Inculata dal giovane elettricista
Sono Laura, ho 42 anni e una vita che mi sta stretta. Sposata da quindici anni con Marco, un uomo che non mi guarda più, che non mi tocca più. Vivo in una villetta a schiera in un quartiere tranquillo, troppo tranquillo. Ogni giorno è uguale: lavoro in smart working, sistemo casa, preparo la cena, e Marco che rientra tardi, stanco, senza nemmeno un cazzo di sorriso. Sono frustrata, ho fame di qualcosa che non so neanche definire. Mi guardo allo specchio e vedo una donna ancora bella, con curve al posto giusto, ma mi sento spenta. Ho bisogno di una scintilla, di un fuoco che mi bruci dentro.
È un martedì mattina quando succede. Il quadro elettrico fa i capricci da giorni, e finalmente Marco si decide a chiamare un elettricista. Arriva un ragazzo, un apprendista mandato dalla ditta. Si chiama Luca, ha 19 anni, è alto, muscoloso, con tatuaggi che gli spuntano da sotto la maglietta aderente. Ha un sorriso sfacciato, di quelli che ti fanno sentire nuda anche con i vestiti addosso. Mi guarda dritto negli occhi mentre si presenta, con una voce bassa e un po’ roca: “Ciao, signora, sono qui per sistemarti tutto.” Quel “sistemarti” mi colpisce come un pugno nello stomaco. Lo faccio entrare, gli indico il quadro in cucina, ma non riesco a staccargli gli occhi di dosso. Cammina con sicurezza, i jeans stretti che gli segnano il culo sodo. Mi sorprendo a pensare a come sarebbe toccarlo, e mi odio per questo. Sono una donna sposata, cazzo, non dovrei nemmeno guardarlo. Ma il cuore mi batte forte, e tra le gambe sento un calore che non provavo da anni.
Mentre lui lavora, resto lì vicino, faccio finta di controllare il telefono, ma lo spio. Ogni tanto si gira e mi becca a fissarlo. Sorride, un ghigno da stronzo, e dice: “Che c’è, signora, ti piace quello che vedi?” Arrossisco, balbetto qualcosa, ma lui ride e continua a lavorare. Mi avvicino per offrirgli un bicchiere d’acqua, e quando glielo passo, le nostre mani si sfiorano. È un contatto banale, ma mi fa tremare. Lui lo nota, mi guarda negli occhi e dice: “Rilassati, non mordo. A meno che non me lo chiedi.” Vorrei mandarlo affanculo, dirgli che è un ragazzino impertinente, ma non ci riesco. Mi blocco, con la gola secca, e lui si avvicina di un passo. Sento il suo odore, un misto di sudore e colonia da due soldi, e mi gira la testa. “Smettila,” gli dico, ma la voce mi esce debole. Lui ride piano e si passa una mano tra i capelli: “Non sto facendo niente, sei tu che mi guardi come se volessi saltarmi addosso.” Ha ragione, e lo odio per questo. Ma non riesco a muovermi, resto lì, con il cuore che mi martella nel petto.
Poi succede. Finisce di sistemare il quadro, si pulisce le mani sui jeans e si avvicina ancora. Siamo a pochi centimetri, e io non so cosa fare. Mi dice: “Sai, signora, sembri una che non si diverte da un pezzo. Vuoi che ti faccio rilassare?” Lo guardo, incredula, ma il suo tono è così diretto, così sfacciato, che mi manda in tilt. Gli dico di no, che deve andarsene, ma lui non si muove. Mi tocca un braccio, piano, e io non lo fermo. La sua mano scivola lungo il mio fianco, e io chiudo gli occhi. “Brava, lasciati andare,” sussurra. Mi spinge contro il bancone della cucina, e io lo lascio fare. Mi bacia il collo, con una fame che mi fa gemere subito. Le sue mani sono dappertutto, mi stringono il culo, mi sollevano la gonna. Sono bagnata, cazzo, lo sento, e lui lo capisce. Mi guarda con quel sorrisetto da bastardo e dice: “Lo sapevo che eri una troia in calore.” Mi offendo, ma mi eccita da morire. Mi fa girare, mi spinge contro il bancone, e sento le sue dita infilarsi sotto le mutande. Mi tocca, lento, poi più forte, e io gemo come una disperata. “Ti piace, eh? Dimmi quanto lo vuoi,” ringhia. Non riesco a parlare, solo a mugolare, mentre mi sditalina con una mano e con l’altra mi tiene ferma. Sono un disastro, bagnata fradicia, e lui continua, senza fretta, facendomi impazzire.
Dopo un po’, mi fa voltare di nuovo. Mi guarda negli occhi e dice: “Voglio il tuo culo, signora. Lo vuoi anche tu, vero?” Non ho mai fatto una cosa del genere, mai con Marco, mai con nessuno. Dovrei dire di no, ma non ci riesco. Annuisco, con la voce che trema: “Sì, cazzo, fallo.” Lui ghigna, prende una foto di me e Marco dalla mensola, la mette sul tavolo davanti a me e dice: “Guarda il tuo cornuto mentre ti sfondo.” È sadico, è stronzo, ma mi eccita da morire. Mi piega sul tavolo, mi tira giù le mutande, e sento il freddo del legno contro la pancia. Mi spalma qualcosa di unto sul culo, forse olio da cucina, non lo so, e poi sento le sue dita che mi preparano, piano ma decise. Gemo, un po’ di dolore, un po’ di piacere, e lui mi insulta: “Troia, guarda come ti apri per me.” Poi lo sento, il suo cazzo duro che spinge. È lento all’inizio, ma fa male, cazzo, fa male. Stringo i denti, respiro forte, e lui mi tiene per i fianchi, mi parla sporco: “Brava, prendilo tutto, troietta del cazzo.” Quando è dentro, si ferma un attimo, lasciandomi abituare, poi inizia a muoversi. Prima piano, poi più forte, e io non capisco più niente. Il dolore si mischia a un piacere assurdo, profondo, che non avevo mai provato. Gemo, urlo quasi, e il suono dei nostri corpi che sbattono riempie la cucina. Sento il suo respiro pesante, i suoi insulti, il suo odore di sudore. Mi scopa il culo con una forza che mi fa tremare, e io guardo la foto di Marco, sentendomi una puttana, ma non mi importa. Voglio solo venire, e ci sto per riuscire. Lui accelera, mi stringe i fianchi così forte che so che avrò i lividi, e quando vengo, è come un’esplosione. Urlo, mi contraggo, e lui ride, continuando a spingere finché non lo sento venire anche lui, con un grugnito animalesco, riempiendomi.
Quando finisce, si tira fuori piano, e io resto lì, piegata sul tavolo, col fiatone. Mi sento vuota, distrutta, ma anche viva per la prima volta dopo anni. Lui si tira su i jeans, mi dà una pacca sul culo e dice: “Bel lavoro, signora. Se hai altri problemi, sai chi chiamare.” Non c’è dolcezza, non c’è niente, solo quel tono da stronzo che mi ha fatto perdere la testa. Mi tiro su, mi sistemo alla meglio, e lo guardo andare via. Non dico niente, non so nemmeno cosa pensare. Ma so che lo rivoglio, che non mi basta questo. La porta si chiude, e io resto in cucina, con l’odore di sesso nell’aria e un sorriso stupido in faccia. Non so cosa succederà, ma per ora mi va bene così.
