Inginocchiata per il capo di casa
Mi chiamo Giulia, ho 22 anni e da un mese lavoro nella ditta di famiglia. Non è una gran cosa, solo una piccola azienda di forniture per uffici che mio padre, Alessandro, gestisce da una vita. Lui ha 56 anni, un uomo che si fa notare: alto, capelli brizzolati, sempre in giacca e cravatta, con un sorriso che ti fa sentire o una regina o una nullità, a seconda di come gli gira. È un narcisista, lo so, l’ho sempre saputo. Ma c’è qualcosa in lui, un modo di parlare, di guardarti, che ti fa venir voglia di accontentarlo, di dimostrargli che vali. Con me, da quando ho iniziato a lavorare qui, è stato un misto di severità e attenzioni strane, di quelle che ti fanno sentire speciale ma anche un po’ a disagio.
All’inizio era solo lavoro. Io in ufficio a fare fatture, rispondere al telefono, imparare le basi. Papà, o meglio Alessandro – perché qui dentro lo chiamo così, come tutti – mi spiegava tutto con una pazienza che non gli avevo mai visto a casa. “Giulia, devi essere precisa, il mondo degli affari non perdona,” mi diceva, con quella voce profonda che sembra un ordine anche quando è un consiglio. Poi sono iniziate le trasferte. Piccoli viaggi di un giorno per incontrare clienti, solo io e lui in macchina per ore. Lì ha iniziato a cambiare tono. “Sei intelligente, sai, ma devi imparare a muoverti nel mondo degli adulti. Ti insegno io.” E mentre lo diceva, mi metteva una mano sulla spalla, un tocco che durava un po’ troppo, che mi faceva venire i brividi ma non in senso negativo. Mi sentivo importante, come se davvero stessi diventando qualcuno sotto i suoi occhi.
In quelle trasferte i complimenti sono diventati ambigui. “Hai un bel modo di presentarti, Giulia, sai catturare l’attenzione,” mi diceva guardandomi dritto negli occhi, con un sorrisetto che non era solo paterno. Io arrossivo, ridevo per spezzare l’imbarazzo, ma dentro di me sentivo una specie di calore, un misto di vergogna e curiosità. Perché lo lasciavo fare? Perché una parte di me voleva che continuasse. Mi piaceva essere al centro della sua attenzione, mi piaceva che mi vedesse come una donna e non solo come sua figlia. Era sbagliato, lo sapevo, ma non riuscivo a staccarmi da quella sensazione.
Una sera, dopo una giornata lunga, siamo rimasti in ufficio oltre l’orario. Erano le otto passate, tutti gli altri se n’erano andati. Eravamo nella sua stanza, una scrivania enorme al centro, carte sparse ovunque, l’odore di caffè freddo nell’aria. Stavamo rivedendo una presentazione per un cliente importante. Io ero nervosa, non volevo fare figuracce, e lui lo sapeva. “Giulia, rilassati, sei brava, ma devi fidarti di me,” mi ha detto, seduto sulla sua poltrona, con le gambe accavallate come un re sul trono. Mi ha fatto un cenno con la mano. “Vieni qui, voglio mostrarti una cosa.”
Mi sono avvicinata, con il cuore che batteva un po’ più forte. Non so perché, ma sentivo che non era solo per la presentazione. Mi ha indicato di mettermi accanto a lui, dietro la scrivania. “Più vicino,” ha detto, con quel tono che non ammette repliche. Ho obbedito, sentendo il suo profumo, un misto di colonia e sudore, che mi faceva girare la testa. Poi, senza preavviso, mi ha messo una mano sulla schiena, proprio sopra il culo, e mi ha spinto leggermente in avanti. “Vedi, devi avere una posizione di comando, anche quando parli con un cliente. Devi far vedere che sei sicura.” La sua mano è rimasta lì, calda attraverso la camicetta, e io non mi sono mossa. Non volevo muovermi. Dentro di me c’era un casino di pensieri: “È mio padre, cazzo, che sto facendo? Ma perché mi piace sentirlo così vicino?”
La tensione è salita piano, come un fuoco che si accende con piccole scintille. Lui ha continuato a parlare della presentazione, ma le sue mani si muovevano di più. Un tocco sul braccio, poi sulla coscia quando mi sono seduta per prendere appunti. Ogni volta mi guardava, come per vedere se avrei detto di no. Ma io non dicevo niente. Non riuscivo. Una parte di me voleva che andasse avanti, che superasse quel confine che entrambi sapevamo di stare sfiorando. Alla fine, con un tono più basso, quasi un sussurro, mi ha detto: “Giulia, inginocchiati qui sotto. Voglio vedere se sai davvero ascoltare gli ordini.”
Il cuore mi è salito in gola. Sapevo cosa intendeva, non era una cazzata sulla presentazione. Ma non ho esitato. Mi sono inginocchiata dietro la scrivania, sul pavimento freddo, con le mani che tremavano un po’. Lui mi guardava dall’alto, con un’espressione che era un misto di potere e desiderio. “Brava ragazza,” ha detto, e quelle parole mi hanno colpito dritto allo stomaco. Mi sentivo piccola, ma allo stesso tempo eccitata da morire. Non era solo il fatto di essere lì, era il modo in cui mi comandava, come se fossi sua in quel momento.
Mi ha messo una mano tra i capelli, stringendo appena, e mi ha guidato verso di lui. Ho aperto la zip dei suoi pantaloni con mani incerte, sentendo il tessuto ruvido sotto le dita. Quando l’ho tirato fuori, ho sentito il suo odore, forte, maschile, che mi ha fatto venire un calore tra le gambe. Ho iniziato piano, con la lingua, sentendo il sapore salato sulla punta. Lui ha emesso un gemito basso, e quella reazione mi ha dato coraggio. Ho preso più ritmo, succhiandolo con più forza, mentre la sua mano mi guidava, spingendomi un po’ più a fondo ogni volta. “Cazzo, Giulia, sei proprio brava,” ha detto, con la voce roca. Quelle parole mi facevano andare fuori di testa, mi facevano venir voglia di fare di più, di dimostrargli che potevo essere perfetta per lui.
Siamo andati avanti così per un bel po’. Io sotto la scrivania, lui seduto come un capo, con i pantaloni abbassati quel tanto che bastava. Ogni tanto mi dava ordini, “Più piano,” “Prendilo tutto,” e io eseguivo, sentendo la mia bocca piena, il respiro che mi mancava, ma non volevo smettere. Il pavimento mi faceva male alle ginocchia, ma non ci pensavo. Sentivo solo il suo calore, i suoi gemiti, il modo in cui mi stringeva i capelli come se fossi sua proprietà. E, cazzo, in quel momento lo ero.
Poi mi ha fatto alzare. “In piedi, girati,” ha detto, con un tono che non ammetteva discussioni. Mi sono alzata, con le gambe che tremavano un po’, e mi sono girata verso la scrivania. Lui mi ha spinto in avanti, facendomi appoggiare le mani sul legno freddo. Sentivo il suo corpo dietro di me, il suo respiro sul collo. Mi ha tirato su la gonna con una mano, abbassandomi le mutande con l’altra, in un gesto deciso ma controllato. “Stai ferma,” ha sussurrato, e io ho annuito, con il cuore che batteva all’impazzata.
Ha iniziato a toccarmi, prima con le dita, scivolando piano tra le mie gambe. Ero già bagnata, lo sentivo, e lui lo ha notato subito. “Cazzo, sei pronta per me,” ha detto, con un tono soddisfatto. Mi ha stuzzicato per un po’, facendomi gemere piano, mentre con l’altra mano mi teneva ferma per i fianchi. Poi l’ho sentito spingersi contro di me, lentamente, entrando poco alla volta. Era grosso, lo sentivo bene, e mi sono morsa il labbro per non fare troppo rumore. “Rilassati, Giulia, prendilo tutto,” mi ha detto, e io ho cercato di farlo, spingendo i fianchi indietro per accoglierlo meglio.
Quando è stato dentro del tutto, ha iniziato a muoversi, con spinte lente ma profonde, che mi facevano sentire ogni centimetro. La scrivania scricchiolava sotto il mio peso, le carte cadevano a terra, ma non ci facevamo caso. Sentivo il suo respiro pesante, i suoi grugniti ogni volta che spingeva più forte. L’odore di sudore e sesso riempiva la stanza, e io non riuscivo a pensare a niente, solo a come mi sentivo piena, usata, ma allo stesso tempo desiderata. “Sei brava a prendere ordini, eh?” mi ha sussurrato all’orecchio, e io ho annuito, con la voce spezzata. “Sì, Alessandro, sono brava.”
Mi ha scopato così per un bel po’, con un ritmo che aumentava e poi rallentava, come se volesse godersela il più possibile. Ogni tanto mi dava uno schiaffo leggero sul culo, facendomi sobbalzare, e io gemevo più forte, senza riuscire a controllarmi. Sentivo il piacere che saliva, un calore che mi partiva dal basso e mi faceva tremare. “Posso venire, per favore?” gli ho chiesto, con la voce che quasi non usciva. Lui ha riso piano, un suono profondo, e ha detto: “Sì, vieni per me, Giulia.” E io l’ho fatto, con un gemito che non sono riuscita a trattenere, sentendo tutto il corpo contrarsi mentre lui continuava a spingere, senza fermarsi.
Alla fine è venuto anche lui, con un grugnito forte, tenendomi ferma per i fianchi mentre si svuotava dentro di me. Siamo rimasti così per un attimo, ansimando, con il suo peso contro la mia schiena. Poi si è tirato indietro, sistemandosi i pantaloni con calma, come se niente fosse. Io mi sono raddrizzata, con le gambe che ancora tremavano, tirandomi giù la gonna. Lui mi ha guardato, con quel sorrisetto che ha sempre, e mi ha sistemato una ciocca di capelli dietro l’orecchio. “Domani riproviamo la presentazione,” ha detto, come se non fosse successo niente di particolare.
Ho annuito, con la testa ancora confusa, ma dentro di me sapevo che non vedevo l’ora di rifarlo. Non so spiegare perché, ma ero già dipendente da quel mix di potere e attenzione che solo lui sapeva darmi. E non avevo nessuna intenzione di smettere. Il giorno dopo, mentre sistemavo le carte sulla mia scrivania, sentivo ancora il suo sguardo su di me, anche se non era nella stanza. Ogni rumore, ogni passo nel corridoio mi faceva sobbalzare, come se aspettassi un suo cenno, un suo ordine. Sapevo che sarebbe successo di nuovo, era inevitabile. E la cosa peggiore, o forse la migliore, era che lo volevo. Lo volevo con una forza che mi spaventava, ma che non riuscivo a ignorare. Durante la pausa pranzo, mentre gli altri chiacchieravano in sala break, io ripensavo a ogni dettaglio della sera prima: il freddo del pavimento, il calore della sua mano, la sua voce che mi guidava. Mi sentivo intrappolata in una rete che io stessa avevo contribuito a tessere. E quando Alessandro è passato davanti alla mia postazione, sfiorandomi appena con un dito mentre lasciava un fascicolo, ho capito che anche lui stava già pensando al prossimo momento. Un brivido mi ha attraversato la schiena, e ho abbassato lo sguardo, cercando di concentrarmi sul lavoro. Ma la verità era che il lavoro, ormai, era l’ultima cosa che mi interessava. L’unica cosa che contava era quel gioco pericoloso che avevamo iniziato, un gioco di cui non conoscevo le regole, ma che ero disposta a giocare fino in fondo.
