Io, pompinara segreta del mio migliore amico
Mi chiamo Anna, ventidue anni, e da quando ne avevo sedici sono innamorata persa di Giacomo. Stessa età, stesso liceo, stessi giri. Lui è sempre stato il classico ragazzo figo senza sforzo: alto, capelli un po’ incasinati, sorriso storto che ti fotte il cervello. Io invece ero quella carina ma “da sorella”, quella che ride alle sue battute schifose, che gli passa le sigarette, che lo ascolta quando piange per le ragazze. Lui lo sapeva che ero cotta. Lo sapevano tutti. Ma lui aveva sempre la fidanzata di turno, e io restavo lì, a guardarlo da lontano, con il cuore che mi scoppiava.
L’anno scorso ha iniziato a uscire con Sofia, una tipa carina, secchiona, capelli lisci e occhiali da intellettuale. Sembravano la coppia perfetta sui social. Io continuavo a essere la migliore amica, quella che andava da lui a casa quando Sofia studiava o quando litigavano. Venivo per “fare due chiacchiere”, ma in realtà venivo per stare vicino a lui, per annusare il suo odore di bucato e di erba, per sentire la sua voce bassa quando mi raccontava stronzate.
Una sera ero da lui, sul divano, PlayStation accesa. Stava giocando a FIFA, cuffie mezze calate, bestemmiava contro l’arbitro virtuale. Io ero seduta per terra tra le sue gambe aperte, schiena contro il divano, ginocchia al petto. Lui non mi guardava nemmeno. A un certo punto ha messo in pausa, si è slacciato i pantaloni della tuta senza dire niente, ha tirato fuori il cazzo già mezzo duro e me l’ha appoggiato sulla spalla come se fosse la cosa più normale del mondo.
“Fammi un favore,” ha detto, riprendendo il joypad.
Io l’ho guardato, incredula. “Giacomo… che cazzo…”
“Shh. Non rompere. Sai che ti piace.”
Aveva ragione. Mi piaceva da morire. Mi sono girata, in ginocchio tra le sue cosce, e ho preso il cazzo in bocca. Lui ha ricominciato a giocare, gridava “cazzo vai!” alla squadra, mentre io succhiavo piano, la lingua sotto la cappella, la saliva che colava. Ogni tanto abbassava lo sguardo, mi accarezzava i capelli distrattamente, come se fossi un gatto. Io sentivo il suo cazzo pulsare in bocca, diventava più duro quando segnava un gol. Ha goduto così, senza quasi guardarmi, sborrandomi in gola mentre urlava “sìììì cazzo!” per la partita. Io ho ingoiato tutto, poi mi sono pulita la bocca col dorso della mano. Lui ha messo pausa, mi ha dato un colpetto sulla guancia.
“Brava. Vai a prendere due birre.”
Da lì è iniziato tutto.
Ogni volta che andavo da lui, trovava il modo di usarmi senza nemmeno chiedere. Una sera stava guardando un porno sul portatile, cuffie nelle orecchie, volume basso. Sofia era al telefono con lui in vivavoce, gli raccontava della giornata all’università. Lui aveva il cazzo fuori, duro, e mi ha fatto segno con due dita: vieni qui. Io mi sono inginocchiata sotto la scrivania, tra le sue gambe. Lui parlava con lei, rideva alle sue battute, mentre io glielo succhiavo piano, cercando di non fare rumore. Sentivo la voce di Sofia che diceva “amore ti amo”, e lui rispondeva “anch’io piccola”, mentre mi teneva la testa con una mano e spingeva piano nella mia gola. Quando è venuto ha spento il porno, ha chiuso la chiamata e mi ha detto solo: “Puliscilo bene.” Io l’ho leccato tutto, dalla base alla cappella, con il sapore della sua sborra ancora in bocca.
Un’altra volta eravamo al parco, di sera, seduti su una panchina nascosta. Lui stava fumando una canna, chiacchierava con due amici al telefono in viva voce. Ridevano di una tipa che aveva rimorchiato online. Io ero seduta per terra davanti a lui, nascosta dal cespuglio. Mi ha aperto la zip dei jeans con una mano, ha tirato fuori il cazzo e me l’ha messo in bocca senza interrompere la conversazione. Gli amici sentivano tutto: le risate, le battute sporche. Lui invece gemeva piano mentre io succhiavo, la lingua che girava intorno alla cappella. Uno degli amici ha detto “ehi, che cazzo fai, sembri che stai scopando”. Giacomo ha riso: “Tranquillo, sto solo… rilassandomi.” E ha spinto più forte, venendomi in bocca mentre salutava gli amici e chiudeva la chiamata.
Ogni volta che finivo con la sua sborra in gola o sulle labbra, lui mi guardava con quel sorrisetto stronzo e diceva cose tipo: “Lo sai che sei la migliore, vero?” Oppure: “Sofia non lo fa così bene.” E io annuivo, perché era vero. Avrei fatto di tutto per lui. Anche se mi usava, anche se mi umiliava, anche se parlava con la fidanzata mentre io gli succhiavo il cazzo sotto il tavolo. Mi eccitava da morire sapere che ero io quella che lo faceva venire davvero, quella che lui chiamava quando aveva voglia senza impegno.
Non gli ho mai chiesto di lasciare Sofia. Non gli ho mai chiesto niente. Mi bastava essere la sua pompinara segreta. Ogni pompino era una specie di dichiarazione d’amore muta: ti amo così tanto che ti succhio mentre ignori me, mentre parli con lei, mentre giochi, mentre vivi la tua vita senza di me.
E ogni volta che ingoiavo, sentivo che era esattamente dove volevo essere. In ginocchio, per lui.
