Sono la sua troia
Mi chiamo Claudia, ho cinquantadue anni compiuti a novembre scorso e da quasi due anni sono la troia sottomessa di Lorenzo, il figlio ventisei di Elena, la mia migliore amica dai tempi del liceo.
Non c’è modo di dirlo in maniera più morbida o dignitosa: sono diventata la sua puttana personale, la sua vecchia troia da sfondare, e ogni volta che ci penso mi tremano le cosce e sento pulsare tra le gambe come se avessi di nuovo vent’anni.
È iniziato per caso, o almeno così voglio raccontarmelo. Elena mi aveva chiesto di ospitare Lorenzo per qualche mese mentre lui finiva il master e cercava lavoro a Milano. Io vivevo sola da quando mio marito se n’era andato con una più giovane, casa grande, troppo grande, quindi ho detto di sì senza pensarci due volte. Lui era educato, bello da morire – alto, spalle larghe, occhi verdi come quelli della madre da ragazza – e io, che da anni non facevo sesso con nessuno che non fosse un vibratore, ho iniziato a guardarlo troppo a lungo quando usciva dalla doccia con l’asciugamano basso sui fianchi.
Una sera d’estate, dopo cena, ero in cucina a lavare i piatti con un vestitino leggero, senza reggiseno perché faceva caldo. Lui è entrato in silenzio, si è messo dietro di me, mi ha appoggiato il cazzo duro contro il culo attraverso i pantaloncini e mi ha sussurrato all’orecchio:
«Zia Claudia… lo sai che ti guardo da settimane mentre ti cambi la biancheria con la porta socchiusa?»
Non ho avuto il tempo di rispondere. Mi ha girata, mi ha preso il viso con una mano sola e mi ha baciata in un modo che nessuno mi aveva mai baciata: lingua profonda, morsi sul labbro, l’altra mano già sotto il vestito a stringermi un capezzolo fino a farmi gemere forte.
Da quella sera non siamo più tornati indietro.
Ora ci vediamo due, tre volte a settimana, quasi sempre a casa mia quando Elena è fuori città o quando Lorenzo dice che “deve studiare da solo”. Ma studiare non lo fa mai.
Mi lega. Sempre.
Predilige le corde di cotone morbido rosso scuro che compra apposta su internet. Mi fa mettere nuda in ginocchio sul tappeto del salotto, le mani dietro la schiena, polsi incrociati e legati stretti, poi le caviglie unite, poi ancora le cosce legate alle caviglie in modo che resti aperta, esposta, incapace di chiudere le gambe. A volte mi passa una corda intorno al collo come un guinzaglio leggero, non stringe quasi mai, ma basta la sensazione per farmi bagnare all’istante.
Una volta legato mi lascia lì per dieci, quindici minuti mentre lui si spoglia lentamente, si versa un bicchiere di vino, accende una sigaretta elettronica e mi guarda. Parla piano, con quella voce bassa che mi fa venire la pelle d’oca.
«Lo sai, Claudia, che un giorno ti porterò al mare in agosto, in spiaggia piena di gente, e ti farò sdraiare a pancia in giù con un pareo sopra. Sotto non avrai niente. Io mi metterò dietro di te, fingerò di spalmarti la crema solare e invece ti spalmerò il lubrificante sul buco del culo. Lentamente. Con due dita, poi tre. E tu dovrai stare zitta mentre la gente passa a due metri da noi.»
Io tremo. Letteralmente tremo. Le cosce mi tremano, il respiro diventa corto, sento il clitoride gonfiarsi senza che nessuno lo tocchi.
Lui continua, si avvicina, mi accarezza i capelli come se fossi un animale domestico.
«Oppure ti porto al cinema d’essai, quello piccolo dietro Brera. Posti in fondo. Ti faccio sedere sulle mie ginocchia, gonna larga, niente mutandine. Mentre il film parte ti apro le chiappe con le mani e ti infilo il plug grosso, quello nero con la base larga. Lo spingo dentro piano piano mentre tu cerchi di non gemere. E ogni volta che la sala ride o applaude io spingo più forte, fino in fondo. Poi ti tengo lì per due ore, con il culo pieno, mentre guardiamo il film.»
Non l’abbiamo mai fatto. Mai. Non siamo mai usciti da casa mia per fare queste cose. Ma lui le descrive con una calma crudele, con dettagli precisi – il rumore della zip che si abbassa, l’odore di crema solare misto a sudore, il modo in cui il plug mi allargherebbe, il rischio che qualcuno si giri e veda – e io perdo completamente il controllo.
Quando finalmente si decide a scoparmi il culo è già bagnatissimo lì dietro, perché sono ore che ci penso e che gocciolo. Usa sempre tanto lubrificante, ma entra lo stesso con una pressione lenta e inesorabile. È grosso, più grosso di mio marito, e a cinquantadue anni il mio culo non è più elastico come una volta. Ogni centimetro è una piccola resa, un piccolo “sì, sono la tua troia vecchia e arrapata”.
Mi sfonda tenendo le mani sui miei fianchi legati, spingendo fino in fondo con un colpo secco che mi strappa un urlo soffocato. Poi rallenta, esce quasi del tutto, rientra piano, e ricomincia a parlarmi all’orecchio mentre mi scopa.
«Ti immagini se ora entrassero tua figlia e il suo fidanzato? Ti vedrebbero così, legata come una cagna in calore, con il culo spalancato dal cazzo del figlio della tua amica. Ti guarderebbero mentre vieni, perché stai per venire, vero troia?»
E io vengo. Sempre. Senza toccarmi il clitoride, solo con le sue parole sporche e il suo cazzo che mi riempie il culo fino alle palle. Piango mentre vengo, lacrime di vergogna e di piacere insieme, il corpo che si contrae intorno a lui, il respiro che si spezza.
Dopo, quando è venuto dentro di me (sempre dentro, mai fuori, dice che gli piace sapere che resto piena del suo sperma per ore), mi slega con calma. Mi fa sdraiare sul divano, mi pulisce con un asciugamano caldo, mi bacia la fronte e mi dice:
«Brava, Claudia. La mia troia preferita.»
E io, con il culo che ancora pulsa e le corde che mi hanno lasciato segni rossi sui polsi, gli sorrido come una scema e rispondo:
«Grazie, padrone.»
Poi resto lì, nuda, con le sue mani che mi accarezzano piano, mentre lui guarda il telefono e io penso alle porcate che mi ha raccontato e che non faremo mai… ma che mi faranno bagnare di nuovo domani, e dopodomani, e ogni volta che sentirò la sua voce dirmi:
«Stasera vieni da me alle nove. Nuda sotto il cappotto. E preparati, perché oggi ti racconto cosa ti farei in ascensore con tua sorella dentro.»
E io andrò. Sempre. Perché sono la sua troia. E non voglio smettere.
