Racconti Piccanti
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Voglio la tua bocca, Giulia

Voglio la tua bocca, Giulia

10 Marzo 2026·4 min di lettura

Sono Giulia, ho 56 anni, e non pensavo che la mia vita potesse diventare un casino del genere. Vivo con mio marito Roberto da cinque anni, il mio secondo matrimonio, e con Antonio, il suo figlio di 20 anni. Roberto è spesso via per lavoro, e io e Antonio passiamo un sacco di tempo da soli in casa. All’inizio lo vedevo come un ragazzino, un po’ scontroso ma innocuo. Però, col passare dei mesi, ho iniziato a guardarlo in modo diverso. È alto, muscoloso, con quegli occhi scuri che sembrano sempre ridere di qualcosa. E io, che non sono una santa, ho cominciato a fantasticare. Ma mi sentivo una merda per questo. È il figlio di mio marito, Cristo santo.

Ultimamente, però, Antonio ha iniziato a provocarmi. Non so se lo fa apposta o se è solo il suo modo di fare, ma mi manda fuori di testa. Si gira per casa mezzo nudo, con quei boxer aderenti che non lasciano niente all’immaginazione. Mi fissa troppo a lungo, sorride in un modo che mi fa arrossire. L’altro giorno, mentre facevo il bucato, è entrato in lavanderia e si è appoggiato allo stipite della porta, guardandomi piegare le sue mutande. “Grazie, Giulia, sei proprio una mamma perfetta,” ha detto con quella voce bassa, quasi un ringhio. Ho sentito un calore tra le gambe, ma mi sono girata dall’altra parte, incazzata con me stessa. Non volevo dargli soddisfazione.

La tensione è andata avanti per settimane. Ogni tanto mi sfiorava per caso, tipo passandomi vicino in cucina e sfregandomi il braccio con il suo. Oppure mi chiedeva di aiutarlo con qualcosa, solo per starmi vicino. Io cercavo di ignorarlo, ma dentro di me ero un casino. Lo desideravo, ma mi faceva schifo desiderarlo. È troppo giovane, è famiglia, è sbagliato. Però più ci pensavo, più mi sentivo attratta. E lui lo sapeva, il bastardo.

Un pomeriggio, mentre Roberto era via per un viaggio di lavoro, ero in salotto a leggere un libro. Antonio è entrato, senza maglietta come al solito, con i pantaloncini da ginnastica che gli cadevano sui fianchi. Si è seduto sul divano vicino a me, troppo vicino. Sentivo il calore del suo corpo, l’odore del suo sudore fresco. Ha iniziato a parlare di stronzate, del calcio, di amici, ma io non ascoltavo. Ero concentrata sul suo ginocchio che sfiorava la mia coscia. Poi, di punto in bianco, si è zittito e mi ha guardata dritto negli occhi. “Giulia, voglio che mi fai un pompino,” ha detto, senza giri di parole. Sono rimasta di sasso. Ho sentito il sangue salirmi alla testa, un misto di rabbia e imbarazzo.

“Ma che cazzo dici, Antonio? Sei fuori di testa?” ho sbottato, alzandomi dal divano. Lui non si è mosso, ha solo sorriso, quel sorriso sfacciato che mi fa incazzare ancora di più. “Dai, non fare la finta tonta. Ti vedo come mi guardi. Lo vuoi anche tu.” Ho cercato di rispondere, ma le parole mi si sono inceppate in gola. Ero furiosa, ma una parte di me, una parte che odiavo, era eccitata da morire. Ho incrociato le braccia, cercando di mantenere il controllo. “Sei un ragazzino, Antonio. E sei il figlio di Roberto. Smettila subito.”

Abbiamo discusso per almeno mezz’ora. Lui non mollava, continuava a insistere, a dirmi che non c’era niente di male, che era solo una cosa tra noi, che nessuno lo avrebbe saputo. Io ribattevo, gli dicevo che era una follia, che mi stava mettendo in una posizione di merda. Ma più parlava, più sentivo la mia resistenza cedere. Alla fine, stanca, confusa, e con una voglia che non riuscivo più a ignorare, ho abbassato lo sguardo. “Solo questo, e poi non ne parliamo più,” ho mormorato, odiandomi per averlo detto.

Mi sono inginocchiata davanti a lui, sul tappeto del salotto. Antonio si è abbassato i pantaloncini, tirando fuori il cazzo già duro. Era grosso, più di quanto immaginassi, e mi sono sentita avvampare. Ho esitato, con le mani tremanti, ma lui mi ha messo una mano sulla nuca, spingendomi piano verso di lui. “Dai, Giulia, non fare la timida,” ha detto con quella voce roca. Ho chiuso gli occhi e l’ho preso in bocca, sentendo il sapore salato della sua pelle. Ho iniziato a muovermi lentamente, succhiando piano, mentre lui gemeva piano sopra di me. “Cazzo, sì, così,” continuava a ripetere, stringendomi i capelli. Il suo odore, un misto di sudore e maschio, mi riempiva le narici, e i suoi gemiti mi facevano perdere la testa.

Ho accelerato il ritmo, muovendo la lingua lungo l’asta, mentre con una mano gli stringevo la base. Lui ansimava sempre più forte, spingendomi la testa con più forza. “Porca troia, Giulia, sei bravissima,” ha ringhiato, e quelle parole, così crude, mi hanno fatto bagnare ancora di più. Sentivo il suo cazzo pulsare nella mia bocca, i suoi fianchi che si muovevano avanti e indietro, scopandomi la bocca senza ritegno. Ogni tanto mi fermavo per riprendere fiato, con la saliva che mi colava sul mento, ma lui mi tirava subito indietro, voglioso di continuare.

Dopo un po’, ha iniziato a tremare, i gemiti si sono fatti più gutturali. “Sto per venire, cazzo,” ha detto, e io ho provato a tirarmi indietro, ma lui mi ha tenuta ferma. È esploso con un grugnito, schizzandomi in faccia, caldo e appiccicoso. Ho sentito il suo sperma colarmi sulla pelle, mentre lui ansimava, rilassandosi contro il divano. Mi sono pulita con il dorso della mano, ancora inginocchiata, con il cuore che mi batteva all’impazzata. Non provavo vergogna, non in quel momento. Ero solo… vuota, ma soddisfatta.

Mi sono alzata in silenzio, senza guardarlo negli occhi. “Non dire niente a nessuno,” ho borbottato, andando verso il bagno per lavarmi. Dietro di me, l’ho sentito ridere piano. “Tranquilla, Giulia. Questo resta tra noi.” Non so cosa succederà adesso, ma una cosa è certa: quel desiderio che mi bruciava dentro è ancora lì, e non so se riuscirò a spegnerlo.

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