Racconti Piccanti
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Mia moglie presa dal meccanico

Mia moglie presa dal meccanico

13 Marzo 2026·8 min di lettura

Beatrice, 37 anni, guidava la sua vecchia utilitaria lungo una strada di campagna polverosa, con il motore che tossiva come un fumatore incallito. Era una di quelle giornate afose di fine estate, con il sudore che le appiccicava la camicetta di cotone leggero al petto abbondante. Le sue curve erano impossibili da nascondere: tette grosse, che ballonzolavano a ogni buca, e un culo pronunciato che riempiva i jeans stretti. Sposata da undici anni con Paolo, un artigiano di 40 anni sempre stanco e con poca voglia di fare scintille a letto, Beatrice si sentiva frustrata. Il sesso con lui era diventato un’abitudine, un compito da sbrigare in fretta sotto le coperte, senza nemmeno guardarsi negli occhi. Lei voleva di più, qualcosa che la facesse sentire viva, che le scuotesse le viscere.

Quel giorno, l’auto aveva deciso di abbandonarla proprio nel bel mezzo del nulla. Con un ultimo rantolo, il motore si era spento. Beatrice aveva tirato il freno a mano, sbuffando. “Perfetto, ci mancava solo questa,” aveva borbottato, scendendo e dando un calcio alla gomma anteriore. Dopo qualche chiamata, aveva trovato un’officina isolata a pochi chilometri, gestita da un certo Riccardo. “Portala qua, ci guardo io,” aveva detto lui al telefono, con una voce roca che sembrava raschiare il metallo. Lei aveva fatto trainare l’auto fino a lì, e quando era arrivata, aveva trovato Riccardo ad aspettarla.

Riccardo, 28 anni, era il classico tipo che ti fa girare la testa senza nemmeno provarci. Alto, spalle larghe, bicipiti gonfi da palestra che sembravano esplodere sotto la canottiera macchiata di grasso. I tatuaggi gli coprivano le braccia, draghi e teschi che si intrecciavano sulla pelle abbronzata. Aveva i capelli corti, un accenno di barba ispida e un ghigno da stronzo che diceva “so cosa vuoi, e te lo do se mi va”. Beatrice aveva cercato di non fissarlo troppo, ma era difficile ignorare quel corpo, e soprattutto quel rigonfiamento nei pantaloni da lavoro, che sembrava non avere niente di discreto.

“Che problema ha la macchina?” aveva chiesto lui, appoggiandosi al cofano con un’aria rilassata, mentre si puliva le mani con uno straccio unto. Beatrice aveva spiegato, balbettando un po’, sentendosi improvvisamente fuori posto in quell’officina puzzolente di olio e metallo. “Ci do un’occhiata. Siediti là, se vuoi,” aveva detto Riccardo, indicando una sedia di plastica sporca in un angolo. Lei si era seduta, incrociando le gambe, e aveva provato a concentrarsi sul telefono, ma i suoi occhi continuavano a scivolare su di lui. Ogni volta che Riccardo si chinava sul motore, i muscoli della schiena si tendevano, e i pantaloni gli si abbassavano appena, mostrando l’inizio di un culo sodo. Beatrice aveva sentito una vampata di calore tra le cosce. “Smettila, sei sposata,” si era detta mentalmente, ma il pensiero non aveva spento quella voglia che le cresceva dentro.

Dopo un po’, Riccardo si era avvicinato, asciugandosi il sudore dalla fronte. “Ci vuole una parte di ricambio, ma ce l’ho in magazzino. Però ci metto un po’. Vuoi aspettare o torni più tardi?” Beatrice aveva esitato. Tornare a casa significava affrontare Paolo, che ultimamente era sospettoso, forse perché aveva sentito qualche pettegolezzo in paese. Ma restare lì, con quel tizio che la guardava come se volesse mangiarla, era pericoloso. Alla fine, aveva detto: “Resto, tanto non ho niente da fare.” Riccardo aveva sogghignato. “Bene. Ti faccio compagnia, allora.”

La tensione era salita piano, quasi impercettibilmente. Lui le aveva offerto una birra calda da un frigo scassato, e mentre parlavano del più e del meno, le sue battute si erano fatte sempre più sfacciate. “Scommetto che tuo marito non sa nemmeno dove mettere le mani, su una come te,” aveva detto a un certo punto, fissandola dritto negli occhi. Beatrice era arrossita, ma aveva riso, cercando di sembrare disinvolta. “E tu che ne sai di come sono io?” aveva ribattuto, ma la sua voce era tremata un po’. Riccardo si era avvicinato, appoggiandosi al muro accanto a lei. “Lo vedo. Hai fame. E non di cibo.”

Il primo contatto era stato un tocco casuale: lui le aveva sfiorato il braccio passando, ma la sua mano era rimasta lì un secondo di troppo. Beatrice aveva sentito un brivido, e il cuore le era partito a mille. Una parte di lei voleva scappare, tornare alla sua vita noiosa ma sicura. Un’altra parte, quella che urlava più forte, voleva vedere dove sarebbe andata a finire quella storia. “Non dovrei,” aveva pensato, ma quando Riccardo le aveva messo una mano sulla coscia, non si era tirata indietro.

I preliminari erano iniziati in modo lento, quasi goffo, come se entrambi stessero testando il terreno. Lui le aveva accarezzato la gamba, risalendo verso l’interno coscia, mentre lei tratteneva il fiato. “Se vuoi che mi fermo, dimmelo,” aveva mormorato Riccardo, con quella voce che sembrava un ringhio. Ma Beatrice non aveva detto niente. Si era lasciata baciare, un bacio rude, con la lingua che le invadeva la bocca senza troppi complimenti. Le mani di lui erano ovunque, le strizzavano il culo, le palpavano le tette attraverso la camicetta, facendola ansimare. “Cazzo, sei una bomba,” aveva grugnito Riccardo, mentre le slacciava i jeans e glieli abbassava fino alle ginocchia. Lei si era sentita esposta, vulnerabile, ma eccitata da morire. Le mutandine erano già bagnate, e quando lui ci aveva infilato una mano dentro, sfiorandole il clitoride con le dita ruvide, Beatrice aveva gemuto senza riuscire a controllarsi.

Nel frattempo, senza che loro lo sapessero, Paolo era arrivato all’officina. Aveva sentito delle voci in paese, dei commenti su sua moglie che “andava in giro a fare la furba”. Non ci aveva voluto credere, ma il dubbio lo rodeva. Parcheggiando lontano, si era avvicinato a piedi, furtivo, fino a una finestra sporca sul retro dell’officina. Da lì, attraverso il vetro appannato, poteva vedere tutto. E quello che aveva visto gli aveva gelato il sangue, ma allo stesso tempo gli aveva fatto venir duro come non gli capitava da anni. Beatrice era in ginocchio davanti a Riccardo, con i jeans calati, che cercava di succhiare un cazzo enorme, spesso come un pugno, lungo almeno ventidue centimetri. Non ci riusciva quasi, la bocca spalancata al massimo, le mani che lo stringevano alla base. Riccardo le teneva la testa, spingendo piano, grugnendo: “Brava, così, dai, ce la fai.”

Paolo, nascosto tra scatole e attrezzi, si era sentito umiliato, ma anche perversamente eccitato. Aveva tirato fuori il suo cazzo, medio e niente di speciale, e aveva iniziato a segarsi piano, con lo sguardo fisso su sua moglie che si dava da fare con un altro. Non riusciva a distogliere gli occhi.

Dentro, le cose si erano scaldate. Riccardo aveva tirato su Beatrice, facendola appoggiare al cofano della macchina. Le aveva abbassato le mutandine fino alle caviglie, lasciandola con il culo all’aria, e le aveva dato uno schiaffo forte sulla natica sinistra, facendola sobbalzare. “Ti piace, eh?” aveva detto, e lei aveva annuito, ansimando. Poi lui si era messo dietro di lei, il cazzo duro che spuntava dai pantaloni abbassati, e aveva iniziato a strusciarsi tra le sue cosce, senza ancora penetrarla. Beatrice tremava, il respiro corto, mentre sentiva quella bestia di carne premere contro di lei. “Mio marito ce l’ha piccolo… questo mi spacca,” aveva gemuto, quasi senza rendersene conto. Riccardo aveva riso, un riso sporco, e poi l’aveva penetrata, piano all’inizio, ma con decisione.

La sensazione era stata travolgente per lei. Quel cazzo la riempiva completamente, spingendo contro le pareti interne, facendola sentire aperta come mai prima. Ogni spinta era un mix di dolore e piacere, e Beatrice non riusciva a trattenere i gemiti, che rimbombavano nell’officina vuota. Riccardo la teneva per i fianchi, affondando con ritmo costante, il suono dei loro corpi che sbattevano l’uno contro l’altro che si mescolava all’odore di sudore e sesso. “Cazzo, sei stretta, mi fai impazzire,” aveva ringhiato lui, dandole un altro schiaffo sul culo, lasciando un segno rosso sulla pelle chiara.

Avevano cambiato posizione più volte. Prima l’aveva girata, mettendola di schiena sul cofano, con le gambe spalancate, mentre le penetrava guardandola negli occhi, godendosi ogni smorfia di piacere sul suo viso. Poi l’aveva fatta scendere, mettendola a pecora sul pavimento freddo, con le mani appoggiate a una cassa di attrezzi. In quella posizione, Riccardo la scopava con più forza, i colpi secchi che le facevano ballare le tette sotto la camicetta ancora mezza abbottonata. Beatrice urlava ormai, senza vergogna, il piacere che le esplodeva dentro a ogni affondo. “Sto per venire, cazzo, non fermarti!” aveva gridato, e lui aveva accelerato, portandola all’orgasmo con un ultimo colpo profondo. Lei aveva urlato, il corpo che si contraeva, le gambe che tremavano mentre veniva.

Dall’altra parte della finestra, Paolo aveva raggiunto il limite. Vedere sua moglie così, abbandonata al piacere con un altro, lo aveva mandato fuori di testa. Era venuto in silenzio, il seme che schizzava contro il muro sporco dell’officina, il cuore che gli martellava nel petto. Si era tirato su i pantaloni in fretta, con le mani che tremavano, e se n’era andato prima che qualcuno lo vedesse.

Beatrice, ancora ansimante, si era rivestita piano, con Riccardo che le dava una pacca sul culo come per dire “brava, alla prossima”. “La macchina è pronta. E non ti faccio pagare niente,” aveva detto lui, con un sorrisetto. Lei aveva annuito, troppo sconvolta per rispondere, ed era tornata a casa. Quando era entrata, Paolo era sul divano, con la faccia impassibile. “Tutto a posto con l’auto?” aveva chiesto, come se niente fosse. “Sì, tutto ok. Riparata gratis,” aveva risposto lei, evitando il suo sguardo. Quella notte, mentre Beatrice dormiva, Paolo si era chiuso in bagno. Nella penombra, con la porta chiusa a chiave, si era masturbato di nuovo, ripensando a quello che aveva visto. L’immagine di sua moglie a pecora, scopata da un altro, lo eccitava più di quanto avrebbe mai ammesso.

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