo, e lui grugniva, dicendo: “Cazzo, sei stretta, mi fai venire subito”. Sentivo il sole sulla pelle, l’odore dell’erba e del suo sudore, i nostri respiri mischiati. Mi montava con forza, i suoi fianchi che sbattevano contro i miei, e io mi lasciavo andare, urlando senza vergogna quando ho sentito l’orgasmo arrivarmi come un’onda.

Dopo, siamo rimasti lì, sdraiati, con il fiato corto. Lui mi ha accarezzato i capelli, sorridendo. “Stai bene?”, mi ha chiesto. Io ho annuito, ancora frastornata. Non so cosa succederà domani, ma in quel momento non mi importava. Ero solo contenta di essermi lasciata andare, di aver provato qualcosa di così forte. Abbiamo rimesso i vestiti, ridendo per quanto eravamo sporchi di terra, e siamo tornati al lavoro come se niente fosse. Ma dentro, lo sapevo, qualcosa era cambiato.

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