Racconti Piccanti
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Non dovrei

Non dovrei

16 Marzo 2026·6 min di lettura

Eccomi qui, sdraiata su questo letto che non è il mio, con il fiato corto e la pelle che brucia. Le lenzuola sono un casino, appiccicate al mio corpo sudato. Lui è sopra di me, questo ragazzo che potrebbe essere mio figlio, con le mani che stringono i miei fianchi come se fossi una cosa sua. E io, cazzo, mi lascio fare. Mi piace. Troppo.

“Ti piace, eh? Lo sento come ti stringi,” mi dice, con quella voce roca, mentre spinge più forte. Ha un ghigno sulla faccia, sa che mi ha in pugno.

“Sì… sì, cazzo, continua,” rantolo, con la voce che trema. Non riesco a pensare, non voglio pensare. Il suo ritmo è duro, quasi cattivo, e ogni spinta mi fa vedere le stelle. La testa mi gira. Le mie mani si aggrappano alle sue spalle, le unghie che graffiano. Non so nemmeno se sto gemendo o urlando, so solo che non voglio che smetta.

“Sei proprio una troia, lo sai? Ti piace farti sbattere così,” mi sussurra all’orecchio, e quelle parole mi colpiscono come una scossa. Dovrei offendermi, dovrei tirarmi indietro, ma invece mi bagnano di più. Mi faccio schifo da sola, ma non riesco a smettere. “Dimmi quanto ti piace.”

“Mi piace… mi piace un casino,” balbetto, con la voce spezzata. “Non… non fermarti, ti prego.” Ogni parola è un respiro affannato, un gemito che mi scappa. Lui ride, una risata bassa e sporca, e mi spinge ancora più giù contro il materasso.

“Brava, così. Fammi sentire come godi.” Mi morde il collo, forte, e io mi inarco sotto di lui, con un urlo strozzato in gola. Il dolore si mischia al piacere, ed è una cosa che non ho mai provato, non così. Non con… beh, non con mio marito. Quel pensiero mi trafigge per un secondo, una fitta di colpa che mi stringe il petto. Ma poi lui spinge di nuovo, e tutto svanisce.

“Dio… sei troppo giovane per farmi questo,” gli dico, quasi ridendo, ma è una risata nervosa, spezzata da un altro gemito. “Come fai a… cazzo, come fai?”

“Imparo in fretta,” risponde, con quel sorrisetto da stronzo. “E tu sei una che insegna bene. Guardati, tutta aperta per me.” Mi schiaffeggia il fianco, leggero ma deciso, e io sobbalzo, con un verso che non riesco a trattenere. Mi sento sporca, usata, e allo stesso tempo non sono mai stata così viva. Ogni muscolo del mio corpo trema, ogni nervo è acceso.

“Non dire così… non… oddio,” provo a protestare, ma le parole mi muoiono in gola mentre lui cambia angolo, colpendo un punto che mi fa quasi urlare. “Cazzo, sì, lì! Lì!”

“Ecco, brava, dimmi dove. Vuoi che ti faccio venire, vero?” La sua voce è un ringhio, e io annuisco come una disperata, con la testa che sbatte contro il cuscino. Non ho più dignità, non ho più niente. Solo questo bisogno che mi brucia dentro.

“Sì… ti prego… fammi venire,” lo supplico, e mi odio per come suono patetica. Ma non mi importa. Le sue mani scivolano sotto di me, mi afferrano il culo e mi tirano su, più vicina a lui. Sento ogni centimetro, ogni spinta, ogni schiaffo della sua pelle contro la mia. È troppo, è tutto troppo.

“Guardati, sei un disastro. Tuo marito lo sa che sei così porca?” mi chiede, e quelle parole sono un pugno nello stomaco. Mi blocco per un attimo, con gli occhi spalancati, ma lui non si ferma. Continua a muoversi, lento ora, quasi a torturarmi. “Rispondi. Lo sa o no?”

“No… no, non lo sa,” mormoro, con la voce che trema. E mentre lo dico, sento un’ondata di vergogna che mi travolge, ma anche un brivido che mi fa stringere di più attorno a lui. “Non deve… non deve saperlo.”

“Tranquilla, non glielo dico,” ride, e poi accelera di nuovo, come se volesse punirmi. “Ma tu ci pensi, vero? Ci pensi a lui mentre ti faccio gridare.”

“Sì… cazzo, sì,” ammetto, con un gemito strozzato. Non so perché lo dico, non so perché mi eccita anche solo pensarlo. La sua risata mi brucia nelle orecchie, ma non riesco a smettere di muovermi con lui, di assecondare ogni suo movimento. “Ma tu… tu sei meglio. Mi fai… mi fai impazzire.”

“Brava, così mi piace sentirti,” ringhia, e mi bacia, un bacio sporco, con la lingua che invade la mia bocca. Sa di birra e di sudore, e io lo lascio fare, lo voglio. Le sue mani mi stringono i capelli, mi tirano la testa indietro, e io gemo nella sua bocca. Sento che sto per perdere il controllo, che sono vicina, troppo vicina.

“Sto… sto per venire,” gli dico, con la voce rotta. Le mie gambe tremano, si stringono attorno a lui senza che io ci riesca a fare nulla. “Cazzo, non fermarti adesso.”

“Non mi fermo, troia. Vieni per me. Fammi vedere,” mi ordina, e quelle parole mi spingono oltre il limite. Esplodo, con un urlo che non riesco a trattenere, il corpo che si contorce sotto di lui. È un piacere che mi spacca in due, che mi fa vedere nero per un attimo. Non esiste niente, solo questa sensazione che mi travolge e mi lascia senza fiato.

Lui rallenta, ma non si ferma del tutto. Sento il suo respiro pesante, i suoi gemiti bassi mentre mi guarda crollare. “Cazzo, sei bellissima quando vieni,” mi dice, e c’è una nota quasi dolce nella sua voce, ma dura un attimo. Torna subito quel ghigno. “Ma non ho finito con te.”

“Aspetta… dammi un secondo,” rantolo, con il cuore che mi martella nel petto. Sono un disastro, sudata, con i capelli appiccicati alla faccia. Ma lui non ascolta. Mi gira di colpo, mi mette a pancia in giù, e io non ho nemmeno la forza di protestare. Sento le sue mani che mi sollevano i fianchi, e poi è di nuovo dentro di me, senza darmi il tempo di riprendere fiato.

“Un secondo? Col cazzo. Ti voglio ancora,” ringhia, e io mi mordo il labbro, soffocando un altro gemito. È troppo presto, sono ancora sensibile, ma non riesco a dirgli di no. Ogni spinta è una tortura e un piacere allo stesso tempo, e io mi lascio andare, con la faccia schiacciata contro il cuscino.

“Sei… sei un bastardo,” gli dico, con la voce soffocata, ma non c’è rabbia nelle mie parole. Solo una specie di resa. Lui ride, mi schiaffeggia il culo, e io sobbalzo con un verso strozzato.

“E tu sei la mia puttana preferita. Dimmi che lo sei,” mi ordina, con quella voce che non ammette repliche. E io, cazzo, lo dico. Lo dico perché in questo momento è vero, perché non sono più me stessa, sono solo sua.

“Sono… sono la tua puttana,” mormoro, e ogni parola mi brucia, ma mi eccita da morire. Lui geme, un suono gutturale, e sento che anche lui è vicino. Le sue spinte si fanno più veloci, più disperate, e io mi stringo attorno a lui, volendo sentirlo perdere il controllo come l’ho perso io.

“Brava… cazzo, brava,” rantola, e poi lo sento, un ultimo affondo, un gemito profondo mentre si lascia andare. Rimaniamo così per un attimo, ansimanti, con i corpi appiccicati dal sudore. Poi lui si tira indietro, si sdraia accanto a me, e io resto lì, a pancia in giù, con la testa che gira e un casino di pensieri che mi assale.

“Porca troia, sei incredibile,” mi dice, con una risata stanca. Io non rispondo subito. Mi volto appena, lo guardo. È giovane, troppo giovane, con quel sorriso da stronzo che mi ha fregata dal primo momento. E io, che cazzo sto facendo? Penso a casa, al silenzio della mia stanza, al viso di mio marito che non sa niente. Mi sento una merda, ma allo stesso tempo… non riesco a pentirmi. Non ancora.

“Dovrei andare,” mormoro, ma non mi muovo. Lui mi guarda, alza un sopracciglio.

“Già? Non vuoi un secondo giro?” mi chiede, e io scuoto la testa, anche se una parte di me urla di sì. Mi alzo, con le gambe che tremano ancora, e comincio a raccogliere i vestiti sparsi sul pavimento. Lui mi guarda, non dice niente, ma sento i suoi occhi su di me, e so che non è finita. So che tornerò. E questo mi fa più paura di tutto il resto.

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