Racconti Piccanti
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La sporca vita di campagna (parte 3)

La sporca vita di campagna (parte 3)

25 Marzo 2026·10 min di lettura

Il mattino dopo quella serata umiliante, mi sono svegliato con un peso sullo stomaco che non aveva niente a che fare con la fame. Il mio corpo era ancora indolenzito, la pelle segnata dal ricordo di quegli abiti ridicoli e delle loro risate. Era l’ultimo giorno alla cascina, l’ultima notte prima di tornare a Milano, e non riuscivo a decidere se fossi sollevato o spaventato. Fuori, il sole picchiava come sempre, l’aria densa di quell’odore di terra e paglia secca che ormai mi era diventato familiare. Dentro di me, però, c’era solo un groviglio di pensieri che non riuscivo a sciogliere.

Mattia era già in piedi quando sono sceso in cucina. Stava armeggiando con un coltello per tagliare del pane, il petto nudo lucido di sudore nonostante fosse presto. Mi ha lanciato un’occhiata, un sorrisetto che mi ha fatto stringere i denti. “Allora, Lorenza, ultimo giorno. Stasera facciamo una cena di arrivederci, solo noi e i ragazzi. Ti va di dare una mano a preparare?” La sua voce era calma, quasi amichevole, ma c’era sempre quel fondo di comando che non lasciava spazio a un no.

Ho annuito, con la gola secca. “Va bene,” ho mormorato, cercando di non guardarlo negli occhi. Non so perché non ho protestato, non so perché non ho preso le mie cose e non sono scappato subito. Forse era l’erba che ancora mi circolava nel sangue, o forse era quel suo modo di fare, che mi teneva inchiodato come una mosca in una ragnatela.

Verso il pomeriggio, mentre aiutavo a spostare qualche cassa di verdura nel cortile, Mattia mi ha fermato. “Aspetta, prima di continuare, devi fare una cosa per me.” Mi ha passato una borsa di plastica, con un’espressione che non prometteva niente di buono. “Vai in camera, metti questa roba. Stasera devi essere presentabile per gli ospiti.”

Ho aperto la borsa con le mani che già tremavano. Dentro c’era un top corto, nero, di un tessuto elastico che sembrava troppo piccolo persino per me, una minigonna di jeans strappata sui bordi, un perizoma rosso che sembrava un filo, e un paio di calze autoreggenti nere. C’era anche una piccola trousse con del trucco, un rossetto rosso sbiadito e un mascara secco. Il cuore mi è salito in gola. “Mattia, no, dai, basta con queste stronzate,” ho detto, con la voce che usciva spezzata.

Lui mi ha posato una mano sulla spalla, pesante e calda. “Non fare storie, Lorenza. È l’ultima sera, facciamo le cose per bene. Ti aiuto io, se serve.” Non c’era modo di discutere, non con quegli occhi che mi trapassavano. Sono salito in camera, con la borsa che pesava come un macigno, e ho iniziato a cambiarmi. Il top mi stringeva il petto, lasciando la pancia scoperta, la minigonna mi copriva a malapena il sedere, e il perizoma mi sfregava in modo imbarazzante. Le calze nere mi aderivano alle gambe, facendomi sentire ancora più ridicolo mentre cercavo di camminare senza inciampare. Con mani tremanti, ho provato a mettere un po’ di trucco, passandomi il rossetto sulle labbra e tirando qualche linea di mascara. Nello specchio sgangherato della stanza, non mi riconoscevo.

Quando sono sceso, Mattia mi ha squadrato da capo a piedi, annuendo soddisfatto. “Ecco, così sei perfetta, Lorenza. Stasera ci servi a tavola, fai la brava cameriera.” Il suo tono era divertito, ma aveva una punta di minaccia. Non ho avuto il tempo di rispondere, perché il rumore di un motore ha rotto il silenzio del cortile. Simone e Ale erano arrivati, e il cuore mi è sprofondato ancora di più.

La cena è iniziata in cucina, con un tavolo vecchio di legno pieno di piatti spaiati, bottiglie di vino da due soldi e pane duro. Io stavo in piedi, con un vassoio in mano, portando piatti e bicchieri mentre loro tre ridevano e parlavano di cose che non capivo. Ogni tanto, Ale mi lanciava una battuta acida. “Ehi, cameriera, muoviti, che abbiamo fame. Fai vedere quelle gambe, su.” Simone non diceva molto, ma i suoi occhi mi seguivano, pesanti come macigni, mentre versavo il vino con mani tremanti.

Mattia aveva preparato una canna, come al solito, e l’odore forte dell’erba ha iniziato a riempire la stanza. “Prima di mangiare per bene, rilassiamoci un po’,” ha detto, passandomela. Ho fatto un paio di tiri, sentendo la testa girare quasi subito, mentre il calore del fumo mi scaldava il petto. Loro hanno riso, vedendomi barcollare leggermente, e Mattia mi ha dato una pacca sul sedere, facendomi sobbalzare. “Brava, Lorenza, ora sei pronta per il gioco della serata.”

Ho sentito un brivido freddo lungo la schiena. “Che gioco?” ho chiesto, con la voce che usciva a fatica.

Mattia si è alzato, avvicinandosi. Il suo odore, un misto di sudore e terra, mi ha colpito forte. “È semplice. Devi soddisfare tutti e tre, come si deve. Se fai la brava, domani torni a casa da bravo ragazzo. Sennò… beh, vedremo.” Ha riso, e gli altri due hanno fatto eco, con Ale che si strofinava le mani e Simone che si slacciava già la cintura.

Non ho avuto il tempo di protestare. Mattia mi ha spinto verso il centro della stanza, mentre gli altri si avvicinavano. “Inizia piano, Lorenza. Mettiti in ginocchio,” ha detto, con un tono che non ammetteva repliche. Mi sono abbassato, con le calze che sfregavano contro il pavimento freddo, e il cuore che mi martellava nelle orecchie. L’odore di sudore maschile mi ha avvolto subito, forte e acre, mentre Mattia si slacciava i pantaloni davanti a me. Il suo cazzo era già mezzo duro, spesso, con un odore pungente che mi ha fatto girare la testa. “Avanti, succhialo bene, che domani torni a fare lo studente,” ha detto, spingendomi la testa verso di lui con una mano callosa.

Ho aperto la bocca, sentendo il sapore salato e caldo sulla lingua, mentre lui mi guidava con movimenti lenti ma decisi. Ogni tanto tirava fuori un gemito basso, e io sentivo le guance bruciarmi di vergogna, ma anche un calore strano che mi cresceva dentro. Ale si è avvicinato, slacciandosi a sua volta, il suo cazzo più lungo ma più sottile, con un odore ancora più forte, come se non si fosse lavato dopo una giornata di lavoro. “Tocca a me, cameriera. Fai vedere quanto sei brava con quella bocca da milanese,” ha detto, con una risata secca. Mi ha afferrato per i capelli, spingendomi verso di lui, e io ho dovuto alternarmi tra i due, con la mascella che iniziava a far male e il sapore che mi riempiva la bocca.

Simone, seduto poco lontano, si è tolto gli stivali con un calcio, mostrando piedi grandi, sporchi di terra e sudore. “Vieni qua, lecca pure questi, che tanto sei già in ginocchio,” ha grugnito, con la voce roca. Mi hanno spinto verso di lui, e io ho dovuto chinarmi ancora di più, sentendo l’odore acre dei suoi piedi mentre avvicinavo la lingua. Era disgustoso, il sapore amaro e terroso mi faceva rivoltare lo stomaco, ma allo stesso tempo il loro controllo su di me mi teneva fermo, incapace di ribellarmi. “Bravo, pulisci bene, che sei proprio una troia da città,” ha detto Ale, ridendo, mentre mi guardava con occhi taglienti.

Dopo i piedi, mi hanno fatto continuare con altre parti, sempre più intime. Mattia mi ha spinto verso il suo culo, tenendomi la testa con entrambe le mani. “Lecca anche qua, Lorenza, fai vedere quanto sei devota,” ha detto, con la voce che grondava di comando. L’odore era fortissimo, un misto di sudore e muschio che mi soffocava, ma ho obbedito, sentendo la sua pelle ruvida contro la lingua. Gli altri due facevano lo stesso, uno dopo l’altro, con insulti che mi piovevano addosso come grandine. “Questo buco di milanese ora è nostro, guarda come si impegna,” ha detto Ale, mentre Simone mi spingeva la faccia contro di lui con una forza che mi faceva quasi soffocare.

La situazione è degenerata ancora di più quando mi hanno tirato su, spingendomi verso il tavolo della cucina. Mattia mi ha tolto il perizoma con un gesto secco, lasciandomi solo con la minigonna sollevata e le calze. “Ora vediamo quanto reggi, Lorenza,” ha detto, mentre mi piegava in avanti, con il legno ruvido del tavolo che mi graffiava la pancia. Ha sputato sulle dita, passandomele tra le chiappe con movimenti rudi, preparandomi senza troppe cerimonie. Il bruciore è stato immediato quando ha iniziato a spingere dentro di me, il suo cazzo spesso che mi apriva senza pietà. Ho stretto i denti, soffocando un gemito, mentre lui iniziava a muoversi, ogni spinta che mi faceva sbattere contro il bordo del tavolo.

Davanti a me, Ale si è posizionato, afferrandomi per la testa e spingendomi il suo cazzo in bocca. “Succhialo mentre ti fanno il culo, dai, che sei multitasking,” ha sghignazzato, muovendosi con ritmo. Ero intrappolato tra i due, con il corpo che veniva usato da entrambe le parti, il sudore che mi colava lungo la schiena e il respiro spezzato che usciva a fatica. Il sapore salato di Ale mi riempiva la bocca, mentre Mattia mi stringeva i fianchi con le mani ruvide, grugnendo a ogni spinta. “Guarda come lo prende bene, questo culo è fatto per noi,” ha detto, con la voce roca di piacere.

Simone non è rimasto a guardare a lungo. Si è avvicinato, spingendo Mattia da parte per prendere il suo posto. Il suo cazzo era ancora più grosso, e quando è entrato ho sentito un dolore acuto, come se mi stesse spaccando in due. “Stringi, troia, che mi piace di più,” ha ringhiato, dandomi una sculacciata che mi ha fatto sobbalzare. Il rumore della carne contro la carne riempiva la stanza, mischiato ai loro insulti e ai miei respiri affannosi. Ero un oggetto tra le loro mani, spostato e girato senza che potessi fare nulla. Mi hanno fatto cambiare posizione, portandomi sul divano vecchio del salotto, dove mi hanno messo a quattro zampe, con uno davanti e uno dietro, alternandosi senza sosta.

A un certo punto, mi hanno steso sul pavimento, con la schiena contro le piastrelle fredde e il sudore che mi incollava alla superficie. Mattia mi ha montato sopra, spingendo dentro di me con una forza che mi toglieva il fiato, mentre Ale mi sborrava in faccia, il liquido caldo e appiccicoso che mi colava lungo le guance e le labbra. “Guarda come cola, sembra una puttana da strada,” ha detto, ridendo, mentre si tirava indietro per lasciar spazio a Simone. Anche lui mi è venuto in bocca, forzandomi a ingoiare mentre mi teneva la testa ferma. “Bevi tutto, che è l’ultimo regalo prima di tornare a Milano,” ha grugnito, con un sorriso crudele.

Il climax è arrivato quando mi hanno riportato al tavolo della cucina. Ero esausto, il corpo dolorante e la mente annebbiata, ma loro non avevano ancora finito. Mi hanno piegato di nuovo sul legno, con la minigonna ormai strappata del tutto e il top appiccicato al petto dal sudore. Mattia mi ha tenuto la testa con una mano, piegandosi verso il mio orecchio. “Sei stata brava, Lorenza, ora ti finiamo come si deve,” ha sussurrato, con una voce che era un misto di possesso e soddisfazione. Uno dopo l’altro, mi hanno inculato sul tavolo, con spinte sempre più violente, mentre Mattia mi stringeva, guidandomi con parole che mi facevano tremare. “Guarda quanto sei diventata brava, la mia Lorenza. Questo culo non lo dimenticheremo mai.”

Quando hanno finito, ero un relitto. Il loro seme mi colava dappertutto, dentro, sulla faccia, lungo le gambe, mentre il mio corpo tremava per la stanchezza e il dolore. Mi hanno lasciato lì, sul tavolo, mentre loro si sedevano a bere un ultimo bicchiere di vino, ridendo e commentando come se fossi un trofeo. “Questo milanese ce lo ricorderemo, eh,” ha detto Ale, con un ghigno. Simone ha solo annuito, accendendosi una sigaretta, mentre Mattia mi guardava con un’espressione che non riuscivo a decifrare.

La mattina dopo, mentre facevo la valigia con mani che ancora tremavano, il corpo mi doleva in ogni punto. Ogni movimento era un ricordo di quella notte, ogni muscolo gridava per lo sforzo e l’umiliazione. Non ho quasi parlato, non ho guardato Mattia negli occhi mentre caricavo la borsa nel baule della macchina che era venuta a prendermi. Prima che salissi, però, lui si è avvicinato, posandomi una mano sulla spalla. Il suo odore, quel misto di sudore e terra, mi ha colpito ancora una volta. “L’estate prossima ti tengo qui un mese,” ha sussurrato, con un tono basso e serio. “E non sarà più un gioco.”

Non ho risposto. Sono salito in macchina, con il cuore che batteva forte e un groviglio di emozioni che non riuscivo a districare. Mentre la cascina si allontanava nello specchietto retrovisore, con il fienile e il cortile polveroso che sparivano dietro una curva, sapevo che qualcosa in me era cambiato per sempre. Non ero sicuro di cosa fosse, non ancora. Ma una cosa la sapevo: quelle tre settimane non le avrei mai dimenticate.

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