Inculata dal fratellastro del mio fidanzato
Eccomi qui, in questa cazzo di festa in una villetta di periferia che puzza di birra versata e fumo stantio. Sono le undici di sera, la musica trap rimbomba nelle pareti scrostate, e io sono appoggiata a un muro con un bicchiere di plastica in mano, pieno di un miscuglio che sa di vodka e sciroppo per la tosse. Giuseppe, il mio ragazzo, è dall’altra parte della stanza, ride con i suoi amici, una mano in tasca e l’altra che agita una bottiglia. Non mi guarda nemmeno. Non che mi freghi più di tanto, ormai. Da settimane non faccio che pensare a un altro. Antonio. Il suo fratellastro. Ventinove anni, capelli corti, una cicatrice sul sopracciglio sinistro che gli dà un’aria da stronzo vissuto. È seduto su un divano sfondato, con una birra in mano, e parla con una tipa che gli ride addosso come una cretina. Ma i suoi occhi, ogni tanto, scivolano su di me. Lo so. Lo sento. E mi fa incazzare, ma anche bagnare, il modo in cui mi guarda e poi distoglie lo sguardo come se non gliene fregasse un cazzo.
Ho ventitré anni, non sono una santa, e non sono nemmeno una che si fa fregare facilmente. Ma con Antonio è diverso. È una specie di gioco malato che mi sono messa in testa. Voglio vedere fin dove arriva. Voglio che mi guardi e che capisca che non sono solo la “ragazzina” di suo fratello. Così, quando Giuseppe si distrae di nuovo, mi stacco dal muro e cammino verso il divano, i tacchi che picchiano sul pavimento appiccicoso. Indosso un vestito nero, corto, che mi tira un po’ sul culo. Lo so che si nota. E lo sa anche lui.
Mi fermo a due passi dal divano, incrocio le braccia e lo fisso. La tipa che gli stava parlando si zittisce, guarda prima me, poi lui, e capisce che è meglio levarsi di torno. Antonio alza lo sguardo, lento, e mi fa un mezzo sorriso che è più un ghigno. “Che c’è, Cri? Ti sei persa?” dice, con quella voce bassa che sembra sempre sul punto di insultarti.
“Non mi sono persa un cazzo,” rispondo, secca. “Mi sto annoiando. E tu sembri l’unico che non sta rompendo i coglioni con storie di calcetto.”
Ride, un suono corto e tagliente, poi si appoggia meglio al divano, le gambe larghe, come se mi stesse sfidando a sedermi vicino. “Siediti, allora. O hai paura che Giuseppe si incazzi?”
Non rispondo subito. Mi mordo il labbro, più per nervi che per fare la seduttrice del cazzo. Poi mi siedo, non proprio accanto a lui, ma abbastanza vicina da sentire l’odore della sua pelle misto a tabacco. “Giuseppe non si incazza. Non si accorge nemmeno che esisto, stasera,” dico, e c’è una nota di amarezza che non volevo far uscire. Merda.
Antonio beve un sorso di birra, senza togliermi gli occhi di dosso. “Povera piccola Cri. Vuoi che ti consoli?” Il tono è sarcastico, ma c’è qualcosa nei suoi occhi, un lampo che mi fa stringere le cosce senza volerlo.
“Vaffanculo,” gli dico, ma non mi alzo. Non mi muovo. E lui lo nota. Si avvicina appena, il suo ginocchio sfiora il mio, e io non mi sposto. Sento il calore attraverso la stoffa del vestito, e il cuore mi batte più forte. Non è solo eccitazione. È anche rabbia. Perché lo voglio, ma lo odio per come mi fa sentire. Come se fossi una ragazzina che gioca a un gioco più grande di lei.
“Attenta a come parli,” dice piano, quasi un sussurro, ma c’è una minaccia sotto, una che mi fa venire la pelle d’oca. “Non sono il tuo fidanzatino che si fa comandare a bacchetta.”
Non rispondo. Lo guardo e basta, e lui mi guarda indietro. Il silenzio tra noi è pesante, quasi soffocante. Poi, con un movimento lento, appoggia la birra sul tavolino e si alza. “Vieni con me un attimo,” dice, senza guardarmi. Non è una domanda. È un ordine. E io, come una cogliona, mi alzo e lo seguo.
Mi porta fuori, in un angolo del giardino sul retro, vicino a una specie di capanno che puzza di muffa e erba secca. Non c’è nessuno, solo il rumore attutito della musica che arriva dalla casa. Mi appoggio al muro del capanno, le braccia incrociate, e lo guardo. “Che vuoi, Antonio?” chiedo, cercando di sembrare più incazzata che nervosa.
Lui si avvicina, troppo. Il suo petto è a pochi centimetri dal mio, e sento il suo respiro, caldo, che sa di birra. “Smettila di fare la dura, Cri. Lo sappiamo tutti e due perché sei qui.”
Non dico niente. Non ci riesco. Ha ragione, e lo odio per questo. Mi appoggia una mano sul fianco, leggera, quasi casuale, ma il contatto mi brucia. “Dimmi di no,” sussurra, con quella voce che è un misto di sfida e scherno. “Dimmi di no e me ne vado.”
Ma non lo dico. Non voglio dirlo. Voglio che continui, anche se mi fa sentire una merda. La sua mano scivola più in basso, sotto l’orlo del vestito, e mi sfiora la coscia. Trattengo il respiro, e lui ride piano, un suono che mi fa venire voglia di tirargli uno schiaffo. O di baciarlo. “Lo sapevo,” dice. “Sei tutta un bluff.”
Le sue dita risalgono, lente, fino al bordo delle mutandine. Non mi muovo, ma dentro sto tremando. Non di paura. Di voglia. Di rabbia. Di tutto. “Non fare lo stronzo,” riesco a dire, ma la mia voce è più debole di quanto vorrei.
“Troppo tardi,” risponde, e mi spinge contro il muro, il suo corpo che preme contro il mio. Sento il suo cazzo, duro, attraverso i jeans, e mi scappa un gemito che cerco subito di soffocare. Lui lo sente, e il suo ghigno si allarga. “Shh, non farti sentire. Non vorrai che il tuo Giuseppe venga a cercarti, no?”
Mi bacia il collo, ruvido, i denti che graffiano appena, e io inclino la testa senza volerlo, dandogli più spazio. Le sue mani mi tirano su il vestito, il tessuto che si arrotola in modo goffo attorno ai fianchi. Mi abbassa le mutandine, lente, e io mi sento nuda, esposta, anche se siamo al buio. “Girati,” dice, e io lo faccio, appoggiando le mani al muro freddo. Sento il rumore della sua cintura che si slaccia, il metallo che sbatte, e poi le sue mani sui miei fianchi, che mi tengono ferma.
“Aspetta,” dico, ansimando un po’, ma non è una protesta. È solo che sto cercando di riprendere fiato, di capire che cazzo sto facendo. Lui si ferma, ma solo per un attimo. “Se vuoi smettere, dillo adesso,” dice, e c’è una durezza nella sua voce che mi fa capire che non sta scherzando. Ma non voglio smettere. Non posso.
“Non sto dicendo di smettere,” rispondo, girando appena la testa per guardarlo. “Sto dicendo che sei un bastardo.”
Ride, un suono basso, e poi si china su di me, il suo respiro caldo contro il mio orecchio. “E tu sei una troietta che si fa scopare dal fratello del suo ragazzo. Siamo pari.”
Le sue parole mi colpiscono come uno schiaffo, ma invece di incazzarmi mi eccitano ancora di più. È malato, lo so, ma non riesco a farci niente. Mi spinge in avanti, e sento la punta del suo cazzo che preme contro di me, non davanti, ma dietro. Mi irrigidisco, ma lui mi tiene ferma. “Tranquilla, Cri,” dice, con un tono che è quasi gentile, ma non del tutto. “La tua figa resta per il mio fratellino. Questo è solo per me.”
Non so se è il sarcasmo, o il modo in cui lo dice, ma mi fa venire un brivido che mi percorre tutta la schiena. “Sei un pezzo di merda,” sibilo, ma non mi muovo. Non voglio muovermi. Lui ride piano, e poi sputa sulla mano, lo sento, prima di passarla su di me, lubrificando in modo grezzo ma efficace. È umiliante, ma anche necessario, e io stringo i denti mentre lui inizia a spingere, lento, dentro di me.
Fa male, all’inizio, un bruciore che mi fa serrare le mani contro il muro. “Respira,” dice, e per una volta non c’è scherno nella sua voce. È un ordine, ma è anche un consiglio. E io lo seguo, inspirando profondamente, mentre lui si muove piano, dandomi il tempo di abituarmi. “Brava,” sussurra, e quel tono mi fa stringere i muscoli, anche se non vorrei.
Dopo un po’, il dolore si attenua, sostituito da una sensazione strana, piena, che non so descrivere. Lui aumenta il ritmo, le sue mani che mi tengono i fianchi così forte che so che domani avrò i segni. “Cazzo, sei stretta,” dice tra i denti, e io non rispondo, non ci riesco. Posso solo ansimare, i miei respiri che si mescolano ai suoi, al suono dei suoi fianchi che sbattono contro di me. È crudo, sporco, e non c’è niente di romantico in questo. Ma è esattamente quello che voglio.
“Non stringere così forte il muro,” dice a un certo punto, con un tono che è quasi una risata. “Sembri sul punto di crollare.”
“Fottiti,” riesco a dire, ma la mia voce è spezzata, e lui lo sa. Continua a muoversi, il ritmo che diventa più rapido, più duro, e io sento il calore che si accumula dentro di me, una tensione che non so quanto riuscirò a reggere. Ogni spinta è precisa, calcolata, e il suo respiro è irregolare, ma controllato. Sta cercando di non cedere prima di me, e lo odio per questo. Ma allo stesso tempo, voglio che continui.
“Dimmi che ti piace,” dice, e non è una domanda. È un ordine, ma io non voglio dargli questa soddisfazione. “Col cazzo,” rispondo, ansimando, e lui ride di nuovo, un suono che mi fa venire voglia di urlare. “Lo sento, Cri. Non serve che lo dici.”
E ha ragione. Lo sente dal modo in cui il mio corpo reagisce, dal modo in cui mi spingo indietro contro di lui, anche se non vorrei. È una battaglia, ma sto perdendo. E quando finalmente vengo, è un’esplosione silenziosa, un tremito che mi scuote tutta, e lui lo sente, perché rallenta appena, lasciandomi riprendere fiato. Ma non si ferma. Continua, fino a quando non lo sento irrigidirsi, il suo respiro che diventa un grugnito soffocato, e poi si ferma, dentro di me, per un lungo momento.
Restiamo così, in silenzio, per qualche secondo. Il suo petto contro la mia schiena, il suo respiro pesante contro il mio collo. Poi si tira indietro, lento, e io mi appoggio al muro, cercando di riprendere fiato. Mi tiro su le mutandine con mani che tremano un po’, e lui si sistema i jeans, senza guardarmi.
“Non dire niente a Giuseppe,” dico, con una voce che è più stanca che minacciosa. Lui mi guarda, un sopracciglio alzato, e poi fa quel ghigno che odio. “Tranquilla, Cri. Il tuo segreto è al sicuro. Tanto, lo sappiamo solo noi quanto sei brava a tenere la bocca chiusa.”
Mi fa incazzare, ma non riesco a non ridere, un suono corto e amaro. Me ne vado senza dire altro, tornando verso la festa, con le gambe che tremano ancora un po’. Non so cosa succederà domani, o se succederà di nuovo. Ma una cosa è sicura: non me ne pento. Nemmeno un po’.
