Mi godo la vacanza… mentre mio marito dorme (parte 5)
Alle 00:16, rimasi immobile sulla terrazza, il cuore che mi martellava nel petto, gli occhi fissi sulla porta finestra socchiusa del bungalow. Il rumore che avevo sentito, quel colpo secco, sembrava essersi dissolto nel silenzio della notte, sostituito solo dal russare regolare di Enzo che filtrava attraverso la stanza. Con un respiro tremante, mi avvicinai piano, spingendo la porta quel tanto che bastava per sbirciare dentro. Lui era ancora lì, sdraiato sulla schiena, il lenzuolo sgualcito ai piedi, ignaro di tutto. “Non sa nulla, dorme mentre io ho il culo ancora bagnato dello sperma di un altro,” pensai, il senso di colpa che mi pungeva come un ago, ma subito soffocato da quella voce interna, implacabile: “Me lo merito. Dopo anni di vuoto, me lo merito tutto.” Alle 00:18, rientrai con passi felpati, dirigendomi in bagno per lavarmi. L’acqua fresca sulle cosce non cancellò l’odore di sesso e salsedine che mi impregnava la pelle, né la sensazione pulsante che Luca aveva lasciato dentro di me.
Era l’ultima notte di questa vacanza, l’ultima occasione per abbandonarmi prima di tornare alla routine asfissiante della vita quotidiana. Alle 20:45, mentre Enzo guardava una partita in tv, avevo ricevuto un messaggio da Marco: “Pineta, alle 22:30. Non mancare.” E poco dopo, un altro da Luca, secco come sempre: “Spiaggia, mezzanotte. Dietro gli scogli.” Sapevo che sarebbe stato folle, che il rischio era più alto che mai, ma il desiderio mi bruciava dentro, un fuoco che non potevo spegnere. Alle 22:15, dissi a Enzo che sarei uscita a prendere una boccata d’aria, una scusa banale che lui accettò con un grugnito distratto. Mi infilai una gonna leggera e una maglietta aderente, senza reggiseno, sentendo già i capezzoli indurirsi al solo pensiero di ciò che mi aspettava.
Alle 22:28, raggiunsi la pineta a pochi passi dalla spiaggia, l’aria densa dell’odore di resina e mare. Marco era già lì, appoggiato a un tronco, i capelli brizzolati che riflettevano la luce fioca della luna. Mi sorrise, un sorriso dolce ma carico di promessa, e mi fece cenno di avvicinarmi. Alle 22:31, stese un telo ruvido a terra, tra le radici di un pino, un angolo nascosto ma non del tutto sicuro: il rumore di qualche passo lontano, voci sporadiche sulla spiaggia, mi ricordavano che potevamo essere scoperti in qualsiasi momento. Mi fece sdraiare, le sue mani che mi accarezzavano i fianchi mentre mi sollevava la gonna con lentezza deliberata. “Sei bellissima stasera,” sussurrò, la voce bassa e calda che mi fece rabbrividire. Alle 22:34, iniziò a baciarmi, labbra morbide ma insistenti, scendendo dal collo al décolleté, fino a sfiorare i capezzoli duri attraverso la maglietta.
Alle 22:38, le sue dita lunghe e abili scivolarono sotto la gonna, trovando la mia fica già bagnata, i peli curati che si inumidivano al suo tocco. Con movimenti precisi, mi allargò le grandi labbra, sfiorando il clitoride con il pollice mentre l’indice e il medio entravano dentro di me, curvandosi verso l’alto per trovare quel punto che mi faceva perdere il controllo. “Cazzo, le sue dita mi scavano dentro, mi massaggiano il punto G con una pressione perfetta, lo strofina e poi rallenta, mi sta facendo impazzire,” pensai, il respiro che si spezzava in gemiti soffocati. Alle 22:43, accelerò, il palmo che strofinava forte contro il clitoride, mentre le dita si muovevano dentro e fuori con un ritmo che mi portava al limite. “Oddio, vengo, squirto sulla sua mano, la fica mi brucia, schizzo come una fontana, le gambe tremano tutte,” ansimai tra me e me, il corpo che si inarcava sul telo mentre un orgasmo dopo l’altro mi scuoteva, cinque volte in meno di un’ora. Marco mi guardava negli occhi, il volto teso dal desiderio, sussurrando: “Lasciati andare, piccola, voglio sentirti venire per me ancora.” Alle 23:27, quando credevo di non reggere più, mi baciò profondamente, le sue mani che mi accarezzavano i capelli sudati. “Vorrei averti per sempre,” mormorò, e quelle parole mi colpirono come un pugno, lasciandomi un nodo in gola che non seppi decifrare.
Alle 23:35, mi rialzai a fatica, le cosce appiccicose di umori, la sabbia che si era attaccata alla pelle umida. Marco mi aiutò a sistemarmi, un ultimo bacio lento prima di sparire tra gli alberi. Sapevo che non era finita: Luca mi aspettava. Alle 23:58, raggiunsi la spiaggia, il rumore delle onde che copriva i battiti del mio cuore. Dietro gli scogli, al riparo da occhi indiscreti, lui era lì, robusto e silenzioso, le mani callose incrociate davanti al petto. Mi guardò, un cenno appena percettibile del capo, e mi avvicinai senza parlare. Alle 00:02, mi fece inginocchiare sulla sabbia umida, il freddo che mi penetrava nelle ginocchia mentre mi sollevava la gonna. Sentii il suo respiro pesante mentre mi sfiorava il culo, le dita ruvide che si bagnavano nella mia fica ancora fradicia per lubrificarmi. Alle 00:05, sputò direttamente sul mio buco, un gesto rozzo ma necessario, e iniziò a spingere un dito dentro per prepararmi, un bruciore iniziale che si trasformò in anticipazione.
Alle 00:07, sentii il fruscio dei suoi pantaloni che scendevano, il suo cazzo spesso e duro che premeva contro di me. Con una lentezza controllata, iniziò a entrare, centimetro dopo centimetro, fermandosi quando fu tutto dentro per lasciarmi abituare. “Cristo, mi spalanca il culo, lo sento fino allo stomaco, brucia ma è un dolore che mi fa bagnare ancora di più, lo voglio tutto,” pensai, le mani che affondavano nella sabbia mentre stringevo i denti. Alle 00:10, iniziò a muoversi, un ritmo forte ma misurato, ogni spinta che mi faceva tremare, il rumore dei nostri corpi che si mescolava al suono del mare. “La mia fica gocciola, il culo pulsa attorno al suo cazzo, sto per venire solo così, senza nemmeno toccarmi,” mi dissi, il piacere che montava in un’onda incontrollabile. Alle 00:14, con un grugnito basso, venne dentro di me, il calore del suo sperma che mi riempiva, colando lungo le cosce mentre mi teneva stretta per i fianchi. “Brava,” mormorò, l’unica parola che pronunciò prima di ritirarsi lentamente, lasciandomi vuota ma appagata. Mi accarezzò la schiena in silenzio, un gesto ruvido ma caldo, poi si alzò e sparì oltre gli scogli.
Alle 00:18, mi rialzai, la gonna sgualcita, il corpo che odorava di sesso, sperma e mare. La sabbia mi si era appiccicata alle ginocchia e alle mani, e sentivo ancora il culo pulsare, le cosce umide di umori e sborra. Mi avviai verso il bungalow con le gambe che quasi non mi reggevano, il cuore pieno di una strana calma. Alle 01:25, rientrai nella stanza, il russare di Enzo che mi accolse come un memento della mia doppia vita. Mi sdraiai accanto a lui senza nemmeno lavarmi, il corpo ancora impregnato di tutto ciò che avevo vissuto. Lo guardai, il suo viso tranquillo nel sonno, e gli sfiorai la fronte con un bacio leggero. “Me lo sono meritato. Tutto quanto,” pensai, un sorriso stanco che mi incurvava le labbra. Non c’era rimpianto, solo una soddisfazione profonda, viscerale, che mi scaldava dentro. Mentre chiudevo gli occhi, sapevo che non avrei dimenticato queste due settimane, questi uomini, questi momenti rubati al rischio e al tempo. E, in fondo, una parte di me si chiedeva se un giorno avrei trovato il coraggio di cercare ancora quel fuoco. Ma per ora, ero appagata. Completa.
