Racconti Piccanti
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Un cazzo sconosciuto in autogrill

Un cazzo sconosciuto in autogrill

11 Marzo 2026·7 min di lettura

Lucia aveva 28 anni, un lavoro stressante in un’agenzia di marketing e un fidanzato, Matteo, che ultimamente sembrava più un coinquilino che un amante. Era appena tornata da una trasferta a Bologna, due giorni di riunioni infinite, e guidava sulla A1 con la stanchezza che le pesava sulle spalle. Erano le nove di sera, il cielo era scuro e l’autogrill di Roncobilaccio era l’ultima fermata prima di arrivare a casa, a Firenze. Decise di fermarsi per un caffè e sgranchirsi le gambe. Indossava un tailleur grigio un po’ stropicciato, i capelli castani legati in una coda spettinata e un’espressione che urlava “non ne posso più”.

Nell’area di servizio c’era poca gente: un paio di camionisti al bancone, qualche famiglia stanca e un uomo, sulla cinquantina, seduto in un angolo con una tazza di caffè davanti. Era elegante in modo quasi fuori posto per un autogrill: giacca scura, camicia bianca sbottonata sul collo, capelli brizzolati curati e un’aria di chi sa cosa vuole dalla vita. Lucia lo notò subito mentre pagava il suo espresso. Lui la guardò, un’occhiata breve ma intensa, di quelle che ti fanno sentire osservata senza imbarazzo. Lei distolse lo sguardo, ma un sorrisetto le sfuggì. “Che ci fa un tipo così in un posto del genere?” pensò, sorseggiando il caffè.

Uscì fuori a fumare una sigaretta, appoggiata al muro vicino alla sua macchina. Lui comparve poco dopo, con una sigaretta tra le dita, e si avvicinò con passo tranquillo. “Posso chiederti un accendino?” chiese, voce profonda, un accenno di accento del Nord. Lucia glielo passò, guardandolo meglio: occhi scuri, mascella squadrata, qualche ruga che lo rendeva più interessante che vecchio. “Grazie. Sei di passaggio o ti fermi spesso in posti come questo?” continuò lui, con un tono che non era invadente ma nemmeno banale. “Di passaggio. E tu? Sembri troppo… curato per un autogrill,” rispose lei, un po’ ironica. Lui rise, una risata breve e secca. “Affari. Ma ogni tanto una pausa ci vuole. E tu sei una bella pausa per gli occhi.”

Lucia arrossì appena, ma non si tirò indietro. Era stanca, sì, ma anche annoiata. Matteo non la guardava più con desiderio da mesi, e quel complimento, per quanto scontato, le fece battere il cuore un po’ più forte. “Grazie, ma non sono in vendita,” replicò, scherzando. Lui sorrise, tirando una boccata. “Non sto comprando. Solo guardando. Per ora.” La tensione tra loro crebbe, palpabile come il fumo che si alzava dalle sigarette. Lei si sentiva in bilico: da una parte il pensiero di Matteo, dall’altra quella voglia improvvisa di fare qualcosa di stupido, di vivo. Quando lui le sfiorò il braccio per restituirle l’accendino, quel contatto leggero le fece venire la pelle d’oca. “Se cambi idea, sono parcheggiato laggiù,” disse lui, indicando un’auto nera a una decina di metri, prima di allontanarsi con calma.

Lucia rimase lì, combattuta. “Che cazzo sto pensando?” si disse, ma il suo corpo già rispondeva. Le sembrava una follia, ma proprio per questo la attirava. Spense la sigaretta e, quasi senza riflettere, camminò verso l’auto di lui. Lo trovò appoggiato al cofano, che la guardava con un mezzo sorriso. “Allora hai cambiato idea,” disse, senza tono di trionfo, solo constatando un fatto. “Non lo so. Forse sì. Ma niente nomi, niente stronzate. Solo… vediamo che succede,” rispose lei, con il cuore in gola. Lui annuì, aprendo la portiera posteriore. “Sali.”

Dentro l’auto c’era odore di cuoio e di un profumo maschile, intenso ma non invadente. Si sedettero vicini, le loro gambe quasi si sfioravano. Lui le posò una mano sulla coscia, sopra il tessuto della gonna, e la guardò negli occhi. “Se vuoi fermarti, dillo. Ma se vuoi andare avanti, non mi tiro indietro.” Lucia deglutì, sentendo il calore di quella mano. “Vai avanti,” mormorò. Lui le accarezzò la coscia, salendo piano, mentre con l’altra mano le sfiorava il collo. Lei chiuse gli occhi, lasciando che il desiderio prendesse il sopravvento. Quando lui si chinò a baciarla, le loro labbra si incontrarono con una fame che non si aspettava. La lingua di lui era decisa, esplorava la sua bocca con un ritmo che la fece gemere piano. Le mani di Lucia si posarono sul suo petto, sentendo i muscoli sotto la camicia.

“Sei sicura?” le chiese, staccandosi un attimo. “Non rompermi il cazzo con le domande. Continua,” rispose lei, con un sorrisetto. Lui rise e le sollevò la gonna, scoprendo le cosce pallide e il bordo delle mutandine nere. Le accarezzò l’interno coscia, facendola rabbrividire, poi si abbassò, inginocchiandosi tra i sedili. “Vediamo quanto ti piace,” disse, con un tono che mescolava ironia e voglia. Le abbassò le mutandine con un gesto lento, guardandola mentre lo faceva. Lucia si sentiva esposta, ma anche eccitata da morire. Lui le divaricò le gambe con delicatezza, posandole sulle sue spalle, e si avvicinò. Il primo contatto della sua lingua sulla figa la fece sobbalzare. Era caldo, umido, e si muoveva con una sicurezza che la mandava fuori di testa. Le leccava il clitoride con movimenti circolari, poi scendeva lungo le grandi labbra, succhiando piano. “Cazzo, sei bravo,” gemette lei, afferrandogli i capelli. Lui non rispose, ma intensificò il ritmo, infilando due dita dentro di lei mentre continuava a leccarla. Lucia si inarcò contro il sedile, ansimando, sentendo il piacere montare come un’onda. “Non fermarti, ti prego,” sussurrò, e lui obbedì, portandola sempre più vicina all’orgasmo. Quando venne, fu un’esplosione, un urlo strozzato che riempì l’abitacolo. Lui si rialzò, pulendosi la bocca con il dorso della mano, un sorriso soddisfatto sul volto.

“Ora tocca a me,” disse, slacciandosi la cintura. Lucia, ancora con il fiato corto, annuì. Lui si tirò giù i pantaloni e i boxer, rivelando un cazzo già duro, non enorme ma ben proporzionato, con una vena che pulsava lungo l’asta. Lei lo guardò per un attimo, poi si abbassò, prendendolo in mano. “Niente preservativo?” chiese, con un sopracciglio alzato. “Ho tutto in regola. E tu?” rispose lui. Lei esitò un secondo, poi decise di fidarsi. “Ok, ma fai piano all’inizio.” Si posizionò sopra di lui, a cavalcioni, mentre lui le teneva i fianchi. La gonna era ancora arrotolata in vita, la camicetta sbottonata mostrava il reggiseno nero. Lucia si abbassò piano, sentendo la punta del suo cazzo sfiorarle l’entrata. Era ancora bagnata fradicia, e quando lo fece entrare, scivolò dentro senza fatica. “Cazzo, sei stretta,” grugnì lui, stringendole i fianchi. Lei iniziò a muoversi, su e giù, con un ritmo lento ma profondo, sentendo ogni centimetro di lui dentro di sé. I loro respiri si mescolavano, pesanti, mentre l’auto si riempiva di gemiti e del suono dei loro corpi che sbattevano insieme. “Ti piace così?” chiese lui, con voce roca, guardandola negli occhi. “Sì, cazzo, spingi di più,” rispose lei, appoggiandosi con le mani sulle sue spalle. Lui le obbedì, muovendo i fianchi verso l’alto, scopandola con colpi decisi. Lucia sentiva il piacere crescere di nuovo, il clitoride che sfregava contro di lui a ogni movimento. “Sto per venire di nuovo,” ansimò, e lui annuì, accelerando. Quando l’orgasmo la colpì, lei si abbandonò contro di lui, tremando, mentre lui continuava a muoversi dentro di lei.

“Girati, voglio vederti il culo,” disse lui, con un tono che non ammetteva repliche. Lucia, ancora intontita, si alzò e si voltò, appoggiandosi con le mani al sedile anteriore, il culo in alto. Lui le accarezzò le natiche, poi la penetrò di nuovo da dietro, con un colpo secco che la fece gemere forte. “Cazzo, così mi sfondi,” disse lei, ridendo tra un ansimo e l’altro. “Ti piace, eh?” rispose lui, scopandola con un ritmo costante, le mani che le stringevano i fianchi. L’odore di sesso e sudore riempiva l’abitacolo, i loro gemiti si mescolavano al rumore delle sue palle che sbattevano contro di lei. Dopo qualche minuto, lui rallentò. “Sto per venire. Dove lo vuoi?” chiese, ansimando. “In faccia. Fammi vedere quanto ne hai,” rispose lei, voltandosi e inginocchiandosi davanti a lui. Lui si tirò fuori, masturbandosi veloce mentre lei lo guardava, la bocca socchiusa. Quando venne, fu un’esplosione: schizzi caldi e abbondanti le colpirono il viso, le guance, il mento, persino i capelli. “Porca troia, sei pieno,” disse lei, ridendo, mentre si puliva con le dita. Lui ansimò, appoggiandosi al sedile, esausto ma soddisfatto. “Non male per un autogrill, no?” disse, con un sorrisetto.

Lucia si sistemò alla bell’e meglio, abbassandosi la gonna e pulendosi con un fazzoletto che trovò nella borsa. Non c’era imbarazzo, solo una strana complicità. “Beh, direi che questa pausa è finita,” disse, aprendo la portiera. Lui annuì, tirandosi su i pantaloni. “Se passi di nuovo da qui, sai dove trovarmi.” Lei rise, scendendo dall’auto senza aggiungere altro, con il sapore di lui ancora sulla pelle e un misto di adrenalina e appagamento che la accompagnò fino a casa.

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