Al largo con i fratelli
Mi chiamo Luca, ho venticinque anni e quel giorno sul pedalò, al largo della spiaggia di Ostuni, non avrei mai immaginato che le cose sarebbero andate così. Eravamo in tre: io, Giuseppe, che conosco da anni, e suo fratello minore Dario, un ragazzo che non mi ha mai sopportato. Giuseppe ha ventidue anni, un tipo tranquillo, sempre con un sorriso sornione stampato in faccia; Dario, diciannove, è il contrario: spavaldo, provocatore, con quella luce negli occhi di chi cerca sempre guai. Siamo partiti da riva con il pedalò sotto un sole che spaccava le pietre, il mare calmo e piatto come uno specchio. L’idea era di allontanarci un po’, rilassarci e farci uno spinello lontano da occhi indiscreti.
Ci siamo fermati a un centinaio di metri dalla costa, dove non si vedeva più nessuno. Giuseppe ha tirato fuori l’erba da un sacchetto di plastica nascosto nella tasca del costume, ha rollato con mani esperte mentre Dario mi lanciava occhiate di traverso. “Luca, sicuro che non ti fai problemi a fumare con noi? Non è che poi vai a raccontare in giro?” ha detto Dario con quel tono di scherno che usa sempre con me. Ho alzato le spalle, cercando di non dargli corda. “Tranquillo, so stare zitto,” ho risposto, secco. Giuseppe ha ridacchiato, passandomi lo spinello acceso. “Lascialo stare, Dario, Luca è uno di noi,” ha detto, ma senza troppa convinzione.
Abbiamo fumato a turno, il fumo mi bruciava in gola e mi faceva girare la testa, mentre il pedalò dondolava appena sulle onde. Dario non smetteva di fissarmi, con un ghigno che non prometteva nulla di buono. “Sai, Giuseppe, io l’ho sempre detto che Luca è strano. Non ti pare che ci guarda troppo?” ha buttato lì, come se fosse una battuta, ma il tono era tagliente. Ho sentito il sangue salirmi alla testa. “Che cazzo vuoi dire, Dario? Smettila di rompere,” ho ribattuto, cercando di mantenere la calma. Giuseppe ha fatto una risata nervosa, ma non ha detto nulla per difendermi.
Poi, senza che me lo aspettassi, Dario si è alzato in piedi sul pedalò, facendolo ondeggiare pericolosamente. “Vediamo se è vero quello che penso,” ha detto, e prima che potessi reagire mi ha afferrato il costume con una mano e me l’ha tirato giù con uno strattone. Sono rimasto nudo, seduto lì, con le mani che istintivamente cercavano di coprirmi. “Ma che cazzo fai?!” ho urlato, rosso in faccia per la vergogna e la rabbia. Dario è scoppiato a ridere, buttando il mio costume da una parte. “Guarda qua, Giuseppe, si è già fatto duro! Te l’avevo detto che era gay!” ha sghignazzato, indicando il mio cazzo che, maledetto lui, si era effettivamente indurito senza che potessi controllarlo.
Ho guardato Giuseppe, sperando in un aiuto, ma lui si è limitato a fissarmi con un’espressione tra il divertito e l’incredulo. “Giuseppe, digli di smetterla, cazzo! Ridammi il costume!” ho implorato, ma lui ha scrollato le spalle. “Dai, Luca, rilassati. Dario sta solo scherzando. Però… fai quello che ti dice, no? Tanto che ti costa?” ha detto, con un tono che mi ha fatto gelare il sangue. Non potevo crederci: il mio amico mi stava lasciando nelle mani di suo fratello.
Dario si è seduto di nuovo, con quel sorriso da stronzo stampato in faccia. “Allora, Luca, scegli: o mi fai una sega, o torniamo a riva così, senza costume. Decidi tu,” ha detto, con una calma che mi ha fatto tremare di rabbia e, maledizione, anche di eccitazione. Non so perché, ma il suo tono, il suo sguardo, il fatto di essere nudo e vulnerabile davanti a loro mi stava facendo perdere la testa. Ho provato a protestare ancora. “Sei fuori di testa, Dario. Ridammi il costume e basta,” ho detto, ma la mia voce era incerta. Lui ha scosso la testa. “No, bello. O me lo meni, o niente. Dai, non fare il timido.”
Giuseppe, che fino a quel momento era rimasto in silenzio, ha riso. “Fallo, Luca. Tanto non lo dice a nessuno, vero, Dario?” ha detto, come se fosse una battuta, ma nei suoi occhi c’era qualcosa di diverso, una curiosità che non avevo mai visto prima. Mi sono sentito intrappolato, con il cuore che mi martellava nel petto e il cazzo che, maledetto, non voleva saperne di calmarsi. Alla fine, con le mani che mi tremavano, ho annuito. “Va bene, cazzo. Ma poi mi ridai il costume,” ho mormorato, sconfitto.
Dario ha ghignato, soddisfatto. Si è alzato di nuovo, si è calato il costume fino alle caviglie e me l’ha messo davanti. Il suo cazzo era già mezzo duro, grosso, con una vena che pulsava lungo l’asta. “Forza, toccalo,” ha ordinato, e io, con il viso in fiamme, ho allungato la mano. L’ho preso, caldo e pesante, e ho iniziato a muovere la mano su e giù, lentamente, sentendo la pelle liscia scorrere sotto le dita. “Ecco, bravo. Non è difficile, no?” ha detto Dario, con un tono tra il divertito e l’eccitato. Ogni tanto emetteva un gemito basso, quasi un grugnito, mentre io continuavo, con il cuore che mi scoppiava nel petto.
Giuseppe ci guardava, seduto a poca distanza, e dopo un po’ ha aperto bocca. “Cazzo, Dario, avevi ragione. Guarda come lo fa bene,” ha detto, ridendo, ma la sua voce era tesa. Si è alzato anche lui, si è abbassato il costume e me l’ha messo davanti. Il suo cazzo era diverso, più lungo ma meno spesso, con la cappella già lucida di pre-eiaculazione. “Dai, Luca, fai il bravo. Tocca anche me,” ha detto, e io, ormai perso in un misto di vergogna e desiderio, ho allungato l’altra mano. Li stavo segando entrambi, uno per mano, con i loro gemiti che si mescolavano al rumore delle onde. Dario mi guardava dall’alto, con quel ghigno da vincitore. “Visto, Giuseppe? Te l’avevo detto che ci stava,” ha detto, ansimando leggermente.
Dopo qualche minuto, Dario ha fatto un passo avanti. “Basta con le mani. Apri la bocca,” ha ordinato, spingendo il bacino verso di me. Ho esitato, ma la sua mano mi ha afferrato i capelli, tirandomi leggermente. “Dai, non fare storie,” ha insistito, e io, con il viso che bruciava, ho aperto la bocca. Il sapore salato della sua cappella mi ha colpito subito, caldo e umido, mentre lui spingeva dentro con decisione. Lo sentivo pulsare contro la lingua, mentre con la mano gli massaggiavo la base. “Cazzo, sì, così,” ha grugnito, muovendo i fianchi avanti e indietro. L’odore del suo sudore e del mare mi riempiva il naso, un misto acre e intenso che mi faceva girare la testa.
Dopo un po’, Dario si è tirato indietro, lasciando spazio a Giuseppe. “Tocca a me,” ha detto, con un sorriso strano, quasi imbarazzato ma eccitato. Il suo cazzo mi è entrato in bocca più lentamente, ma con la stessa urgenza. Era più lungo, arrivava quasi a farmi soffocare, ma ho cercato di rilassarmi, succhiando e muovendo la lingua lungo l’asta. “Porca troia, Luca, sei bravo,” ha mormorato Giuseppe, con la voce roca, mentre mi teneva la testa con una mano. Sentivo il suo sapore, più dolce rispetto a quello di Dario, ma comunque forte, mescolato al sudore e al calore della sua pelle.
Si alternavano, uno dopo l’altro, spingendo nella mia bocca con ritmi diversi. Dario era più aggressivo, mi afferrava i capelli e mi dettava il ritmo, grugnendo frasi come “Succhialo bene, dai” oppure “Guarda come ti piace.” Giuseppe era più lento, ma non meno intenso, e ogni tanto chiudeva gli occhi, ansimando piano. Io ero un fascio di nervi, eccitato oltre ogni immaginazione, con il cazzo che mi faceva male da quanto era duro. Ogni tanto uno dei due lo guardava e rideva. “Guarda qua, è ancora duro. Ci sta proprio,” diceva Dario, e io mi sentivo bruciare di vergogna e desiderio insieme.
Dopo un tempo che mi è sembrato infinito, Dario ha accelerato i movimenti, spingendo più forte nella mia bocca. “Cazzo, ci sono,” ha grugnito, tirandosi fuori all’ultimo secondo. Un getto caldo mi ha colpito in faccia, sul naso e sulla guancia, denso e appiccicoso, con un odore forte che mi ha fatto quasi girare la testa. Subito dopo, Giuseppe ha fatto lo stesso, ansimando mentre mi schizzava sul mento e sulle labbra. Sentivo il liquido caldo scivolarmi lungo la pelle, il sapore salato che mi arrivava in bocca. Entrambi hanno riso, una risata rauca e soddisfatta. “Guarda che casino,” ha detto Dario, dandomi una pacca sulla spalla. “Sei proprio uno sporcaccione.”
Mi sono pulito con il dorso della mano, ancora tremante, mentre loro si tiravano su i costumi. Ho guardato il mio, ancora buttato in un angolo del pedalò. “Ridatemelo, per favore,” ho detto, con la voce spezzata. Dario ha ghignato. “Te lo ridiamo quando arriviamo a riva. Ora pedala, forza,” ha detto, e io ho sentito una stretta allo stomaco. Abbiamo iniziato a tornare indietro, io nudo, con il viso ancora appiccicoso, e loro che ridevano e scherzavano come se niente fosse. Ogni tanto mi lanciavano occhiate, e io temevo che qualcuno dalla spiaggia potesse vedermi. Solo a pochi metri dalla riva, Dario mi ha tirato il costume. “Tieni, copriti. Non voglio che ti vedano così,” ha detto, ridendo ancora.
Mi sono rivestito in fretta, con il cuore che ancora mi batteva all’impazzata. Non so cosa pensare di quello che è successo, ma il ricordo di quei momenti, dei loro sapori, dei loro suoni, mi brucia ancora dentro.
