Racconti Piccanti
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La cena da martina e pietro

La cena da martina e pietro

09 Marzo 2026·4 min di lettura

Ho 33 anni e sto con lo stesso ragazzo da sette. All’inizio andava bene, poi è diventato tutto routine, silenzi, scopate frettolose quando capitava, e alla fine neanche quelle. Non lo sopporto più. Non lo lascio ancora perché… boh, abitudine, paura del casino, mutuo a metà. Ma dentro mi rodeva una voglia feroce di sentirmi desiderata, usata, riempita come si deve.

Li ho conosciuti online, in una chat per coppie aperte. Martina e Pietro. Lei 35, capelli corti neri, tatuaggio sul fianco, sguardo che ti spoglia senza parlare. Lui 38, fisico da palestra ma non esagerato, voce calma, mani grosse. Hanno iniziato a scrivermi insieme, prima cose soft, poi foto, poi descrizioni di cosa mi avrebbero fatto. Mi mandavano messaggi tipo “ti immagini le nostre lingue tutte e due sulla tua fica mentre ti teniamo ferma?”. Io rispondevo bagnata sotto le coperte, col ragazzo che russava di fianco.

Dopo un mese mi hanno invitata a cena da loro. Casa in periferia ma bella, appartamento grande, mobili di design, tappeto persiano enorme in salotto che costa più della mia auto. Sono arrivata un venerdì sera con la pioggia, trench sopra un vestito nero semplice, tacchi, mutandine di pizzo nero che mi ero comprata apposta.

Mi hanno aperto insieme. Martina mi ha baciata sulla guancia, ha inspirato il mio profumo e ha detto «oddio che buon odore». Pietro mi ha preso la mano, l’ha stretta un secondo di troppo. Sono entrata e ho sentito subito l’atmosfera: candele accese, musica jazz bassa, profumo di rosmarino e aglio dalla cucina.

Cena tranquilla ma elettrica. Risotto, vino rosso corposo, filetto. Parlavamo del più e del meno, ma ogni tanto Martina mi sfiorava il ginocchio sotto il tavolo, Pietro mi versava il vino guardandomi negli occhi. Ho raccontato del mio ragazzo, di come non mi tocca quasi più. Loro ascoltavano, annuivano, sorridevano complici. A un certo punto Martina ha detto «sai, stasera puoi prenderti tutto quello che ti manca». Ho sentito un calore partire dalla pancia e scendere.

Dopo il dolce – torta al cioccolato fondente – Martina si è alzata, ha tolto le scarpe scalciandole via e ha detto «venite di là, il divano è scomodo». Siamo passati in salotto. Il tappeto persiano era morbido sotto i piedi scalzi. Ci siamo buttati sopra senza dirlo. Io mi sono inginocchiata, loro si sono seduti ai lati.

Martina mi ha preso il viso con due mani e mi ha baciata. Labbra morbide, lingua che entrava subito lenta, girava nella mia bocca. Sapeva di vino e cioccolato. Ho risposto, le ho infilato le mani nei capelli corti. Pietro guardava, respirava pesante. Poi Martina mi ha girato la testa verso di lui. Pietro mi ha baciata più deciso, lingua profonda, mano che mi stringeva la nuca.

Mi hanno spogliata piano. Martina ha abbassato la zip del vestito da dietro, l’ha fatto scivolare giù. Reggiseno nero, mutandine coordinate. Mi ha slacciato il reggiseno, mi ha preso le tette da dietro, capezzoli tra pollice e indice, li ha tirati piano. Ho gemuto nella bocca di Pietro. Lui mi ha infilato una mano nelle mutandine, ha sentito quanto ero bagnata e ha riso piano contro le mie labbra: «cazzo, sei fradicia».

Mi sono tolta le mutandine da sola, ginocchia sul tappeto. Martina si è sdraiata sotto di me, mi ha aperto le cosce con le mani. Ha iniziato a leccarmi piano, lingua piatta che saliva dalla fessura fino al clito, poi succhiava forte. Io tremavo, le mani nei suoi capelli. Pietro si è messo dietro, mi ha spalancato le chiappe con i pollici, ci ha strusciato il cazzo duro sopra la fica, sul buchetto del culo, avanti e indietro. Ogni volta che passava sul clito io spingevo il bacino all’indietro.

Quando mi è entrato dentro l’ho sentito tutto: grosso, caldo, la cappella che apriva le labbra, poi lo stelo che scivolava fino in fondo. Ha iniziato a pompare lento, profondo, facendomi sbattere contro la bocca di Martina. Si sentiva il rumore bagnato della fica, la saliva di lei, i miei gemiti soffocati.

Dopo un po’ abbiamo cambiato. Mi sono sdraiata sulla schiena, gambe larghe. Martina si è messa a cavalcioni sulla mia faccia. Aveva la figa rasata, labbra gonfie, già lucida. Mi ha preso i capelli e si è abbassata sulla mia bocca. Ho iniziato a leccarla, lingua dentro, poi sul clito, succhiando piano. Lei gemeva forte, si strofinava. Pietro mi ha alzato le gambe sulle sue spalle e mi ha scopata di nuovo, colpi secchi, coglioni che sbattevano contro il culo. Martina si è chinata e ha baciato Pietro mentre lui mi scopava, le loro lingue sopra di me.

Poi è toccato a Pietro. Martina si è spostata, si è masturbata guardandoci. Pietro mi ha girata a pecora, mi ha preso per i fianchi e mi ha infilato dentro fino in fondo. Scopava forte, ritmo costante, ogni spinta mi faceva muovere le tette. Poi ho preso le dita di Martina, me le sono infilate in bocca mentre lui mi scopava. Poi ho leccato di nuovo la sua fica, succhiando il clito mentre venivo scopata.

Sono venuta prima io: la fica si è contratta forte intorno al cazzo di Pietro, gambe che tremavano, un gemito lungo che mi è uscito strozzato. Martina è venuta subito dopo, strofinandosi sulla mia lingua, bagnandomi il mento. Pietro ha continuato ancora un po’, poi si è tirato fuori e mi ha riempito la bocca. Ho ingoiato quasi tutto, il resto mi è colato sul labbro e sul tappeto.

Ci siamo accasciati sul persiano, sudati, appiccicosi, con l’odore di sesso ovunque. Il tappeto sotto la schiena era caldo, un po’ ruvido. Nessuno parlava. Solo respiri pesanti.

Dopo un po’ ho riso piano e ho detto: «Cazzo, mi avete sfondata nel modo giusto». Martina mi ha accarezzato la coscia e ha risposto: «La prossima volta ti teniamo tutta la notte». Pietro ha solo sorriso.

E io ho pensato: sì, la prossima volta.

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