Intorno al fuoco
Il calore del fuoco mi scalda la pelle, ma non è solo quello a farmi sudare. È una sera d’agosto soffocante, l’aria pesante che sa di fumo e terra secca. Siamo solo noi tre, come ai vecchi tempi, seduti su tronchi storti attorno alle fiamme. Io, Gianluca, con un asciugamano legato male attorno alla vita, i capelli ancora umidi dopo il bagno nel lago. Giovanni, alla mia sinistra, con quei suoi occhi che sembrano sempre cercare guai, e Antonio, dall’altro lato, che ride forte mentre apre l’ennesima birra. Abbiamo tutti passato i quaranta, ma stasera sembra di essere tornati ragazzini. O quasi.
Abbiamo fatto il bagno nudi, come facevamo anni fa, senza pensarci troppo. Solo che ora, con l’asciugamano che copre a malapena, mi sento strano. Non so se è l’erba che Giovanni ha tirato fuori poco fa o il fatto di essere praticamente esposto davanti a loro. La canna passa di mano in mano, il fumo dolce e acre mi brucia in gola. Tossisco, e Giovanni mi guarda con un ghigno.
“Non reggi più niente, eh?” dice, la voce roca, mentre si appoggia indietro, l’asciugamano che gli scivola appena sulle cosce. Ha un fisico asciutto, definito, di quelli che non passano inosservati. Lo guardo per un attimo di troppo, poi distolgo gli occhi. Che diavolo mi prende?
“Sto bene,” borbotto, passandogli la canna. Antonio ride di nuovo, un suono profondo, gutturale, mentre si pulisce la bocca con il dorso della mano. Anche lui è mezzo nudo, le spalle larghe e quel tatuaggio sul braccio che si intravede sotto la luce tremolante del fuoco. Sento il calore salirmi al viso, e non è solo per le fiamme. È l’erba, mi dico. Deve essere quello.
Parliamo di niente, come sempre. Storie vecchie, battute stupide. Giovanni tira fuori ricordi dell’università, di quando ci ubriacavamo e facevamo cazzate. Ma c’è qualcosa nel suo tono, una specie di elettricità che non riesco a ignorare. Ogni tanto mi guarda, e giuro che sembra che mi stia studiando. Mi muovo un po’ sul tronco, l’asciugamano che mi sfrega contro la pelle. Mi sento troppo esposto.
“Facciamo un gioco,” dice all’improvviso Giovanni, con un sorriso che non mi piace per niente. Si china in avanti, i gomiti sulle ginocchia, e il fuoco gli illumina il viso. “Domande. Risposte sincere. Niente stronzate.”
Antonio alza un sopracciglio, ma annuisce, bevendo un sorso di birra. “Va bene. Comincia tu.”
Io resto zitto, il cuore che batte un po’ più forte. Non so perché, ma ho una sensazione strana nello stomaco. L’erba mi fa girare la testa, e il calore del fuoco sembra entrarmi dentro, mescolarsi al sudore sulla mia pelle. Mi passo una mano sul collo, cercando di darmi un contegno.
Giovanni si volta verso di me, e quel sorriso si allarga. “Gianluca. Dimmi una cosa. Se scoprissi che tua moglie si fa un altro… che faresti?”
La domanda mi colpisce come uno schiaffo. Sento il sangue salirmi alla testa, ma non è solo rabbia. È qualcosa di più sporco, più profondo. Deglutisco, la gola secca, e cerco di ridere, di fare il duro. “Che cazzo di domanda è? La ammazzerei, no? E pure lui.”
Ma la mia voce trema appena, e lo sanno. Lo vedono. Giovanni inclina la testa, come un predatore che ha fiutato qualcosa. Antonio, accanto a lui, fa una smorfia, ma non dice nulla. Beve e basta, gli occhi fissi su di me.
“Davvero?” insiste Giovanni, la voce bassa, quasi un sussurro. “Non ci credo. Scommetto che ci penseresti. Magari ti ecciterebbe pure.”
“Ma che stai dicendo?” ribatto, più forte di quanto vorrei. Il cuore mi martella nel petto, e sento un calore traditore tra le gambe. No, cazzo. Non ora. Stringo le cosce, sperando che l’asciugamano nasconda tutto. Ma Giovanni non smette di guardarmi, e giuro che sembra sapere. Sa che non sto dicendo la verità. Sa che ci ho pensato, a mia moglie con un altro. Sa che mi sono toccato, immaginandolo, più volte di quanto voglia ammettere. E forse, in fondo, sa anche che sono quasi sicuro che sia successo davvero.
“Rilassati, sto scherzando,” dice, alzando le mani, ma il suo tono è tutto tranne che innocente. “O no?”
Antonio finalmente parla, la voce più grave, più calma. “Lascialo stare, Gio. Non è serata per queste cazzate.”
Ma Giovanni non ascolta. Si avvicina un po’, quel tanto che basta per farmi sentire il suo odore, un misto di sudore e fumo. “Dài, Gianluca. Sii sincero. Non ti eccita nemmeno un po’ l’idea? Pensarci. Immaginarlo.”
“Sei fuori di testa,” mormoro, ma non riesco a guardarlo negli occhi. Mi concentro sul fuoco, sulle fiamme che danzano, sul crepitio del legno che si spezza. Ma il mio corpo mi tradisce. Lo sento, il sangue che pulsa, il calore che cresce. E loro lo vedono. Lo so che lo vedono.
“Guardalo,” dice Giovanni, ridendo piano, e si volta verso Antonio. “Sta diventando rosso. Cazzo, ci ha pensato eccome.”
“Ma vaffanculo,” ringhio, ma non c’è forza nelle mie parole. Mi passo una mano sul viso, il sudore che mi cola lungo la fronte. L’erba mi ha fottuto il cervello, non c’è altra spiegazione. O forse è il fatto che siamo qui, mezzi nudi, troppo vicini, con il fuoco che ci scalda la pelle e l’aria che sa di proibito.
Giovanni si tira indietro, ma non smette di sorridere. “Va bene, va bene. Cambiamo argomento. Ma prima…” Si ferma, guarda Antonio, e c’è qualcosa nei loro occhi, un’intesa che non capisco. Il mio stomaco si stringe. “Anto, perché non gli dici la verità?”
Antonio aggrotta la fronte, scuote la testa. “Non ora, cazzo. Non è il momento.”
“Quale verità?” chiedo, la voce che mi esce più acuta di quanto vorrei. Li guardo, prima uno, poi l’altro. Il cuore mi batte così forte che sembra voler uscire dal petto. “Di che state parlando?”
Giovanni ride, un suono basso, quasi cattivo. Si passa una mano tra i capelli mossi, poi si china di nuovo verso di me. “Niente, Gianluca. Solo che… beh, c’è una cosa che forse dovresti sapere. Su di noi. E su tua moglie.”
Il mondo si ferma. Sento il sangue gelarsi, ma allo stesso tempo un’ondata di calore mi travolge, mi brucia dentro. “Che cazzo stai dicendo?” chiedo, ma la mia voce è un sussurro, debole, patetica. Non voglio sapere. Non voglio sentire. Ma una parte di me, quella che cerco di soffocare da anni, lo vuole. Lo desidera.
Giovanni mi guarda, e nei suoi occhi c’è qualcosa di pericoloso, di affamato. “Dico che io e Antonio… beh, diciamo che abbiamo avuto un po’ di divertimento con lei. Più di una volta. Per anni.”
Non ci credo. Non posso crederci. Mi alzo in piedi, l’asciugamano che quasi cade, le mani che tremano. “State scherzando. Ditemi che state scherzando, cazzo.”
Ma non scherzano. Lo vedo nei loro volti. Giovanni sorride, un sorriso lento, crudele. Antonio distoglie lo sguardo, ma non nega. E io, io sento tutto crollare. La rabbia mi brucia dentro, ma c’è qualcos’altro, qualcosa di più forte, di più sporco. Sento il mio corpo reagire, tradirmi, e il calore tra le gambe diventare insopportabile. L’asciugamano non nasconde niente, e loro lo vedono. Lo sanno.
“Guardalo,” dice Giovanni, la voce bassa, carica di qualcosa che non riesco a definire. Si alza anche lui, si avvicina, troppo vicino. “Non sei arrabbiato, vero? Sei eccitato.”
“No,” dico, ma è una bugia, e lo sanno. La mia voce trema, il respiro è corto. Antonio si alza pure lui, più lento, e si mette dall’altro lato. Sono in trappola, con il fuoco alle spalle e loro davanti. Il loro odore mi riempie i polmoni, sudore e birra e fumo. Non riesco a pensare. Non riesco a muovermi.
“Ammettilo,” sussurra Giovanni, e la sua mano si avvicina, non mi tocca, ma è come se lo facesse. “Ti piace. Ti piace sapere che ce la siamo scopata. Ti piace immaginare come l’abbiamo presa.”
Non rispondo. Non ci riesco. Il cuore mi martella, il sangue mi ruggisce nelle orecchie. E loro sono lì, sempre più vicini, con quegli sguardi che mi spogliano più di quanto io non sia già. Cosa vogliono da me? E perché, cazzo, una parte di me vuole che continuino?
