Non so dire di no
Mi chiamo Diego, ho 29 anni e, sinceramente, non ho idea di come sono finito a lavorare in una comunità di recupero per adolescenti problematici. Non è che abbia una passione per salvare il mondo o per fare il supereroe con dei ragazzi che, diciamocelo, spesso ti guardano come se volessi rubargli l’anima. È un lavoro, punto. E io, beh, non sono mai stato bravo a dire di no, né alle offerte di lavoro né a nient’altro. Questo posto è un edificio vecchio e un po’ scrostato in una cittadina di provincia che non nomino nemmeno, tanto è irrilevante. I corridoi sono stretti, le stanze comuni puzzano di detersivo da quattro soldi e gli uffici sembrano sgabuzzini con una scrivania dentro. È il mio primo mese qui, e già mi sento fuori posto.
Il primo giorno che ho messo piede in questa comunità, ho conosciuto Giovanni. Ventotto anni, alto, ben piazzato, con i capelli neri tagliati corti e una barba curata che gli dà un’aria da “non farmi perdere tempo”. È il mio mentore, quello che dovrebbe insegnarmi come gestire questi ragazzi senza farmi mangiare vivo. Giovanni ha uno sguardo che ti trafigge, deciso, di quelli che ti fanno sentire piccolo anche se sei alto come lui. Non lo so, c’è qualcosa nel suo modo di muoversi, di parlare, che mi fa venir voglia di stargli dietro, di ascoltare. Non che io sia un gran chiacchierone, eh. Sono più il tipo che annuisce e tiene la testa bassa, coi miei jeans stropicciati e le magliette sbiadite. Ho i capelli castani corti, niente di speciale, occhi scuri che non colpiscono nessuno. Non sono un tipo che si impone, e si vede.
Poi c’è Andrea. Diciannove anni, magro ma con un’aria da duro che non so se è vera o costruita. Ha i capelli rasati, un paio di tatuaggi mal fatti sul collo e un ghigno che sembra scolpito in faccia. È uno di quei ragazzi che ti provoca solo per vedere fin dove può spingersi. E con me, accidenti, si spinge lontano. Troppo lontano. Non so perché, ma c’è qualcosa in lui che mi attrae e mi fa incazzare allo stesso tempo. Quel suo modo di guardarmi, di sfidarmi con gli occhi, mi manda in tilt. Non riesco a farmi rispettare, mai. E lui lo sa. Lo sa e ci gioca.
È stata una giornata come tante altre, o almeno così credevo. Ero nella sala comune, quella con i divani sfondati e il tavolo pieno di graffi, a cercare di mettere un po’ di ordine mentre i ragazzi chiacchieravano e si lanciavano insulti come se fosse uno sport. Andrea era appoggiato al muro, con quel suo sorrisetto del cavolo, e mi guardava come se fossi un pagliaccio. A un certo punto si è avvicinato, con quel passo lento e strafottente che mi fa venir voglia di sparire.
“Ehi, Diego,” ha detto, con una voce che sembrava quasi un ringhio. “Mi fai un favore?”
Ho alzato lo sguardo, già col cuore che batteva un po’ più forte, e ho annuito senza nemmeno pensarci. “Certo, dimmi.”
Il suo ghigno si è allargato. “Vai in cucina e portami un bicchiere d’acqua. Ma non uno qualunque, eh. Voglio quello col bordo scheggiato, quello che sta sullo scaffale in alto. E già che ci sei, puliscilo per bene, che non voglio schifezze.”
Mi sono fermato un attimo, con la bocca socchiusa come un idiota. Non era una richiesta, era un ordine. E non aveva senso. C’era un rubinetto a due metri da lui, poteva prendersela da solo, l’acqua. Ma i suoi occhi, puntati nei miei, non lasciavano spazio a discussioni. E io, come al solito, non so dire di no. Ho abbassato lo sguardo, ho borbottato un “va bene” e sono andato in cucina. Ho preso quel maledetto bicchiere, l’ho pulito con uno strofinaccio che sapeva di muffa, l’ho riempito e gliel’ho portato. Lui ha preso il bicchiere senza nemmeno un grazie, ha bevuto un sorso e poi ha detto, ad alta voce, perché tutti sentissero: “Bravo, Diego. Sei proprio utile, sai? Quasi come un cameriere.”
La sala è esplosa in risate. Io sono rimasto lì, con le guance che bruciavano e le mani che tremavano appena. Non ho detto niente. Non ci riesco mai. Dentro di me pensavo solo: “Perché non gli ho detto di andarselo a prendere da solo? Perché sto zitto?”. Ma non avevo risposte. Solo vergogna. E, se devo essere onesto, anche una specie di eccitazione strana, che non riesco a spiegarmi. Quel suo tono, quel modo di comandarmi, mi aveva fatto qualcosa. E non era solo rabbia.
Non ho fatto in tempo a elaborare il pensiero che ho visto Giovanni entrare nella sala. Doveva aver sentito tutto, perché aveva un’espressione dura, quasi incazzata. Ha attraversato la stanza in due falcate, ignorando gli altri ragazzi, e si è piantato davanti ad Andrea. La differenza di altezza e di stazza era evidente: Giovanni lo sovrastava, e per la prima volta ho visto il ghigno di Andrea vacillare.
“Che cavolo ti passa per la testa?” ha detto Giovanni, con una voce bassa ma tagliente. “Pensi di essere il padrone qui dentro? Ti faccio vedere io chi comanda, se non la smetti subito.”
Andrea ha alzato le mani, con un sorrisetto nervoso. “Tranquillo, stavo solo scherzando. Non è che Diego si è lamentato, no?”
Giovanni non ha risposto. Mi ha lanciato un’occhiata che non sono riuscito a decifrare, un misto di delusione e curiosità, e poi ha fatto un cenno verso il corridoio. “Diego, nel mio ufficio. Adesso.”
Ho sentito un nodo allo stomaco. Non so se era paura o altro, ma le sue parole avevano un peso che mi schiacciava. Ho annuito, come al solito, e l’ho seguito lungo il corridoio stretto, con le pareti scrostate e la luce fioca dei neon che tremolava ogni tanto. Il suo ufficio era piccolo, con una scrivania ingombra di carte, una sedia traballante e un armadietto di metallo ammaccato. C’era un odore di caffè vecchio e carta umida. Giovanni ha chiuso la porta con un gesto secco, facendomi sobbalzare.
“Si può sapere che ti passa per la testa?” ha detto, girandosi verso di me. Era appoggiato alla scrivania, con le braccia incrociate sul petto, e mi guardava dritto negli occhi. Non c’era modo di sfuggire a quello sguardo. “Perché lasci che un moccioso come Andrea ti tratti come uno zerbino? Sei un educatore, non il suo servetto.”
Ho abbassato gli occhi, fissando il pavimento di linoleum consumato. Non sapevo cosa rispondere. O meglio, lo sapevo, ma non volevo dirlo. Mi sono passato una mano tra i capelli, cercando le parole. “Non lo so, Giovanni. Davvero. È che… non so dire di no. Mai. È come se qualcosa dentro di me si spegnesse quando qualcuno mi ordina qualcosa. Non riesco a oppormi.”
Lui ha alzato un sopracciglio, e per un attimo ho pensato che mi avrebbe preso a schiaffi verbali. Invece ha fatto un passo verso di me, riducendo la distanza. La stanza sembrava ancora più piccola, adesso. “Quindi stai dicendo che ti piace essere comandato? È questo il tuo problema?”
Non so perché, ma il modo in cui l’ha detto, con quel tono tra il serio e il sarcastico, mi ha fatto arrossire. Ho aperto la bocca per negare, per spiegare, ma non è uscito niente. Lui ha inclinato la testa, studiandomi come se fossi un puzzle da risolvere. “Sai, Diego, se non ti fai rispettare da un tipo come Andrea, qui dentro sei finito. Ma se il problema è che ti piace stare sotto, allora è un’altra storia.”
Ho sentito il cuore battermi forte nel petto. “Sotto” non era solo una parola, in quel momento. Aveva un peso, un significato che mi faceva sudare freddo e allo stesso tempo mi scaldava da qualche parte dentro. Non ho risposto, ma il mio silenzio doveva aver detto abbastanza, perché Giovanni ha fatto un sorriso appena accennato, di quelli che non sai se è un invito o una minaccia.
“Dimmi una cosa,” ha continuato, con la voce più bassa, quasi un sussurro. “Se ti dicessi di fare qualcosa adesso, qualcosa di assurdo, lo faresti? Solo per vedere fin dove arrivi a piegarti?”
Non so cosa mi sia preso. Forse il modo in cui mi guardava, o il fatto che in quella stanza non c’era spazio per scappare, né fisicamente né mentalmente. Ho deglutito, con la gola secca, e ho annuito appena. “Penso di sì.”
Il suo sorriso si è allargato, ma non era un sorriso gentile. Era qualcosa di più oscuro, qualcosa che mi faceva venir voglia di scappare e restare allo stesso tempo. “Interessante,” ha detto, e si è appoggiato di nuovo alla scrivania, come se stesse decidendo cosa fare con me. “Molto interessante.”
Non so cosa succederà dopo. Non so nemmeno se voglio saperlo. Ma una cosa è certa: in quel momento, con Giovanni che mi guardava come se potesse leggermi dentro, ho sentito qualcosa svegliarsi, qualcosa che non riesco a controllare. E non so se ho paura o se, in fondo, non vedo l’ora di scoprire cosa mi chiederà di fare.
